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Quien me ha robado el mes de abril?


06 Dic

Camminavamo lungo una striscia d’asfalto nera, serpente tra le montagne del Nord. Polvere e deserto tra noi e il passato e ogni sorta di futuro. I chilometri tra noi e la capitale si contavano in termini di migliaia; non si contavano più. Una casa nascosta tra pietre e cactus fu una porta aperta su vino e calore. Una casa tra pietre e cactus, e un uomo con gli occhi di ghiaccio dietro la porta, “gli amici della notte sono anche amici miei”, disse.
Poi prese la chitarra ed iniziò a cantare. Era boliviano, ma in quel momento era soprattutto una voce, e non c’era nient’altro che la sua voce, entità piena e carica di una nostalgia misteriosa.
Cantò un’ora o forse una notte, ed erano storie di montagne e asfalto e polvere e deserto e notte e noi e tutto.

Storie che ancora oggi risuonano e continuano, che si ripetono silenziose nell’oscurità del quotidiano.
E noi si continua a camminare, inseguendo altre voci e altre notti e nuovi deserti.

Salta, Jujuy


09 Mag

C’era il sole, questa mattina, sul lato destro dell’autobus. Si vedeva il sole e nient’altro, enorme arancione palla di fuoco lì a venticinque metri dal finestrino del bus. Un fuoco di tramonto ed era mattina, un sole dell’Est a destra dell’autobus che andava verso Nord, verso Salta, verso Los Andes, verso la regione più povera dell’intera Argentina che guarda caso è quella che confina con la Bolivia, con la regione più indigena del Paese e guarda caso confina con la Bolivia, con la regione più controversa ed indigena e povera ed allegra e contadina e in una parola Boliviana dell’intera Argentina, immerso nel cuore di una comunità indigena contadina senz’acqua nel cuore delle Ande. E mentre il sole illuminava la pampa ed il bus andava verso nord io lì a pensare a quanto sono lunghe le Ande, iniziavano in Colombia e terminavano in Chile, ed in mezzo c’è l’Argentina con i suoi spazi infiniti con le sue mille faccie distinte ma in ogni modo grandiose, immense, e il sole che brucia una Pampa selvaggia dove finisce la notte ed inizia il Gran Vuoto. Poi haciendas dai trattori grossi come mietitrebbie, e innumerevoli vacche (una vacca virgola cinque per abitante, in questo Paese), otra vèz vegetazione e finalmente Los Andes. Il nord. Jujuy, La Quiaca. La regione più controversa, indigena, povera, contadina. La più allegra.

Pesce d’aprile boliviano


04 Apr

Giovedì non c’era nessuno nella città, fuori dal terminal del bus. Le strade vuote nell’ora della siesta, i ristoranti semivuoti e ogni negozio chiuso nella Mendoza post-meridiam. Un giorno di lutto nazionale, e non era per la commemorazione delle sciagurate Falkland, e nemmeno per la morte di Alfonsìn, il primo presidente post-dittatura.

Mendoza (e l’Argentina) era a lutto per il 6-1 rifilato dalla Bolivia alla Selecciòn, nei preliminali del mondiale di fùtbol. Sei a uno. Dalla Bolivia. Dalla Bolivia, i vicini di casa (ed immigranti) sfigati. Pressochè ultimi in classifica.

E tutti a ripensare a Maradona, al Maradona bolivariano che visitava Chavez ed Evo Morales, e contestava –  a fianco del Presidente boliviano – l’inagibilità sancita dalla FIFA allo stadio di La Paz, 3.600 metri d’altezza.  Non si è appellato alle difficoltà dell’alta quota, il buon Diego. Almeno per questa volta, è un ex-presidente morto a salvarlo.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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