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Kenya ISO 125, ƒ/5.6, zoom 28-105


12 Feb

…parlavano di un tempo lontano, insegne verdi Fujifilm sbiadite, hotel di periferia da decenni abbandonati, e poi fumo di diesel, contachilometri ormai milionari, pezzi d’acciaio messi insieme da chissà chi. Era il suono di dialetti in continua mutazione, parole fluide e sottili, impercettibili influenze arabe, vaghi ricordi di commercianti stranieri. I cartelli lungo la strada erano in inglese, e spesso la ruggine o il sole avevano cancellato una H, o reso rosa il rosso sangue della coca-cola. Le donne portavano grosse ceste sulla testa, proprio come nello stereotipo, come nella fantasia. Le vacche e le capre si mischiavano con gli uomini e i minivan, ma sembrava tutta una sola famiglia, sembrava il cosiddetto pattern di un unico, grande paesaggio. C’erano gli artigiani del legno, c’erano i fabbricanti di bare, c’erano meccanici e panettieri, c’erano i benzinai. I poliziotti avevano camicie blu e un kalashnikov a tracolla. Fissandoli in controluce, il metallo rifletteva la luce del sole, e uomo e fucile diventavano un’unica, tranquillizzante silhouette. Le insegne dei negozi erano disegnate a mano, e parevano libri inconsueti che raccontavano storie infinite, vite complete, giornate degne di essere vissute. Ovunque c’era un colore vivo e pesante, una patina concreta che si incollava sulle cose. La complessità degli elementi imponeva un assoluto distacco, un senso di impotenza che rendeva tutto ancora più vivo e vicino.

La strada proseguiva come una striscia d’argento, e nell’obiettivo della macchina fotografica, diventava una bugia.

Per dire cosa, poi?


30 Set

E allora nell’armonia di questo momento apparentemente perfetto, in cui un libro di fotografie si apre su un nudo femminile Anonimo Barcellona 1927, e ritornano in mente le sigarette e il liquore all’achillea di questa mattina alle 3, le conversazioni con Mattia, che dice che le migliori foto della storia delle foto sono a firma di anonimi, e sono le migliori perché non c’era una firma e nemmeno un’intenzione, e ritorna in mente il commento di Giamma, per cui gli alieni, quando raggiungeranno la Terra, potranno dire tutto, tranne che l’essere umano non abbia assolto con dedizione e costanza la funzione di documentare fotograficamente la sua componente femminile, donne ritratte in ogni posa in ogni posizione e con ogni prospettiva possibile, fotografie di donne che appaiono, tutte insieme, come un’enciclopedia e come un semplice incipit,

ebbene

nell’armonia di questo momento, in cui ogni elemento di questa stanza porta la presenza di una storia, in cui il computer risuona di un funky senza arroganza, le pagine di Hrabal hanno la consistenza leggera di quei messali che usava il prete in montagna, le pagine di Steinbeck segano via la linea di confine tra inquietudine sconforto calma oppiacea e assuefazione, distruggono la contraddizione latente tra questo simulacro di paradiso e la voglia stessa di contraddizione, tra la mezza idea di sparire da ogni superficie e il prurito libidinoso di ricercare in questo libro, in questo funky, in questo tappeto ricoperto di nudi femminili anonimi la voglia e il rifiuto della contraddizione, del simulacro, del paradiso, di questo linguaggio che gira intorno a se stesso, nell’armonia di questo momento, apparentemente perfetto.

Questa è una fotografia


17 Mar

Harold, capelli neri e occhi nobili, accento paisa. Vive nella strada, i suoi occhi sono gli occhi di chi ha voglia di chiuderli per un momento, e nascondersi dalle luci della città. Impossibile. Ci riesce con i suoi disegni, a nascondere con la mano la parte brutta delle cose, come si fa avvicinando una mano a cinque centimentri dalla pupilla, la parte marcia rimane coperta e si vede solo una striscia di mondo. Ha la pelle chiara ma anche scura, dipende dai punti di vista, e si sa che i punti di vista sono importanti in una terra dove è meglio mettersi la crema solare per evitare di diventare troppo neri. Harold è nero perchè la strada. Perchè dorme su un cartone nella 73 con 55, lì dove cinque anni fa c’era un parco e adesso ci stanno costruendo la fermata del TransMetro. Eppure sono una brava persona, però tu sai come vanno le cose, io comunque non sono di qua, però è un piacere averti conosciuto, di fronte al Carrefour di solito la gente ti guarda piuttosto male, e invece io voglio solo vendere la mia arte, sai, io la chiamo arte perchè è una cosa che faccio io, che la faccio io e la faccio così e non so nemmeno perchè, forse perchè mi piace così. Però ti guardano male, non so come sia nel tuo paese però qua la gente è razzista, è classista, c’è la società dove devono essere tutti uguali però non possono, sai questo è un paese che ha molti problemi eppure è bello, si sta bene, la gente è felice e sono felice anch’io.

Poi siamo andati al cinema. C’era un film strano, non si capiva se eravamo noi a guardare gli attori attraverso lo schermo, o viceversa.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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