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La cucina kosovara, le troffie con salsa di pescecane, i balli santagostiniani. Il kebab che distrugge la nostra cultura gastronomica (ma la cultura cultura, quella non importa più), i catalani e gli spagnoli. I pisani che si massacrano con i livornesi, gli italians che “do it better”. Le nostre chiare origini medievali da difendere e promuovere, tutti in piazza vestiti arancioblu a tirare in aria francette e trombe carolingie. L’identità cristiana, perbacco, la nostra sacra identità cristiana da difendere con crocifissi nelle scuole, nelle chiese (va beh), negli ospedali, nei bus, dappertutto. E bandiere occitane dappertutto, bandiere occitane anche giù nel fondovalle, bandiere occitane di fronte a case occitane per distinguere l’occitaneità da tutto ciò che occitano non è.

L’identità è la rappresentazione moderna del vecchio divide et impera. Un’invenzione moderna, che poteva avere un senso finché si parlava di lotta nera o femminile. E che si è invece radicato nella straframmentata sucietà attuale, convertendosi in una piaga nefasta per chi insegue il sogno dell’uomo universale descritto da Nietsche qualche secolo fa, superiore a tutto ciò che pone ostacoli sulla strada verso un mondo libero da ogni divisione. Da non confondere con i processi globalizzatori (anche se il confine è comunque labile), dove l’annientamento è intrapreso verso le locali culture, in una sorte di imposizione univoca dall’alto.

Per combattere tutto ciò, e molto di più, un gruppo di alienati sociali di ogni dove si ritroverà, questo finesettimana ed anche altri, a Saturnia, in Toscana. Politically incorrect il programma delle manifestazioni, che svariano tra mostre di pittura e cinema d’avanguardia, mappe sonore e ogni tipo di espressività. Si parlerà anche di Mockus il visionario, tra l’altro. Chiunque voglia partecipare, partecipi.

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Era più simpatico, più intelligente, più preparato, più onesto, con più latte e meno cacao di Santos, eppure ha perso le elezioni, in Colombia. Come è possibile? Questo è ciò che mi chiede chi ha seguito l’exploit del Partido Verde, sottoposta dal sottoscritto ad un bombardamento mediatico senza precedenti, alla luce dei risultati post-elettorali (si aggiunga poi, a onor del vero, che PeaceReporter è stato l’unico giornale italiano a seguire dall’inizio questa campagna elettorale post-Uribe).

Già, perchè? Perchè un candidato che parlava di “fondi pubblici, fondi sacri”, di rispetto per la vita e per l’ambiente, che ha rivoluzionato Bogotà attraverso le soli armi della pedagogia creativa sostituendo gli inutili vigili urbani con un esercito di clown, che ha risposto alle minacce di morte con un giubbotto antiproiettili dal buco sul cuore, che per nessun motivo risponde agli attacchi degli avversari, che restituisce allo Stato i rimborsi elettorali, che va in ufficio in bicicletta, che è pluri-laureato honoris causa per le sue ricerche in teoria ed azione, che è universalmente riconosciuto per la sua trasparenza, che combatte con ogni arma possibile la cultura della corruzione dilagante in Colombia, che è evidentemente l’uomo giusto (un accademico, lontano da ogni gioco di potere) per trasformare il suo Paese in ciò che dovrebbe essere, perchè un personaggio del genere perderà (domenica 20 giugno) il ballottaggio contro un politicante responsabile dell’assassinio gratuito di 2.200 civili???

Semplicemente, perchè questa è la Colombia. Un Paese corrotto, sostanzialmente ignorante, dominato da un odioso conservatorismo “di buona famiglia” e inetto, flagellato da cinquant’anni di massacri che hanno definitivamente cancellato (al contrario di ciò che accade in altre società latinoamericane contemporanee) ogni speranza di cambio sociale attraverso l’azione politica, inebetito da mezzi di comunicazione che ripetono all’unisono un messaggio già collaudato su scala mondiale: esiste un diavolo (le Farc), un amico del diavolo (Chàvez) e un solo possibile salvatore: Juan Manuel Santos, o qualsiasi individuo di sesso maschile e carnagione chiara e fede cattolica (non come Mockus, che è ateo!) che si dichiari disposto a continuare la linea dura di Uribe e bombardare…sé stessi.

Si sperava nel miracolo, ed in un certo senso, un miracolo è accaduto. 3.134.222 colombiani hanno votato per un partito che tre mesi prima non arrivava all’1% nei sondaggi, costringendo al ballottaggio un signore che aveva già in mano la Presidenza, per semplice investitura divina (dios es Uribe, Uribe es dios). Più in là di concetti obsoleti quali “destra” e “sinistra”, una nuova concezione del “fare politica” è entrata con eleganza nel panorama colombiano, valori etici e propositivi che non sarebbe nemmeno male esportare nel drammatico contesto italiota, oggi più che mai bisognoso di nuove proposte. 757.ooo individui (ad oggi) si sono impegnate in prima persona su new-media quali facebook – Mockus ha superato, in numero di fan, personaggi quali Nelson Mandela -, mostrando una volta di più il potenziale di mezzi di comunicazione che, se utilizzati correttamente, potranno aiutare intere società ad abbandonare l’era primitiva della televisione, e i berlusconismi che ne derivano. Ed è stato un professore, studioso e ricercatore, ex rettore, filosofo e matematico – insomma, non un comico né un ex-questurino – a sollevare un’onda verde di contagiosa utopia, che in epoche di preminobelperlapace guerrafondai, è scesa come una cascata di acqua fresca sulle lingue avide di speranza di chi l’ha vissuta.

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…crescono le possibilitá di Antanas Mockus. La Colombia inizia oggi un mese decisivo per i suoi prossimi vent’anni di storia, l’interesse internazionale aumenta.

Questo é il nostro articolo dalla Colombia.

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Per festeggiare il post numero 500 (wiiiiiii!), in questo lungo articolo spiego perché si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di emigrare in Colombia.

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Il capitolo primo è un balcone di Kaunas, un appartamento ai limiti dell’assurdo dove in una notte di vodka e primavera nordica qualcuno mi parlò di lui, di questo figlio d’immigranti lituani rettore dell’Università di Bogotà che mostrando le chiappe a una contestazione aveva zittito la platea e shoccato la Colombia conservadora.

Nel capitolo secondo, sui legno di un bizzarro ufficio colombiano, si apre la porta ed indiscutibilmente entra un lituano. I modi lenti, la parlata calma, gli occhi azzurri su fisionomia baltica anticipano le referenze di curriculum, che parla di un rettore celebre per aver cambiato, da sindaco, il volto di una delle metropoli più difficili del mondo. Antanas Mockus Sveikas, al tempo rettore della Nacional de Bogotà, iniziò la sua carriera politica mostrando le chiappe a una platea contestatrice: “E’ pedagogia. Inutile la violenza, inutili le punizioni, tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”, esordisce. Sono poi seguite geniali stravaganze e un matrimonio su un elefante, fino al naturale sfocio in una corrente filosofica a tutt’oggi in crescita, conosciuta come il “Movimento dei Visionari”.

Il confronto argomentativo è interessante, per di più Mockus parla un lituano perfetto (Mockus…io no) e ancora ne sfoggia il tipico orgoglio: “Si può dire che nella storia ci siano stati solo due tentativi riusciti di Resistenza Civile Passiva, l’India di Gandhi e la Resistenza Anti-Sovietica Lituana”, sentenzia.
La sua parlata calma si arricchisce di una serie di citazioni lontane, gente come Roger Peterson e il suo “Resistence and Rebellion”, Jen Sharp e Thomas Shelling, Shlowsky e i Formalisti Russi, Dovstojewsky e Sastre e un codicillo della Costituzione Italiana. Ogni concetto innesca in lui un circuito formidabile, e di fronte a qualsiasi semplice domanda accende una catena di ragionamento inimmaginabile che attraversa qualsiasi campo della conoscenza umana per concludersi in una risposta altrettanto semplice. Semplice e geniale.

Due volte sindaco di Bogotà, spiega come abbia creato un magistrale esempio di Amministrazione Creativa ancora studiato da tanti politosociologi del mondo: “Insegnavamo senza punire. Se c’era scarsità d’acqua, non tagliavamo le razioni ma apparivamo in televisione in una doccia di 4 minuti per illustrare i possibili risparmi. Tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”. Aspirante (per la seconda volta) alla Presidenza della Repubblica, Mockus ha in mente idee alternative per risolvere il problema dei sequestri: “Con 30 ragazzi in questo stesso ufficio stiamo organizzando esempi di un possibile dialogo con i capi guerriglieri. L’idea sarebbe raggiungere i vari Fronti delle FARC nella selva in una marcia che raccolga il pacifismo di Gandhi e la progressiva assimilazione di nuovi membri, lungo il cammino, di Mao”. Tutto senza spoliticizzato, sullo schema dell’esperienza bogotana, dove gli assessori e i consiglieri arrivavano in buona parte dalle cattedre accademiche e non dai partiti. “Abbiamo anche studiato un funerale virtuale, una sorta di “Istruzioni in Caso di Sequestro” che sarebbe interessante adottare per contrastare l’ultimo potere rimasto ai Narcotrafficanti, il sequestro appunto. E’ tempo di spiegare alle moglie e ai figli di un guerrigliero che la speranza di vita in questo paese è di 75 anni, e che accorpandosi in gruppi criminali si consegnano, in media, 30 anni della propria vita”.

Qua l’intervista completa (in spagnolo), qua foto nuove.

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Venti menu’ variegati e distinti. Uno per ogni ora di viaggio, attraversando una Colombia che piano piano si raffredda, si bagna, si tinge di verde e poi di nero e poi di alba tropicale. Fotografie gia’ viste, passano le ore, un bambino di 8 anni mi offre un mandarino. E’ sporco, scazzato, ha la maglia al contrario. Parliamo di calcio e di cose, a Bogota’ lo aspetta la mamma.

Passano le ore e sembrano giorni. Si alternano i risvegli ed i libri. L’autobus adesso attraversa l’altipiano dei Tatra slovacchi, poi la Svizzera, poi un sogno che diventa realta’ e si chiama Tunja. Giace persa a 3000 metri d’altezza e c’e’ la nebbia e profuma a malinconia, qualcuno sentenzia che si tratta del luogo piu’ freddo di questo sorprendente paese. L’autobus produce Vallenato, l’mp3 e Manu Chao lo sovrastano e lo annullano.

Poi, arriva Bogota’, con le sue manie di grandezza da metropoli mondiale. Il traffico conduce in un’altra eternita’, ma l’incubo finisce in un appartamento di facce conosciute ed ignote. Si obbedisce tutti alla legge che vuole “gli amici degli amici tuoi amici”. I muri sono dipinti d’assurdo, sulla porta della cucina c’e’ una serie infinita di fototessere: i visitatori di quest’antro d’artisti nel corso degli anni. Appendo la mia ma non mi riconosco in quel tipo.

“Cosa ci fai qua nella pioggia?” “No niente. Vengo a conoscere Mockus”. “ah grandioso, grandioso Mockus, andiamo a bere qualcosa”. Dopo la pioggia e prima della birra saltano fuori facce d’amico.

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