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Bacatà


25 Mar

Quando dico Bogotà voglio dire montagne
montagne di nero che si alzano là dietro
il monossido di carbonio che si arrende sugli eucalipti
lo schiaffo delle Ande pone fine alla sua tregua.

Bogotà frenetica Bogotà selvatica
Per il taxista che mi raccoglie questa notte, metà della città rimane tierra incógnita
terra di nessuno
terra degli altri
Metafora Capitale di questo strano Paese, che ancora si oppone all’imbrigliamento della sua geografia.

‘La mappa imprigiona il territorio, qui si può solo procedere con la bussola’,
dicono gli arhuacos della Sierra Nevada mentre si fanno largo tra i loro sentieri.
Bogotà è montagna ma sono montagne altre.
Il selvatico qui è l’uomo, la sua strada nel nero.

Bollettino dalla Nueva Granada


09 Set

Vogliamo dire ai colombiani, a quel gruppo eterogeno di persone che abitano quel territorio chiamato Colombia, a quelli che per colpa di qualche strano destino, o della divina provvidenza, toccò in sorte questo spazio, vogliamo dire:

A me pare che il principale problema sia nel momento stesso in cui si arriva ai primi giorni di scuola, e le prime parole siano “silenzio”, “alzarsi”, “sedersi”, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, in alto, mezzo giro, mezzo, giro (lo que viene tampoco me parece interesante). A cosa serve sapere che esistono 105 elementi chimici? Che esistono gas nobili e gas infiammabili??

Jaime Garzón. Fue un abogado, pedagogo, humorista, actor, filósofo, locutor, periodista y mediador de paz colombiano.
Fue asesinado el 13 de agosto de 1999, en Bogotà.

Biografìas y relatos


11 Apr

Passano le pagine gialle come le foglie
ruota tutto il vento intorno
son las calles las que saben;
las calles saben, y traen a su destino.

E’ tanto il mondo, lì fuori, che spinge.
La lontananza da tutto, l’assenza
[l’assenzio]
del migrante.
Sostanza psicotropa per avvicinarsi alla precaria solidità delle cose
– ma anche potenziale agente induttivo di forti depressioni, interna violenza, sbando.

La lontananza è una condizione ambientale evidentemente innata nell’essere umano
Perché non si limita ad affiancare,
ma impregna tutte le sfere di un’esistenza.

Y son las calles las que saben
A las cinco de la tarde proponen una pelìcula, màs tarde, guiarà el hambre.
La velocidad de movimiento establecida por el cuerpo
la trayectoria de los pies dibujada por el azar.

Deseo y ganas,
alma y cuerpo,
dormir y trabajar.

vivir en un tiempo anacrònico
un futuro clàsico, siempre.

Per quanto me ne intendo


06 Nov

Tra il 2009 e il 2010, per un paio di semestri, mi è capitato di insegnare la lingua italiana in un’università colombiana.
Il lavoro più inutile del mondo, a quanto pare. Vanificato e azzerato dalle logiche perverse che stanno dietro alla “lingua”, quando questa viene convertita in strumento politico.

Tra i miei studenti – “clienti”, secondo il linguaggio in uso in quell’ateneo privato – c’erano ragazzi con cognome italiano, studenti di storia dell’arte che sognavano di vedere Firenze e Venezia, ma soprattutto c’erano studenti del terzo millennio che, come tutti i loro colleghi qua e là per il mondo, ambivano a passare un semestre universitario in Europa, attraverso le decine di programmi di interscambio esistenti nella nostra epoca globalizzata.

Il grande inghippo, anomalia nel sistema, era rappresentato da Dante Alighieri. Non il Sommo Poeta padre della lingua, ma i suoi nefasti discendenti più lontani, l'”Istituto Dante Alighieri di Bogotà”, che avrebbe dovuto certificare le competenze linguistiche, per autorizzare la procedura di richiesta del visto (nota bene: non per autorizzare il visto, ma per autorizzare la procedura di richiesta del visto, da inoltrare presso l’italica ambasciata). Uno studente colombiano che avesse voluto richiedere il foglio per studiare in Italia, avrebbe dovuto presentarsi a Bogotà (non esistono sedi decentrate), pagare 100 US dollari, e sostenere un “test d’ingresso per il Livello C1”. A niente sarebbe servito addurre motivazioni di carattere logiche (“il motivo del mio viaggio in Italia è proprio lo studio della lingua italiana”), o allegare le lettere di accettazione standard che gli atenei italiani inoltrano agli studenti vincitori di borse di studio tipo Erasmus (“si precisa che tutti gli studenti stranieri beneficeranno di un corso di lingua gratuito”). L’ambasciata di Bogotà, in materia di visti per motivi di studio, è chiara: anche se  lo scopo del viaggio è lo studio, è necessario sostenere il “test d’ingresso”.

Il cinismo trova però la sua massima espressione nel momento in cui il malcapitato studente colombiano si trova di fronte al test in questione, e deve sottolineare in ogni frase l’opzione corretta. Per esempio:

1)    Non ho dubbi che Marco sia il miglior specialista in materia.
2)    Per quanto me ne intenda/intendo, è stato un bel concerto

A questo punto, di fronte alla mail dell’ex-studentessa colombiana che scrive chiedendo un’opinione sul suo esame appena sostenuto, si leva lo sconcerto. Quattro italiani, laureati in materie umanistiche, discutono per due giorni le varie soluzioni. Alla fine è un tomo polveroso, una grammatica italiana dalle pagine ingiallite, a decretare le risposte giuste – o meglio, quelle meno sbagliate.

La risposta giusta, l’unica possibile, afferma che è triste vedere come la lingua venga prostituita da becere logiche di pseudopolitica. Di fronte alla “necessità” (?) di limitare il numero di ingressi di stranieri in italia, si pretendono competenze linguistiche che l’80% degli italiani “veri” non possiede.

Domenica mattina


26 Mar

Si parlava di caffé, di questo strano mondo che esige visti alle persone ma consente alla carta igienica di viaggiare in lungo e in largo, di borse di studio per l’universitá in Canadá e del trio jazz della serata precedente. Disegnando nell’aria progetti irrealizzabili, pregustando il sangue in bocca di chi si butta a testa bassa nello stretto sentiero tra fantasia e “realtá”. Messa tra virgolette perché cosí dice il grande scrittore, una delle poche parole che non hanno e non possono avere un senso né logico né semantico né letterario.
Tutto sui nostri documenti significava differenza, il colore della pelle, il continente di legale cittadinanza, il sesso, perfino l’etá. E tutto mostrava, ancora una volta, come i documenti non hanno nessun senso, pezzi di carta utili su cui scrivere poesie o in alternativa pulirsi il culo, o scrivere poesie per poi pulirsi il culo, e rinnegare ogni significato romantico al bisogno d’espressivitá come forma d’arte in stato fetale. Volavamo nei cieli bassi dei nostri amori impossibili, soli di fronte ad uno specchio appannato dai nostri respiri. Il tuo artista di strada, la mia chimera lontana, il flirt con il giornalista portoricano, le lunghe mani della tentazione in un film di Fellini. E quello scrittore messicano, ascoltavi le mie storie di mondo e rileggevi nella tua mente vecchie pagine lontane, oggi navigo tra le sue parole ed in silenzio penso a te. Tutt’intorno si aggiravano poliziotti con il mitra sulla schiena, eravamo nella capitale di un paese in guerra e l’indifferenza con cui li sopportavamo era il testamento delle nostre speranze verso un mondo migliore. Era il nostro domenica mattina, tutto ció che avevamo, tutto ció che avremmo voluto avere.

Ambasciator non porta…


19 Dic

Leggo dell’esistenza di un’ambasciata d’italia nello stupefacente stato del Vaticano, e non ho nemmeno più voglia d’incazzarmi. Se hanno deciso di mettercela, a qualcosa servirà (ah, ah). Spero almeno che per risparmiare l’ambasciatore mantenga le comunicazioni con Roma tramite i piccioni viaggiatori, o una bici.

Ma poi decido d’incazzarmi lo stesso, perchè qualche ambasciata italiana purtroppo ho dovuto visitarla, ed è stato proprio in quei lugubri covi di paraculati burocrati (a Vilnius il nostro ambasciatore ha uno stipendio più alto del Primo Ministro, ma fa lo stesso) che mi sono vergognato di essere italiano.

A Bogotà, per esempio. L’ambasciata d’italia è un bunker di guerra tra i palazzi residenziali del nord. Circondata da filo spinato, è popolata e difesa dagli esseri più insulsi e maleducati che si potrebbe mandare a rappresentarci all’estero. Questo, ovviamente, se si è colombiani, perchè inutile dire che il trattamento riservato agli utenti è diversificato dalla cittadinanza di questi ultimi.

E’ accaduto, per esempio, che una persona abbia avuto bisogno di informazioni e assitenza a proposito ddi un visto per poter studiare in Italia. Invitazione d’ateneo in regola, fogli e papeli e scartoffie a posto, appuntamento in ambasciata per risolvere un piccolo problema apparentemente piccolo: gli italiani richiedono un deposito bancario enorme per poter accettare lo studente colombiano.

L’appuntamento è alle 2.15, ma l’Avenida Jimenez è bloccata per traffico e si arriva lì 4 minuti dopo. Gli italiani, famosi per il loro proverbiale senso della puntualità, non possono tollerare una cosa del genere e annullano l’appuntamento. “Torni il prossimo mese, il 3 di gennaio”. E non importa se tu arrivi di Barranquilla, 22 ore di autobus dal maledetto bunker. Visto che però spunta fuori un incazzatissimo balticman dotato di passaporto italico, il burocrate ci ripensa e concede un rapido incontro (a me, senza colombiani di mezzo) per mettere in chiaro, tra le righe, un concetto tutto sommato già sottinteso: “abbiamo precise disposizioni di ostacolare qualsiasi colombiano che voglia studiare in Europa”.

E a questo punto, fanculo alle ambasciate, agli ambasciatori, ai governanti e a questo faccione da politico che in televisione mi sta parlando di “gestire il flusso di immigrati”.

Dialoghi possibili


19 Nov

AEROPORTO.
“…il motivo della sua visita in Colombia?”
“in che senso, scusi?”
“dico: studio, lavoro, turismo…che ci metto?”
“ah. Non so. Ci metta: non so”.

SUPERFICIALITA’
“gli europei sono superficiali”.
“ció può essere vero, signora”.
“ma non tu. Tu ti fai 50 ore di viaggio per vedere la tua ragazza”.
“bè, si, è vero”.
“vedi? Tu non lo sei”.
“beh, in veritá sono qua per fare l’attore in un cortometraggio”.
“còmo asì?? Allora sei superficiale anche tu!”
“…ma la regista del corto è la mia ragazza”.
“vedi? Lo sapevo che eri una buona persona”.

TRA PALCO E REALTA’
“Andrès, ti sei reso conto che il tipo che ci ospiterà sul set a Santa Marta è il padrone del villaggio intero?”
“veramente?”
“e che accetta il ruolo di camionista a patto che giriamo le scene dell’arresto con poliziotti finti?”
“ha detto cosi?”
“e che ha detto che il revolver dobbiamo trovarlo noi perchè il suo è sotto sequestro giudiziario?”
“sotto sequestro giudiziario?”
“e che accetta di ospitarci tutti e 15 nella sua hacienda a patto che non ci siano tra noi teste calde con ferri e piombo?”
“merda”.

MESSICO E NUVOLE
“…perdersi, riperdersi, e ritrovarsi”
“perso a guardare un cielo blu”
“non è blu. è cielo”.

2.800m s.l.m.


08 Set

Lago delle Forciolline, Val Varaita (Cuneo), Italia.

Santa Fè de Bogotà, Colombia.

P.S.: so che non c’entra niente ed è scritto in castigliano, però…questo articolo è interessante.

Amarcord


25 Lug

La tua gente, i segnali di fumo di un Pellirossa, un’Aquila addormentata nella mano. Sto davvero pensando all’evidente sudditanza dello “scrivere” nei confronti del “dimenticare”, e da lì mi inoltro in ingannevoli circoli mentali troppo più veloce delle dita.

Strano davvero il viaggio erratico, a queste latitudini. Il caldo fertile rimpingua i rigagnoli dei sentimenti. Nella stanza a fianco si sentono voci indistinte, amici di amici improvvisano un poker e ne distruggono il sottostante tavolo. Risuonano accenti paisa. Al loro fianco, mi immagino una nativa, immersa nel mondo virtuale in cui si è racchiusa, camminare gomito a gomito con la sua vecchia amica “sé stessa”. Dietro lo schermo passeggia un suo possibile futuro vedovo e lei se lo lascia scappare. Leo cammina a testa alta sopra il filo sul burrone.

-“Dopodomani alle 7 del mattino dovrò prendere il taxi”.

-“Aaah non farla drammatica. Stop that. Tutti hanno preso un taxi per partire pieni di tutto dopo la loro festa d’addio. Una volta Benat è anche riuscito a fermare l’unica taxista donna del sud america, una tettona che non ha mosso un dito mentre lui moriva sotto tonnellate di valigie”.

-“Tu non capisci. Nessuno ha mai dovuto prendere un taxi per finire in un terminal per finire in un bus di venti ore per finire in un bus urbano per finire in un aereo per la Spagna per finire a TORINO. Tu non capisci”.

Urlano di qua ed urlano di là. Sento dietro la porta gente correre fuori dalle vie della ragione. Dietro di lui qualcuno piangendo ride e parla di peperoncino negli occhi. Ma Leo non se n’è accorto, ricollega le logiche delle sue verità:

“Praticamente prendo tutto sto casino di aerei e bus e navi e treni per finire su uno scivolo che conduce direttamente nella merda”

D’improvviso capisco. Rivedo, come in una serie di fotoflash, la cronologia del nostro cammino, ritrovo frammenti di etereo ricordo spersi tra le brezze di savona e le tempeste delle nostre provincie, annego nel trago amaro che questa notte ci tocca. Ombra costante, aleggiano melodie di fado portoghese. Ricordo il tempo in cui tornammo a casa – quale casa? – ebbri, sbranando anguria e mango mi confessavi la spinta definitiva che ti ha trasportato su queste terre. Ci ripenso ora scrutando le facce qua riunite, nascosto in mezzo a altre stronzate ritrovo un po’ d’orgoglio, un qualcosa di cui andar fiero d’aver condiviso con loro.

Te ne vai e per la prima volta il piccolo mondo di questa grande città addormentata sui caraibi si ferma. Non ho mai visto questa casa inondata dalle lacrime, né ho ritenuto logico piangere sopra un qualcosa macchiato di reversibile. Eppure i muri urlano silenzio, in questa prima notte vedova del tuo spirito. Da oggi non esisteranno più parole né tacite intese, il logico ritornerà a distinguersi dall’illogico, non ci saranno più donne né assurde storie di donne in quest’eterna primavera. Un mutismo androgino e solitario scenderà sulla vita a delirio e caffè.

Ciao Amico mio, compagno di Viaggi.

I Venti di luglio


21 Lug

20 di luglio, Indipendenza Nazionale Colombiana. Per un giorno i confini della “civiltà” sono il centro nevralgico dell’azione, e nell’amazzonica Leticia nientepocodimeno che Uribe e Shakira si trastullano con la Gloria degli Dei che il popolo colombiano riversa su di loro. La televisione mostra, in diretta, la marea di gente che ancora una volta risponde all’appello e si riversa nelle strade per chiedere, déja-vu infinito, la liberazione di chi non è né candidato presidente né cittadino francese ma ancora soffre l’incubo di un sequestro.

20 di luglio, etere e sensazioni. Lo stesso schermo blando mostra adesso un qualcosa d’insolito. Chiesette pedemontane e stradine di paese. Strade lontane e destinazioni vicine. Il Tour de France arriva oggi a Prato Nevoso, 40 km da casa (?), 40 km conosciuti metro per metro e mille volte percorsi. Intorno a me, lentamente, il conciliabolo di colombiani raccolti davanti allo schermo raffredda il fuoco dell’emozione patriottica per condividere la sospensione tra due mondi che s’illumina sulla mia faccia. Il ponte di Cuneo, la strada che si apre in due a Miroglio per inglobare la chiesetta ottocentesca, “Marchisio Mobili di Gratteria” al lato della strada sono dettagli che assumono la loro fondamentale importanza solamente quando appaiono a 10.000 km dalla loro reale esistenza. Poi mi accorgo delle giacche a vento della pioggia e controllo la data sul telefonino. 20 luglio, estate cuneese.
20 luglio, Muse a Bogotà. Più di una trama sotterranea si sviluppa sotto l’apparente banalità di un semplice concerto rock. In primo luogo, perchè chiunque abbia visto Muse live o si sia scaricato il Live in Wembley, il famosissimo tour dei Muse sa che non si tratta di un concerto ma del concerto (il riconoscimento del “Best Acting Live” che da anni ormai si assegna alla band gallese ben fotografa il concetto). Ma c’è di più. Da sempre, il binomio Colombia-terrore che spaventa gli organizzatori di eventi&spettacoli escludeva Bogotà da qualsiasi tournée vagamente importante. I prezzi osceni delle compagnie assicuratrici permettevano all’appasionato pubblico colombiano di godersi solamente rottami e nonni-rock come Brian Adams, Marilyn Manson o Iron Maiden. Senza offesa per gli Iron Maiden e per i nonni, gran categoria. Soprattutto se rock. Dopo l’esempio di Bjork, però, una band all’apice della sua carriera osa rompere i canoni e includere Bogotà nel loro world-tour. Black holes and revelations.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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