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Si parlava di caffé, di questo strano mondo che esige visti alle persone ma consente alla carta igienica di viaggiare in lungo e in largo, di borse di studio per l’universitá in Canadá e del trio jazz della serata precedente. Disegnando nell’aria progetti irrealizzabili, pregustando il sangue in bocca di chi si butta a testa bassa nello stretto sentiero tra fantasia e “realtá”. Messa tra virgolette perché cosí dice il grande scrittore, una delle poche parole che non hanno e non possono avere un senso né logico né semantico né letterario.
Tutto sui nostri documenti significava differenza, il colore della pelle, il continente di legale cittadinanza, il sesso, perfino l’etá. E tutto mostrava, ancora una volta, come i documenti non hanno nessun senso, pezzi di carta utili su cui scrivere poesie o in alternativa pulirsi il culo, o scrivere poesie per poi pulirsi il culo, e rinnegare ogni significato romantico al bisogno d’espressivitá come forma d’arte in stato fetale. Volavamo nei cieli bassi dei nostri amori impossibili, soli di fronte ad uno specchio appannato dai nostri respiri. Il tuo artista di strada, la mia chimera lontana, il flirt con il giornalista portoricano, le lunghe mani della tentazione in un film di Fellini. E quello scrittore messicano, ascoltavi le mie storie di mondo e rileggevi nella tua mente vecchie pagine lontane, oggi navigo tra le sue parole ed in silenzio penso a te. Tutt’intorno si aggiravano poliziotti con il mitra sulla schiena, eravamo nella capitale di un paese in guerra e l’indifferenza con cui li sopportavamo era il testamento delle nostre speranze verso un mondo migliore. Era il nostro domenica mattina, tutto ció che avevamo, tutto ció che avremmo voluto avere.

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Leggo dell’esistenza di un’ambasciata d’italia nello stupefacente stato del Vaticano, e non ho nemmeno più voglia d’incazzarmi. Se hanno deciso di mettercela, a qualcosa servirà. Spero almeno che per risparmiare l’ambasciatore mantenga le comunicazioni con Roma tramite i piccioni viaggiatori, o una bici.

Ma poi decido d’incazzarmi lo stesso, perchè qualche ambasciata italiana purtroppo ho dovuto visitarla, ed è stato proprio in quei lugubri covi di paraculati burocrati (a Vilnius il nostro ambasciatore ha uno stipendio più alto del Primo Ministro, ma fa lo stesso) che mi sono vergognato di essere italiano.

A Bogotà, per esempio. L’ambasciata d’italia è un bunker di guerra tra i palazzi residenziali del nord. Circondata da filo spinato, è popolata e difesa dagli esseri più insulsi e maleducati che si potrebbe mandare a rappresentarci all’estero. Questo, ovviamente, se si è colombiani, perchè inutile dire che il trattamento riservato agli utenti è diversificato dalla cittadinanza di questi ultimi.

E’ accaduto, per esempio, che una persona abbia avuto bisogno di informazioni e assitenza a proposito ddi un visto per poter studiare in Italia. Invitazione d’ateneo in regola, fogli e papeli e scartoffie a posto, appuntamento in ambasciata per risolvere un piccolo problema apparentemente piccolo: gli italiani richiedono un deposito bancario enorme per poter accettare lo studente colombiano.

L’appuntamento è alle 2.15, ma l’Avenida Jimenez è bloccata per traffico e si arriva lì 4 minuti dopo. Gli italiani, famosi per il loro proverbiale senso della puntualità, non possono tollerare una cosa del genere e annullano l’appuntamento. “Torni il prossimo mese, il 3 di gennaio”. E non importa se tu arrivi di Barranquilla, 22 ore di autobus dal maledetto bunker. Visto che però spunta fuori un incazzatissimo balticman dotato di passaporto italico, il burocrate ci ripensa e concede un rapido incontro (a me, senza colombiani di mezzo) per mettere in chiaro, tra le righe, un concetto tutto sommato già sottinteso: “abbiamo precise disposizioni di ostacolare qualsiasi colombiano che voglia studiare in Europa”.

E a questo punto, fanculo alle ambasciate, agli ambasciatori, ai governanti e a questo faccione da politico che in televisione mi sta parlando di “gestire il flusso di immigrati”.

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AEROPORTO.
“…il motivo della sua visita in Colombia?”
“in che senso, scusi?”
“dico: studio, lavoro, turismo…che ci metto?”
“ah. Non so. Ci metta: non so”.

SUPERFICIALITA’
“gli europei sono superficiali”.
“ció può essere vero, signora”.
“ma non tu. Tu ti fai 50 ore di viaggio per vedere la tua ragazza”.
“bè, si, è vero”.
“vedi? Tu non lo sei”.
“beh, in veritá sono qua per fare l’attore in un cortometraggio”.
“còmo asì?? Allora sei superficiale anche tu!”
“…ma la regista del corto è la mia ragazza”.
“vedi? Lo sapevo che eri una buona persona”.

TRA PALCO E REALTA’
“Andrès, ti sei reso conto che il tipo che ci ospiterà sul set a Santa Marta è il padrone del villaggio intero?”
“veramente?”
“e che accetta il ruolo di camionista a patto che giriamo le scene dell’arresto con poliziotti finti?”
“ha detto cosi?”
“e che ha detto che il revolver dobbiamo trovarlo noi perchè il suo è sotto sequestro giudiziario?”
“sotto sequestro giudiziario?”
“e che accetta di ospitarci tutti e 15 nella sua hacienda a patto che non ci siano tra noi teste calde con ferri e piombo?”
“merda”.

MESSICO E NUVOLE
“…perdersi, riperdersi, e ritrovarsi”
“perso a guardare un cielo blu”
“non è blu. è cielo”.

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Lago delle Forciolline, Val Varaita (Cuneo), Italia.

Santa Fè de Bogotà, Colombia.

P.S.: so che non c’entra niente ed è scritto in castigliano, però…questo articolo è interessante.

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La tua gente, i segnali di fumo di un Pellirossa, un’Aquila addormentata nella mano. Sto davvero pensando all’evidente sudditanza dello “scrivere” nei confronti del “dimenticare”, e da lì mi inoltro in ingannevoli circoli mentali troppo più veloce delle dita.

Strano davvero il viaggio erratico, a queste latitudini. Il caldo fertile rimpingua i rigagnoli dei sentimenti. Nella stanza a fianco si sentono voci indistinte, amici di amici improvvisano un poker e ne distruggono il sottostante tavolo. Risuonano accenti paisa. Al loro fianco, mi immagino una nativa, immersa nel mondo virtuale in cui si è racchiusa, camminare gomito a gomito con la sua vecchia amica “sé stessa”. Dietro lo schermo passeggia un suo possibile futuro vedovo e lei se lo lascia scappare. Leo cammina a testa alta sopra il filo sul burrone.

-“Dopodomani alle 7 del mattino dovrò prendere il taxi”.

-“Aaah non farla drammatica. Stop that. Tutti hanno preso un taxi per partire pieni di tutto dopo la loro festa d’addio. Una volta Benat è anche riuscito a fermare l’unica taxista donna del sud america, una tettona che non ha mosso un dito mentre lui moriva sotto tonnellate di valigie”.

-“Tu non capisci. Nessuno ha mai dovuto prendere un taxi per finire in un terminal per finire in un bus di venti ore per finire in un bus urbano per finire in un aereo per la Spagna per finire a TORINO. Tu non capisci”.

Urlano di qua ed urlano di là. Sento dietro la porta gente correre fuori dalle vie della ragione. Dietro di lui qualcuno piangendo ride e parla di peperoncino negli occhi. Ma Leo non se n’è accorto, ricollega le logiche delle sue verità:

“Praticamente prendo tutto sto casino di aerei e bus e navi e treni per finire su uno scivolo che conduce direttamente nella merda”

D’improvviso capisco. Rivedo, come in una serie di fotoflash, la cronologia del nostro cammino, ritrovo frammenti di etereo ricordo spersi tra le brezze di savona e le tempeste delle nostre provincie, annego nel trago amaro che questa notte ci tocca. Ombra costante, aleggiano melodie di fado portoghese. Ricordo il tempo in cui tornammo a casa – quale casa? – ebbri, sbranando anguria e mango mi confessavi la spinta definitiva che ti ha trasportato su queste terre. Ci ripenso ora scrutando le facce qua riunite, nascosto in mezzo a altre stronzate ritrovo un po’ d’orgoglio, un qualcosa di cui andar fiero d’aver condiviso con loro.

Te ne vai e per la prima volta il piccolo mondo di questa grande città addormentata sui caraibi si ferma. Non ho mai visto questa casa inondata dalle lacrime, né ho ritenuto logico piangere sopra un qualcosa macchiato di reversibile. Eppure i muri urlano silenzio, in questa prima notte vedova del tuo spirito. Da oggi non esisteranno più parole né tacite intese, il logico ritornerà a distinguersi dall’illogico, non ci saranno più donne né assurde storie di donne in quest’eterna primavera. Un mutismo androgino e solitario scenderà sulla vita a delirio e caffè.

Ciao Amico mio, compagno di Viaggi.

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20 di luglio, Indipendenza Nazionale Colombiana. Per un giorno i confini della “civiltà” sono il centro nevralgico dell’azione, e nell’amazzonica Leticia nientepocodimeno che Uribe e Shakira si trastullano con la Gloria degli Dei che il popolo colombiano riversa su di loro. La televisione mostra, in diretta, la marea di gente che ancora una volta risponde all’appello e si riversa nelle strade per chiedere, déja-vu infinito, la liberazione di chi non è né candidato presidente né cittadino francese ma ancora soffre l’incubo di un sequestro.

20 di luglio, etere e sensazioni. Lo stesso schermo blando mostra adesso un qualcosa d’insolito. Chiesette pedemontane e stradine di paese. Strade lontane e destinazioni vicine. Il Tour de France arriva oggi a Prato Nevoso, 40 km da casa (?), 40 km conosciuti metro per metro e mille volte percorsi. Intorno a me, lentamente, il conciliabolo di colombiani raccolti davanti allo schermo raffredda il fuoco dell’emozione patriottica per condividere la sospensione tra due mondi che s’illumina sulla mia faccia. Il ponte di Cuneo, la strada che si apre in due a Miroglio per inglobare la chiesetta ottocentesca, “Marchisio Mobili di Gratteria” al lato della strada sono dettagli che assumono la loro fondamentale importanza solamente quando appaiono a 10.000 km dalla loro reale esistenza. Poi mi accorgo delle giacche a vento della pioggia e controllo la data sul telefonino. 20 luglio, estate cuneese.
20 luglio, Muse a Bogotà. Più di una trama sotterranea si sviluppa sotto l’apparente banalità di un semplice concerto rock. In primo luogo, perchè chiunque abbia visto Muse live o si sia scaricato il Live in Wembley, il famosissimo tour dei Muse sa che non si tratta di un concerto ma del concerto (il riconoscimento del “Best Acting Live” che da anni ormai si assegna alla band gallese ben fotografa il concetto). Ma c’è di più. Da sempre, il binomio Colombia-terrore che spaventa gli organizzatori di eventi&spettacoli escludeva Bogotà da qualsiasi tournée vagamente importante. I prezzi osceni delle compagnie assicuratrici permettevano all’appasionato pubblico colombiano di godersi solamente rottami e nonni-rock come Brian Adams, Marilyn Manson o Iron Maiden. Senza offesa per gli Iron Maiden e per i nonni, gran categoria. Soprattutto se rock. Dopo l’esempio di Bjork, però, una band all’apice della sua carriera osa rompere i canoni e includere Bogotà nel loro world-tour. Black holes and revelations.

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Il capitolo primo è un balcone di Kaunas, un appartamento ai limiti dell’assurdo dove in una notte di vodka e primavera nordica qualcuno mi parlò di lui, di questo figlio d’immigranti lituani rettore dell’Università di Bogotà che mostrando le chiappe a una contestazione aveva zittito la platea e shoccato la Colombia conservadora.

Nel capitolo secondo, sui legno di un bizzarro ufficio colombiano, si apre la porta ed indiscutibilmente entra un lituano. I modi lenti, la parlata calma, gli occhi azzurri su fisionomia baltica anticipano le referenze di curriculum, che parla di un rettore celebre per aver cambiato, da sindaco, il volto di una delle metropoli più difficili del mondo. Antanas Mockus Sveikas, al tempo rettore della Nacional de Bogotà, iniziò la sua carriera politica mostrando le chiappe a una platea contestatrice: “E’ pedagogia. Inutile la violenza, inutili le punizioni, tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”, esordisce. Sono poi seguite geniali stravaganze e un matrimonio su un elefante, fino al naturale sfocio in una corrente filosofica a tutt’oggi in crescita, conosciuta come il “Movimento dei Visionari”.

Il confronto argomentativo è interessante, per di più Mockus parla un lituano perfetto (Mockus…io no) e ancora ne sfoggia il tipico orgoglio: “Si può dire che nella storia ci siano stati solo due tentativi riusciti di Resistenza Civile Passiva, l’India di Gandhi e la Resistenza Anti-Sovietica Lituana”, sentenzia.
La sua parlata calma si arricchisce di una serie di citazioni lontane, gente come Roger Peterson e il suo “Resistence and Rebellion”, Jen Sharp e Thomas Shelling, Shlowsky e i Formalisti Russi, Dovstojewsky e Sastre e un codicillo della Costituzione Italiana. Ogni concetto innesca in lui un circuito formidabile, e di fronte a qualsiasi semplice domanda accende una catena di ragionamento inimmaginabile che attraversa qualsiasi campo della conoscenza umana per concludersi in una risposta altrettanto semplice. Semplice e geniale.

Due volte sindaco di Bogotà, spiega come abbia creato un magistrale esempio di Amministrazione Creativa ancora studiato da tanti politosociologi del mondo: “Insegnavamo senza punire. Se c’era scarsità d’acqua, non tagliavamo le razioni ma apparivamo in televisione in una doccia di 4 minuti per illustrare i possibili risparmi. Tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”. Aspirante (per la seconda volta) alla Presidenza della Repubblica, Mockus ha in mente idee alternative per risolvere il problema dei sequestri: “Con 30 ragazzi in questo stesso ufficio stiamo organizzando esempi di un possibile dialogo con i capi guerriglieri. L’idea sarebbe raggiungere i vari Fronti delle FARC nella selva in una marcia che raccolga il pacifismo di Gandhi e la progressiva assimilazione di nuovi membri, lungo il cammino, di Mao”. Tutto senza spoliticizzato, sullo schema dell’esperienza bogotana, dove gli assessori e i consiglieri arrivavano in buona parte dalle cattedre accademiche e non dai partiti. “Abbiamo anche studiato un funerale virtuale, una sorta di “Istruzioni in Caso di Sequestro” che sarebbe interessante adottare per contrastare l’ultimo potere rimasto ai Narcotrafficanti, il sequestro appunto. E’ tempo di spiegare alle moglie e ai figli di un guerrigliero che la speranza di vita in questo paese è di 75 anni, e che accorpandosi in gruppi criminali si consegnano, in media, 30 anni della propria vita”.

Qua l’intervista completa (in spagnolo), qua foto nuove.

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Vagava tra i tavolini dei ristoranti della citta’. Presenza costante, cordiale come un cameriere e piu’ convincente delle pietanze tipiche costeñas, proponeva da tempi immemori il suo ultimo capolavoro “solo per voi a 70.000 pesos”. Niente di nuovo nell’immenso supermercato dei disperati barranquillero, se non fosse che l’opera d’arte era lui. Originario della vecchia Cali, John Castaño si rivolgeva ai suoi potenziali clienti in inglese, a volte in francese. Un po’ come stendere la stuoia sulla spiaggia di Celle Ligure e ascoltare un napoletano gridare “Nice coconut fresh coconuuuut…”. Marketing alternativo.

John Castaño, semplicemente, aveva vissuto sei dei suoi cinquantaqualche anni in Spagna, in Francia, in Norvegia e in Olanda, e di quei giorni europei ancora portava il ricordo nel cuore, nei quadri e nella testa. Cosa avesse combinato da quelle parti alla fine nessuno lo ha mai saputo, erano ben chiari pero’ i motivi del suo ritorno: “l’inverno, parcero”. Nonostante lo spirito artistico che lo avvolgeva, non era riuscito a comprendere quel fantastico congegno che ha creato l’inverno per farci apprezzare anima e corpo l’esplosione della primavera.

C’era un qualcosa d’inquietante in quel personaggio. Un mistero che sorgeva spontaneo ascoltando il fiume in piena delle sue parole. Cosa ci faceva tra i tavolini dei ristoranti, a proporre solo per noi il suo ultimo, sempiterno capolavoro a 70.000 pesos? Tra i 13.000 pesos (4 euro 4) salario base giornaliero in Colombia, la risposta.

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