Posts Tagged “Buenos Aires”

E’ effettivamente curioso aprire ElPais e trovarci il proprio panettiere, dei tempi di Bernal. Questa foto rende piuttosto bene di quanto l’aria sia diventata irrespirabile a Buenos Aires nell’ultima settimana, da quando cioè l’eterna convalescente Argentina si è resa conto di avere la febbre dei maiali, per gli amici H1N1.

Tra psicosi, terrore, propaganda, populismo, starnuti e insabbiamenti vari il problema pare piuttosto serio. Buenos Aires è una città di quindici milioni di incazzati, e la palese evidenza del “qualcosa di strano” dietro a questa strana epidemia è la voce comune.

Mientras tanto, il Governo rassicura e pontifica. Tra i mille inviti alla calma, an umconfortable truth: “occhio al denaro. E’ il maggiore mezzo veicolatore del virus”.

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Giá da qualche tempo vivo in un micromondo bizzarro. Una casita in elegante decadenza nel centro di Bernal, proprio lí dove tutti questi (apparentemente) uguali sobborghi intorno a Buenos Aires rivelano quelle differenze che esistettero ottanta o novant’anni or sono.

Oltre a me e al mio Trozito de Caribe, ovviamente, vive lí una famiglia argentina. Doña Miriam é il perno fondamentale della faccenda: una strega ma di quelle originali, usa le carte come paravento ma in realtá legge dentro agli occhi delle persone. Lavora dieci ore al giorno con il marito, il señor Eduardo, nel taller di sartoria che hanno montato al secondo piano.  Il señor Eduardo é ció che si potrebbe definire un todero: sarto, falegname, muratore, meccanico, panettiere ed idraulico, come il suo nonno d’Abruzzo gli insegnó cinquant’anni addietro. Adora il mate, come la moglie.

Poi c’é Pamela, la figlia, un anno piú di me e due figli piuttosto grandi. Diego, 7 anni, la sua essenza sta nel nome. Grande tifoso dell’Independiente, fatica a perdonare la mia inclinazione verso il River Plate. E la sorellina Abril, definitivamente hermosa.

E tutti insieme si tira allegramente avanti, nel decandente incedere del sano pessimismo europeo nei sobborghi di una capitale latina; finché c’é mate, c’é speranza.

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Pare che in Argentina il miglior vino di produzione nazionale venga destinato al consumo interno, anzichè esportato. Ma pensa te. Sarebbe una situazione quantomento bizzarra, nel contesto dell’America Latina.

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floggerPare che Buenos Aires sia infestata da un virus particolarmente fastidioso, anche se innocuo. I floggers, l’ultima boiata nel tema di quelle grandi boiate che vengono definiti da quei boiari dei sociologi urbani contemporanei (sociologo urbano contemporaneo?) “tribù metropolitane”. Un ossimoro interessante, “tribù metropolitana”, un modo elegante e trendy (anche trendy è un modo elegante e trendy per dire “alla moda”) per dire che stiamo velocemente retrocedendo verso quel mondo animale da cui proveniamo, un modo per dire, in due o tre paroline, che siamo fottuti.

Questi floggers, etimologicamente (altro “?”) un incrocio tra “fotolog” e “bloggers“, ossia tra due parole che etimologicamente non esistono, sarebbero adolescenti, o teenagers che dir-si-voglia, che smettono di dedicare le loro giornate alla sana masturbazione per pettinarsi in modi astrusi (o trendy), riempirsi di piercings e fotografare la loro bella faccia da culo in casa loro, nella stazione della metro, o al centro commerciale “GranAbastos“, un tempo sede del più grande mercato agricolo della città (l’architettura ricorda tempi migliori), oggi appunto centro commerciale sede dei floggers, e testimone del deterioro dei tempi. Ah, dimenticavo, i floggers, da vera e propria tribù urbana quali sono, anelano segretamente picchiarsi come scimmie selvaggie con altre simpatiche tribù metropolitane, come gli Emo, i quali pare esistano anche in Europa, ma qua mi fermo perchè ovviamente nessuno di noi vuole sapere come si vestano questi Emi, né di che si nutrono, né come si spulciano tra di loro.

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Pare che l’Argentina degli anni dieci, o venti, o trenta, fosse un casino ineguagliabile di elementi. Mi piace immaginarla come un foglio bianco, infinito, dove milioni di linee definiscono un’elaborazione astratta. Fusione di elementi, apoteosi della novità, celebrazione del Diverso: tutto esplodeva nell’assenza di regole, l’Uomo poteva allargare le braccia e graffiare la Libertà.

Quattro abitanti su cinque, nella sua capitale, erano immigrati. Quattro abitanti su cinque, e nessuno dei quattro parlava la lingua degli altri tre. Avventurieri, disperati, fuggiaschi, yugoslavi, quintogeniti, primogeniti erranti, italiani, coppie affamate, musicisti incompresi, spagnoli, affaristi falliti, pizzaioli, annoiati, esiliati. Ognuno sceso dal suo transatlantico in un Mondo Nuovo X, la chiamavano Buenos Aires ma avrebbe potuto tranquillamente essere New York, o Timbuctu: mio nonno stesso, ancora oggi, chiama tutto ciò che esiste dall’altro lato di un ipotetico oceano La Merica, un elemento indefinito dove tutto è presumibilmente più grande, più verde, più dubbio.

Vista da lontano, Merica (o Buenos Aires) era, allo stesso tempo, overdose e religione, ribellione e SecondLife, futuro e fantascienza, rinascita e morte.

Difficile immaginare un luogo migliore, di quell’Argentina degli anni venti.

p.s. nuove foto su flickr.

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Buenos Aires la conobbi qualche tempo fa, quando scoprii nella cosiddetta rete il blog di Tanoka. Post dopo post (che potrebbe anche dirsi post post post, ah ah), ho cercato di annusare lo spirito dell’Argentina vista da un tano, fino a quando il richiamo è diventato irresistibile.

E’ quindi un onore per me sedermi al banchetto del suo blog. Nell’attesa di una birra.

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Tanto tempo fa, nella stretta valle dalla quale provengo arrivò l’Inquisizione, e come da sacra apostolica romana abitudine probabilmente diedero fuoco a qualche anticlericale dell’epoca. Da lì, un’abitudine che si è consolidata nelle generazioni, arrivando fino a mia nonna e quindi fino a me: “di religione non si parla”. Meglio così, per evitare problemi.

Nella Buenos Aires di trent’anni orsono, 30.000 giovani scomparvero nel nulla, o meglio, nelle acque del Rio La Plata (o vennero invitati a un simpatico giro turistico al mare, come disse quel simpatico umorista). La madre della mia coinquilina, che studiava nella capitale e lì viveva con un gruppo di altri studenti, uscì a comprare il pane. Una volta tornata a casa, i suoi coinquilini erano tutti morti. Ognuno nella loro stanza, tutti morti. Lo stesso giorno, la madre della mia coinquilina se ne tornò a Mendoza, strappò dalla sua stanza i poster di Che Guevara e dalla libreria ogni libro, e sotterrò tutto in una profonda buca nel giardino. Quando sua figlia le parla dei circoli artistici della Capitale, o di un concerto organizzato dalle Madri di Plaza de Mayo, sua madre le risponde: “di queste cose non si parla”. Meglio così, per evitare problemi.

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Pianura elettrica, spazio elevato al cubo. La città evolve verso l’alto, verso il lungo, verso le acque di un fiume che già sembra mare. Inguaribile rimpianto per un futuro che non esiste più, un futuro che non è mai esistito, agrodolce follia tra presente e passato e passato e futuro. Rock e distorsione per le strade, rock melodico da dehor francese sorseggiando mate, non ci sono monetine non c’è marihuana ma c’è rock, rock, sui marciapiedi di Avenida Alcorta. Generale positivismo di tempi incerti, il mondo va a puttane e noi ci stiamo tutti comodi sullo stesso taxi, hermano. Le tarde luci di un’estate invertita accompagnano l’effetto-placebo, la notte tarda a scendere tra i colori del parco, nella colonia dei disperati felici.

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