Posts Tagged “Giornalismo”

Non è facile, scrivendo sui limitati spazi di un giornale, riuscire a condensare una notevole quantità di follie in una sessantina di righe. Eppure sul Venerdì de La Repubblica, magazine capace – tra l’altro – anche di pubblicare uno scoop completamente inventato, ogni tanto ci riescono.

L’articolo riportato qui sopra, a firma di Piero Ottone, è uno di quei micidiali mix di populismo e malainformazione particolarmente apprezzato dagli editori italiani, soprattutto quando sono finite le tette e i culi da spalmare un po’ di qua e un po’ di là. L’insana situazione dei media nostrana si può quindi riassumere brevemente in:

  1. …a cominciare dall’alcol, che è forse la droga meno dannosa. Sarebbe bastato un rapido giro su google per smentire questa balla colossale, nota a tutti tranne che a qualche ministro e al signor Piero Ottone.
  2. I poveri non si drogano. No? Si drogano eccome, i poveri. Semplicemente, quando non possono permettersi determinate sostanze stupefacenti, si buttano nel crack, o sniffano colla, o allungano la  cocaina con il cemento in polvere.
  3. Si sono provate tutte le strade per arginare l’uso di droghe. Si è provata la strada della severità e dell’intransigenza, come quella della liberalizzazione. Si? E dov’ero io? E dov’era Ottone? In Olanda? Il mondo è ancora piuttosto lontano da quella liberalizzazione che potrebbe rendere meno ipocrita un sistema che ingrassa le mafie di tutto il mondo.
  4. La prevenzione più valida è l’offerta di alternative che impegnino e appassionino un giovane. Lo sport è spesso lo strumento adatto. Questa è quella che più mi fa incazzare. La più patetica. Perchè lo sport è probabilmente il settore umano maggiormente colpito dal problema delle droghe, e nemmeno troppo sommessamente. Perfino i cosiddetti “atleti della domenica” al lunedì, dopo la gara rionale, pisciano blu, e non si è scoperto oggi.

Se gli spazi nei giornali continueranno ad essere occupati da questi personaggi, i giovani giornalisti continueranno a bestemmiare duro, l’opinione pubblica italiana non potrà fare altro che rincoglionirsi ulteriormente, e gli italiani all’estero presto si dichiareranno ufficialmente apolidi.

Piuttosto, tette e culi.

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Gente, il discorso è serio. Tra un paio di mesi devo (DEVO?) tornare in Italia, e voi non mi aiutate per niente. Leggo quotidianamente repubblica.it e il corriere.it, e rimango alquanto tumefatto da ciò che è diventato ormai il mio paese. Voglio dire. Una sagra di fighe e battibecchi. Una grande osteria a cielo aperto dove chi la spara più grande vince il quartino di vino, non importa ciò che accade altrove, gli spaventevoli intrighi dello stivale la fanno sempre da padrone.

Per fare un esempio. Un paio di giorni fa si è verificato un notevole atto terroristico a Minsk, una di quelle robe che se accadessero a Berlino o a Milano Marittima sequestrerebbero la morbosa attenzione dei media per due settimane almeno. Ciònonostante, è avvenuto a Minsk, e non ci sono motivi di rilievo per aggiornare gli italioti sull’avvenimento. Molto meglio approfondire il dramma del vestito da sposa a Rapallo, ovvio. Inutile sottolineare che Minsk è a 60 km dall’Unione Europea, che da quelle parti la gente spalma il lucido da scarpe per ubriacarsi low-cost, che il dittatore Lukashenko alla fine dei conti non si è mai permesso di attaccare la magistratura del suo Paese (stavolta con la P maiuscola) perchè svolgeva il suo sacrosanto lavoro giustizialista.

A tutto ciò pensavo nei giorni della liberazione di Ingrid. Alla sposa di Rapallo, alle mogli di Tronchetti Provera, alle allegorie del criminalnano e a tutti i pregiudizi che le massaie di Voghera riescono ancora (incredibili, stupende) a lanciare contro le popolazioni cosiddette extracomunitarie. Sugli schermi della televisione scorrevano le prime pagine dei più infimi quotidiani mondiali, ma della stampa italiana nessuna traccia, come è giusto che sia. Bella gente, anche il concetto di “terzo mondo” sta cambiando. Lo dicono i giornali, inconsapevoli, ogni mattina.

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Colombia, Sud America. 45 milioni di abitanti ed un solo quotidiano a diffusione nazionale. Con l’eccezione de El Tiempo il servizio d’informazione cartaceo era affidato ai vari e piccoli e inutili giornali locali, ricchi di cronaca nera gialla rosa e arcobaleno, e transparentemente nulli sulle tematiche più importanti.

Tutto ciò, fino a domenica. Da 3 giorni è infatti ritornato alla quotidianità El Espectador, storica voce colombiana relegato da interessi “oscuri” negli ultimi anni al purgatorio della settimanalità.
Pur consapevole di avere tra le mani un prodotto “cugino” de El Tiempo stesso e del colosso radiotelevisivo Caracol (inciuci di famiglia, guardacaso…), il lettore del nuovo quotidiano si trova effettivamente davanti a una voce alternativa rispetto ai “bollettini presidenziali” de El Tiempo.

Dal lato pratico, lodevole l’idea di pubblicare finalmente un giornale in formato europeo (gli altri newspapers colombiani sono 3 o 4 o 5 microgiornali separati tra sè) e pericolosa (per le vendite) l’attitudine di pubblicare i pezzi migliori anche in versione online.

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“En la foto, militares chinos se preparan para revestirse con ropas de monjes… tomada, a escondidas, el 20 de marzo por la Agencia de Comunicación de Gran Bretaña.

Los monjes de Lhasa dijeron que ellos estaban encerrados y en absoluto no estaban en la manifestación. Algunos lo sabían desde el 20 gracias a esta foto ‘robada’ en condiciones de control irrefutable. La foto pasó por Italia hasta nosotros, testimonio de la desinformaciòn china”

From “Keller”.

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