Posts Tagged ‘identità’

Di fronte al mondo che ci assedia


20 Ago

Dreamer

Alcuni non riescono a immaginare
nient’altro che il presente che li circonda
e trovano assurdo ciò che non è dominante
O CHE ANCORA NON ESISTE:
sono i privi di fantasia e coraggio.

Altri difendono il presente che li circonda
perchè vi traggono benefici
o perchè TROVANO FATICOSO MUOVERSI
in una qualsiasi direzione:
sono i privilegiati e i pigri.

Ci sono poi quelli che vedono nel mondo che li circonda
nient’altro che UN INSIEME CASUALE E ASSURDO
di codici, valori, mode, catechismi.
Questi sono i sessualmente più brillanti.

[grazie a Gianmarco Serra e Maurizio Cont]

Tanaria über alles


05 Ago

Gli aniumani


03 Dic

Gli animali si dividono in:

a) appartenenti all’Imperatore
b) imbalsamati
c) addometicati
d) maialini di latte
e) sirene
f) favolosi
g) cani in libertà
h) inclusi nella presente classificazione
i) che si agitano follemente
j) innumerevoli
k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello
l) et caetera
m) che fanno l’amore
n) che da lontano sembrano mosche.

(tratto da Le parole e le cose di M. Foucault, tratto a sua volta da un testo di Borges, tratto da “una certa enciclopedia cinese”).

Reminescenze su un quaderno giallo


25 Nov

La scuola sociologica utilitarista sostiene che gli individui agiscano inseguendo sempre il loro personale interesse, dice il professore, e intanto fuori dalla finestra il grande fiume appare pericolosamente a secco, è questo che pensa Nacho mentre osserva il cargo all’orizzonte, carne fresca dalla Cina, carne e plastica e gas e metallo, mentre la teoria collettivista, proposta da Durkheim, considera la cultura come un grande strumento potente che guida le interazioni tra gli esseri umani verso un innato senso del bene comune, anime erranti orientate verso il giusto, e secondo questa versione olistica della realtà anche gli egoisti non sarebbero più egoisti, sembra dire il professore, o sembra intendere il tipo con la maglia di bob marley seduto in terza fila, mentre lecca con gli occhi la linea di stoffa nascondersi tra il calore di Beatriz, mentre la nave cinese si avvicina verso il porto, questi cinesi così collettivisti fino al midollo, interessi personali costruiscono bene comune, interessi personali costruiscono oggetti di plastica, ma come condannare quei padri di famiglia che rubano le motociclette fuori da questa università terzomondiale? Potrà definirsi “utilitarista” colui che persegue l’interesse dei propri figli? O saremo forse di fronte a una situazione di sostanziale collettivismo (l’azione personale di rubare per perseguire l’interesse sociale di un’infanzia meglio alimentata), e allora a questo punto cosa sarei io, il più utilitarista tra gli egoisti, l’anticollettivista per definizione, la falla nel sistema il parassita o un individualista d’avanguardia, un individualista immerso in una dimensione socialmente utile, una vittima della collettivizzazione spinto a perdersi in acque straniere, un inutilitarista imperterrito dedito a antitrasformare il collettivo in utilitario – e quindi implicitamente un prodotto della visione olistica della società – mi dica professore, cosa sono io?

Potere alle donne


12 Nov

    All the world is the same     

Che sia la fine della risoluzione psicomuscolare dei rapporti, a questo punto.

Non è solamente un discorso finanziario, politico, sociale, sociologico, economico, antropologico, logico.
E’ una questione storica.
Se si vuole cambiare veramente l’impostazione generale delle cose, se si vuole provare a disegnare un’altra società, è tempo di scendere nella profondità delle differenze, là dove l’umanità viene suddivisa innanzitutto in due – e relativi sottomultipli.

Ci sarebbe da discutere assai sulla validità della costruzione tradizionalmente intesa “uomo”/”donna” in auge finora. Dove passano i confini? In quale punto la “natura” si piega alle leggi della “cultura”? Resta il fatto che, nel frattempo, nella gestione delle pratiche sociali – evidentemente fallimentari, a questo punto (possiamo dirlo?) – si subalternano, ovunque, maschi adulti, bianchi, e con un pessimo gusto per le cravatte.

I risultati sono ben noti: guerre di predominio, intimo bisogno di possessione, relazioni meccaniche di causa-effetto determinate, in fondo, da una medesima logica: stabilire un volto e un nome al macho dominante della situazione. Nel frattempo, con una certa ipocrita analisi critica (anche tra i filosofi, dopotutto, esistono machos diminantes) la filosofia dei rapporti di potere ha registrato ogni passaggio, teorizzato le più fantasiose utopie,  discusso ogni proposta, adottato e rinnegato ogni delirio. E allora… è tempo di cambiare, di invertire il paradigma.

Potere alle donne, alla loro incongrua logica superiore, al loro istinto diversamente animale. Che siano finalmente loro a prendere in mano la società, a scrivere le leggi del branco, a dettare il ritmo e fermarsi quando è il caso. Potere alle donne, alle donne che hanno capito cosa significa essere femmina, alle donne che non hanno più bisogno del loro macho dominante. Potere alle donne, alle donne per davvero, potere alla storia dimenticata dai libri di storia, all’esperienza accumulata nell’ingiustizia sociale, alla forza di chi viene definito – per paura o cinismo – più debole. Potere alle donne, al buon senso di una logica “altra”, al mistero della parte femminile del cosmo, alla determinazione di chi ha lottato e continua a lottare, all’incazzatura di quattromila anni di bibbia e di costola dell’uomo. Potere alle donne, come in Islanda, come nel 2532, come nelle comunità africane magistralmente amministrate da donne. Potere alle donne, perchè finalmente non ci sia più bisogno di dire “potere alle donne”.

L’importanza di chiamarsi Ramon


08 Mar
“Il ramo di un albero è un bastone virtuale”
Pierre Lévy

…proseguono i tentativi di analisi delle cosiddette “sociologie da facebook”, nuova dimensione diversamente reale, che presto o tardi ci ingloberà tutti nel suo paramondo fatto di “mi piace” e pecore virtuali.
Scopro sulla mia pelle i potenti effetti di questa controversa sostanza virtuale, in quanto a “furto di personalità”. Lo scopro attraverso un processo tutto sommato involontario, di cui mi ritrovo, adesso, vittima e mandante.

Il fatto è che tempo addietro (parecchio tempo addietro, nell’era geologica della rete), ho cambiato il mio nome di accesso su quella piattaforma virtuale. Mi sono trasformato in “Ramon Pelotas”, forse perchè mi allettava l’idea di essere rappresentato da un nome particolarmente demente, forse perchè in un pueblo della Colombia centrale avevo passato una piacevole giornata con il pazzo del villaggio, un ottantacinquenne senza denti ma piuttosto abile nella charla, non ricordo nemmeno più io il motivo. Ramon Pelotas, appunto.

Fatto sta che sono diventato Ramon Pelotas, e la mia vita è cambiata. Cioè no, ho continuato ad essere quello che ero, ma per molta gente (gente “virtuale”) mi sono trasformato in una nuova identità. Un’identità che pubblica foto e video e musiche e messaggi, che commenta e condivide, che ha una faccia conosciuta (anzi trentacinque, tante sono le mie foto del “profilo”), e che, soprattutto, è assimilato a un nome. Ramon Pelotas.

Accade infatti che io viva la maggior parte del mio tempo in un luogo che è sempre “altro” rispetto a questi “amici” virtuali. Gente che comunque ha condiviso un certo periodo di tempo con l’alter ego di Ramon Pelotas, compagni di scuola o figure varie, con cui oggi, però, si mantiene – vicendevolmente – una relazione puramente virtuale. Facebook come quel che un tempo fu la chiesa, un luogo dove entri con relativo scarso interesse, soprattutto per dare un’occhiata alle faccie conosciute che potresti trovarci dentro.

Accade anche però che io di tanto in quanto torni nel mondo degli umani. Nella birreria frequentata da buona parte dei miei “amici” virtuali, per esempio – una seconda chiesa, o una seconda “farmville”. Ebbene, è lì che ritrovo facce di profili conosciuti, vecchi compagni delle elementari e canaglie di sempre, e molti, che si sorprendono di vedermi riapparire in carne ed ossa, si apprestano a salutarmi e scambiare due parole. “Allora Ramon, che racconti di nuovo?”

E’ una metamorfosi lenta, ma definitiva. Per molti di loro io continuerò ad essere un’immagine virtuale, un’immagine associata ad un nome che non è il mio, ma non importa. Facebook è la nuova chiesa, ricordiamolo. La nuova verità. Già me li vedo, sul bordo della pensione, chiedersi che fine avrà fatto quel Ramon. Me li vedo appoggiati intorno alla rete di un cantiere, a bestemmiare contro gli operai incapaci, commentando (e magari cliccando su “mi piace”) la novità del giorno: “ti ricordi quel Ramon? Quello che era alle elementari con te. E’ morto. Ho visto i manifesti. La famiglia Pelotas tragicamente annuncia….”

Indicazioni di v(u)oto


16 Giu

La cucina kosovara, le troffie con salsa di pescecane, i balli santagostiniani. Il kebab che distrugge la nostra cultura gastronomica (ma la cultura cultura, quella non importa più), i catalani e gli spagnoli. I pisani che si massacrano con i livornesi, gli italians che “do it better”. Le nostre chiare origini medievali da difendere e promuovere, tutti in piazza vestiti arancioblu a tirare in aria francette e trombe carolingie. L’identità cristiana, perbacco, la nostra sacra identità cristiana da difendere con crocifissi nelle scuole, nelle chiese (va beh), negli ospedali, nei bus, dappertutto. E bandiere occitane dappertutto, bandiere occitane anche giù nel fondovalle, bandiere occitane di fronte a case occitane per distinguere l’occitaneità da tutto ciò che occitano non è.

L’identità è la rappresentazione moderna del vecchio divide et impera. Un’invenzione moderna, che poteva avere un senso finché si parlava di lotta nera o femminile. E che si è invece radicato nella straframmentata sucietà attuale, convertendosi in una piaga nefasta per chi insegue il sogno dell’uomo universale descritto da Nietsche qualche secolo fa, superiore a tutto ciò che pone ostacoli sulla strada verso un mondo libero da ogni divisione. Da non confondere con i processi globalizzatori (anche se il confine è comunque labile), dove l’annientamento è intrapreso verso le locali culture, in una sorte di imposizione univoca dall’alto.

Per combattere tutto ciò, e molto di più, un gruppo di alienati sociali di ogni dove si ritroverà, questo finesettimana ed anche altri, a Saturnia, in Toscana. Politically incorrect il programma delle manifestazioni, che svariano tra mostre di pittura e cinema d’avanguardia, mappe sonore e ogni tipo di espressività. Si parlerà anche di Mockus il visionario, tra l’altro. Chiunque voglia partecipare, partecipi.

CRISI (d’identità)


06 Gen

Gli uomini e le donne nudi, a correre sotto i raggi uhv della macchina a infrarossi. Un fiore giallo che s’illumina nel grigio, nel buio, nel bianco, nel giallo. Un fiore giallo che non si vede. Strade di provincia e vicoli di periferia, basso groove elettrico odori di fogna di ghiaccio e di funghi. Generazioni ed extracomunitari, e lo 0,25 percento dei rom sta invadendo l’italia. Lo zeroventicinquepercento dei rom sta invadendo l’italia. Benzedrina nell’aria. Il tuo sesso virtuale, il mio computer reale, la nostra dimensione è una realtà relativa. E’ fragile ed indistruttibile.

L’invasione dei barbari viaggia in prima classe, ed io squattrinato ad libitum mi spendo gli ultimi miliardi di sogni leccando gli lcd dei cristalli liquidi. Per placare la sete, per bruciare la lingua, per morire di sete. Il cinismo ha sostituito lo zucchero nel caffè del mattino, e il buio ha sostituito il mattino. Il caffè si chiama sempre caffè, ma adesso è turchese vivo. L’autoradio spara un moderno tentativo di grounge, e un esercito di mongolfiere vola alto sui tetti del nemico. La televisione ha detto che dostojevski è diventato illegale, perchè fa riflettere e apre la mente e può distrarre durante la guida. Butterflies and hurricanes. Potremmo dire di vivere un’epoca porca, se solo sapessimo viverla.

Hombre Baltico?


08 Giu

Di tanto in quanto ricevo un prototipo di mail che dice più o meno così: “Ciao, so che tu sei stato in Erasmus a Kaunas, ¿posso chiederti un po’ d’informazioni?” (Grazie Erika per lo spunto, a Barranquilla c’è l’esodo degli stranieri ma non era elegante scriver cose tristi).

In più, adesso sono dotato di un magico sistema hacker per vedere come giunge la gente su questo sito, e scopro che la maggior parte degli utenti-google dirottati qua hanno digitato parole come “lituania”, “ragazze di vilnius”, “in lituania si tromba?”, “erasmus crazy”. Nonostante ci sia, va detto, qualche iperbolico fenomeno che arrivi qua cercando “papa” (?¿?), “viaggio mentale con droghe” (curioso), “tempi moderni” (e ciò mi rende orgoglioso), “l’alcolismo in Venezuela” (la prima parola mi risulta, la seconda no), e soprattutto “mia bossi”. Ad essi dico: non preoccupatevi. I pazzi non siete voi, è google che sclera.

Tornando al discorso originale. Tempo addietro un post riassumeva un po’ di cose utili per chi sceglie un’università baltica. Probabilmente sono ancora attuali, e nell’antro materno di una discoteca quest’autunno avevo anche incontrato chi le aveva lette e si era fidato. Tutto torna, dicono i saggi.

In una crisi d’identitá, il blog mi ha confessato di essere irrimediabilmente perso. Si chiama Baltic Man e qualche blogroll lo contiene sotto la voce “blog di sudamerica”. Io l’ho guardato fisso e gli ho sputato in faccia la verità: “tu sei un bastardo“.

p.s.: la foto di casini apparentemente non c’entra niente. Ho digitato su google “crisi d’identità” e quello è ciò che uscito. Occhio per occhio, dente per dente.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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