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16 giugno 1904


27 Dic

Post-Maasai War

Padre, ho viaggiato a lungo
attraverso deserti e città.
E’ stato un lungo viaggio, padre,
attraverso valli e montagne,
così lungo che ho dimenticato le mie tribù,
i miei cugini, perfino l’umanità.
Osama bin Laden [1996]

Cosa voleva dire con questa citazione, professore, che anche il diavolo può essere poeta?
Che anche il poeta può essere diavolo?

Lo stesso pianto di un neonato rompe il silenzio di mille luoghi del mondo;
le stesse voci e le stesse preghiere accompagnano ovunque il percorso del sole.

Il viaggio prosegue con l’Ulisse di Joyce
che nel disordine compresso di uno zaino
attraversa la soglia di una manyata maasai.

Il postmodernismo d’altra parte è già morto da tempo
e il protagonista della sua storia confusa, viaggiando, si costruisce la sua identità,
“arricchendosi delle diversità con cui entra in contatto,
senza risultarne distrutto o assorbito“.

Tuttavia, all’arrivo nella cittadina di Namelok, da qualche parte sull’altipiano,
una folla silenziosa si ammassa nei pressi di un cantiere.
Il corpo di un bambino è disteso di fianco a una pozza d’acqua sporca,
è coperto da un lenzuolo bianco.

Qualcuno dovrà dire a quella madre rimasta laggiù al mercato a vendere i suoi pomodori
che da qualche parte nel mondo, lassù sull’altipiano,
il mondo continua ad essere una questione terribilmente reale,
e il diavolo continua ad essere poeta,
e il poeta non ha mai smesso di essere diavolo.

Kenya ISO 125, ƒ/5.6, zoom 28-105


12 Feb

…parlavano di un tempo lontano, insegne verdi Fujifilm sbiadite, hotel di periferia da decenni abbandonati, e poi fumo di diesel, contachilometri ormai milionari, pezzi d’acciaio messi insieme da chissà chi. Era il suono di dialetti in continua mutazione, parole fluide e sottili, impercettibili influenze arabe, vaghi ricordi di commercianti stranieri. I cartelli lungo la strada erano in inglese, e spesso la ruggine o il sole avevano cancellato una H, o reso rosa il rosso sangue della coca-cola. Le donne portavano grosse ceste sulla testa, proprio come nello stereotipo, come nella fantasia. Le vacche e le capre si mischiavano con gli uomini e i minivan, ma sembrava tutta una sola famiglia, sembrava il cosiddetto pattern di un unico, grande paesaggio. C’erano gli artigiani del legno, c’erano i fabbricanti di bare, c’erano meccanici e panettieri, c’erano i benzinai. I poliziotti avevano camicie blu e un kalashnikov a tracolla. Fissandoli in controluce, il metallo rifletteva la luce del sole, e uomo e fucile diventavano un’unica, tranquillizzante silhouette. Le insegne dei negozi erano disegnate a mano, e parevano libri inconsueti che raccontavano storie infinite, vite complete, giornate degne di essere vissute. Ovunque c’era un colore vivo e pesante, una patina concreta che si incollava sulle cose. La complessità degli elementi imponeva un assoluto distacco, un senso di impotenza che rendeva tutto ancora più vivo e vicino.

La strada proseguiva come una striscia d’argento, e nell’obiettivo della macchina fotografica, diventava una bugia.

Olenguruone


15 Mar

Olenguruone

Sapore inequivocabile di giorno vero.
Su, nella polvere, a duemilasettecento metri di vita.
Dove il latte caglia nella cenere, e le patate cuociono con le ortiche.

Sono sceso dalla macchina e ho toccato un canto.
Una canzone come un mantra,
un benvenuto che ha lo stesso suono dell’addio.

Fermati a mangiare con noi.

I vecchi sorridono senza pietà,
senza più consapevolezza per le cose del mondo.

Tutt’intorno sono uomini con la zappa,
sono campi verdi e nuvole.

La ragazzina con lo sguardo fiero risponde a tutte le domande,
poi ne porge lei una a te.
E dimmi, tu sposeresti mai una ragazza nera?

Io non sposerei mai un ragazzo bianco, dice lei.
Non sarei così sicura di poter continuare a mangiare con le mani.
Sai com’è, magari accetterebbe le differenze tra noi
però non sono sicura che mi capirebbe.

Là dietro mamma africa e le sue voci,
un diluvio.
mamma africa in un respiro,
sul collo.

Quindi tutto questo è solo per oggi,
mamma africa?

Non pensare al latte cotto nella cenere,
non pensare al fuoco che muore.
mamma africa sa quel che è giusto per te,
solo che ancora non te lo dice.

Immagine e Azione.


02 Mar

Kibera Masks

Stazione di polizia di Kibera, lo slum di Nairobi.

Tensione nell’aria
eccitazione diffusa
vibrazione collettiva.

Dopodomani ci saranno le elezioni.

E volano gli elicotteri sulle nostre teste.
E squilla la tromba dalla guardiola.
Un centinaio di adolescenti armati battono i tacchi e saltano sull’attenti.

Arriva il comandante, arriva il generale, arriva il colonnello.
Tutto questo sembra il set di un film con dittatori anni 70.
Nell’architettura del contesto
nell’arredamento degli uffici
nell’abbigliamento dei presenti
leggi il fascino perverso di un mondo Altro.

Tutto questo è il set di un processo elettorale particolarmente importante, nell’Africa Orientale dell’anno 013.
Cosa succederà dopodomani?

Nel 2008, alle ultime elezioni, il disordine e la violenza etnica sono esplosi a fondo in tutto il paese, provocando un centinaio di morti e migliaia di problemi.
A Kibera, la baraccopoli più grande di Nairobi, la rabbia è esplosa contro la polizia.
Il novanta percento degli abitanti di Kibera è di etnia Luo (candidato Raila Odinga).
Il novanta percento dei poliziotti è di origine Kikuyu (candidato Uhuru Kenyatta, figlio d’arte).

Il sessantacinque percento dei kenioti vive negli slum.

Altre considerazioni qui.

Muzungu*


26 Feb

Nairobi.
Umanità e polvere, la pelle d’ebano della sua vita che si muove per strada.
Un milione e mezzo di persone nasce nelle baraccopoli.
La popolazione è fatta di etnie.
Ieri una signora mi diceva che i Luo sono alti, forti, ma anche un po’ viscidi. Parlano a bassa voce, hanno l’attitudine del comando.
[chi sono i razzisti quindi?]

Nairobi è fatta anche di musica.
Domenica la band ha suonato cinque ore almeno.
C’erano quattro percussionisti e una sola melodia.
La musica a Nairobi è un mantra verso lo stato di tranche.

Nairobi però sono soprattutto gli sguardi.
Finestre sincere su un’esistenza più semplice del previsto.
Nonostante la polvere
Nonostante lo slum
E grazie alla musica
A Nairobi la vita vibra d’intensità.

*In Swahili, “muzungu” è la parola che si usa per descrivere l’uomo bianco in costante – e inconcludente – movimento.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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