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Di un vecchio cinema


08 Dic

Velluto rosso sospeso sul tempo.
Separa il marmo dalla gomma, la luce dal buio, il suono dal silenzio.
Al di là del velluto, il cinema.
Al di qua del velluto, la realtà.
Un velluto rosso per separare il cinema dalla realtà.

Locandine antiche appese ai muri scrostati.
L’angolo in alto a destra è muffa. Probabilmente si infila sotto un balcone, là dietro.
E’ vietato introdurre apparecchi di registrazione analogica o digitale, è vietato consumare bevande e alimenti all’interno della sala, è vietato fumare.
E’ consentito schioccare la lingua e stupirsi dell’effetto d’eco. E contare le aste metalliche della ringhiera.

Spostando la prospettiva del riflesso sul vetro, poi, si riesce a inserire Clint Eastwood nella cornice della finestra della Trattoria del Peso, lì di fronte.
Illusioni ottiche autoprodotte.
Al di qua del vetro, il cinema.
Al di là del vetro, la realtà.
Un gioco di prospettive per infilare il cinema nella realtà.

La fotografia del fondatore della società operaia un po’ sbiadita, vicino all’ingresso.
Un cartello che dice la pro loco vi augura una buona serata. Quale carattere avranno usato per scriverlo? Bernard MT Condensed. E chissà com’era il mondo quando non avevi ancora la stampante.
Un cane che abbaia insistente, copre la musica.
Viene dal vetro, o viene dal velluto rosso?
Scende dal cinema, o arriva dalla realtà?

Non si fa più il buon vecchio cinema di una volta.
Oggidì le poltrone sono scomode.

Dyb


30 Dic

Un amico ha scritto un libro, e non è automatico leggerlo, è automatico scrivergli – dopo.

Un amico ha scritto un libro, perchè aveva qualcosa da dire.

Un amico ha scritto un libro, perchè avevamo qualcosa da ascoltare.

Un amico ha scritto un libro, poi un altro, poi un altro ancora. Questo di oggi è l’ultimo, prima del prossimo. Quando ho iniziato il suo primo libro, il mio amico non era ancora mio amico. Quando l’ho finito, il mio amico non era ancora mio amico, ma era già mio amico.

Un mio amico ha scritto un libro, e a questo punto è chiaro che mi è amico anche il libro, perchè i libri dei miei amici sono anche miei amici.

Un mio amico ha scritto un libro, ed è come se l’avesse narrato a voce. L’ha scritto come l’avrebbe pensato e come l’avrebbe parlato, l’ha scritto parlando, l’ha letto scrivendo. Ha scritto un libro come racconta una storia, ha scritto una storia per raccontare un libro.

Un mio amico ha scritto un libro, pieno di stereotipi e contro gli stereotipi, ha scritto un libro su una terra che fu la mia su un’età che fu la mia su una realtà che non abbiamo ancora fra le mani.

Un mio amico ha scritto un libro, per deviare il maldipancia verso inaspettate speranze.

Un mio amico ha scritto un libro per scrivere un libro, e non per pubblicare una copertina.

Un mio amico ha scritto un libro, strano, iperreale, romanzato, fotografico, trasparente, libro.

Un mio amico ha scritto un libro.

Stump


02 Set

Mentre torni indietro, sotto una luna che diventa fredda e improvvisamente mutilata del suo lato migliore, e solo il motore dà un senso sonoro a canzoni in potenziale, orfane di musica – accordi comunque in minore, accordi immaginari –, tu solo in macchina, e i nuovi capannoni industriali prefabbricati che spuntano come figli illegittimi, senza un nome né un perché, e nelle orecchie ancora le chitarre di un rock sbiadito da ogni sorta di covers, e lo sguardo illusoriamente provocante di lei, cosa fai quest’anno e chi lo sa, beh fatti sentire io sono qua, mentre superi mazzi di fiori freschi sul ciglio della strada e d’istinto sposti il piede sul pedale più a sinistra, alzi gli occhi sullo specchietto retrovisore e ti risvegli come ubriaco la domenica mattina, sensazione sgradevole di mille dejà-vu.

Sul concetto di “arte”, in Provincia


23 Lug

Come difendersi da un luogo in cui gli unici segnali di passaggio del tempo sono rappresentati da Pasquette Capodanni e Feste delle Birre spesi ad annebbiarsi, dove la vitalità si misura sugli ettolitri di alcol vomitati o dai record di coma etilico segnati nella festa di compleanno del ’95, un luogo dove i gggiovani votano in massa leganord e riescono a dimostrare una qualche forma di interesse solo di fronte ad oggetti che si muovono da soli, nei quali investono anni di sudati stipendi e, a volte, muoiono?

Semplicemente, fuggendo.

E’ la Provincia, la provincia di sempre, raccontata dai ligabue, dai vaschi, dagli storici finti maledetti di sempre. Dai maledetti di provincia. Ma è anche una provincia che significa, vagamente, “casa”, e che rappresenta un baricentro costante tra il romanticismo bucolico e l’isteria postmoderna, tra la genuina grezza semplicità e le dinamiche ipocrite del mondo degli altri.

E c’è anche una Festa della Birra, nella mia Provincia. O meglio: c’è SOLO una Festa della Birra, nella mia Provincia. Le maiuscole sono d’obbligo. Storica, rassicurante, devastante, anestetizzante, alcolizzante, massiva, identitaria, eccetera. La Festa della Birra è semplicemente “la festa”, “l’evento” intorno a cui tutto ruota. E’ il “soma“, la droga ideale descritta nel romanzo di fantascienza Il mondo nuovo (Brave New World) di Aldous Huxley. Capace di bandire qualsiasi forma di sofferenza, di annullare la percezione dei propri bisogni ed in particolare, delle necessità umane. Prima su tutte, quella espressiva. Attiva o passiva che sia.

Sì, perchè il problema sorge nel momento in cui, nei giorni immediatamente successivi alla Festa, con gli ospedali ancora caldi di barelle da coma etilico ed i carabinieri che si fregano le mani per le quantità di punti decurtati, gli iscritti al gruppo su facebook ricevono un messaggio tipo questo: “Centinaia di fotografie raccontano 5 giorni di un’avventura alcolica…gli stati piu’ pietosi sono diventati arte per mano della nostra “anima dei ricordi” che non ringrazieremo mai abbastanza….soprattutto per quello che NON ha pubblicato! Cercatevi e taggatevi…se nn siete sicuri di essere PROPRIO VOI…ricordatevi che con ogni buona probabilita’ eravate abbastanza ciukki da prendere quella forma!!“.

“Gli stati più pietosi sono diventati arte”. Ora: è proprio questo il problema. Considerare “arte” l’immagine di se stessi claudicanti e deliranti, così fantasticamente, artisticamente ciukki come Bukowski, o Bon Scott. Una notevole ammissione di decadenza nel Paese di Michelangelo e Pasolini, perbacco. Ma soprattutto, una notevole occasione sprecata per canalizzare la naturale (e legittima! Sacrosanta! Ammirevole!) voglia di evasione di un’intera popolazione giovanile verso qualcosa di più profondo, ed “evasivo” per davvero (Concerti seri. Installazioni artistiche. Proiezioni video. Notti di musica elettronica vera. Danze tribali africane. La discografia di Albano trasmessa in loop per cinque giorni consecutivi. Qualsiasi cosa che non sia una coverband, per favore).

Viene in mente la mail di un caro amico, un osservatore professionale. Curioso di conoscere la famosa Festa della Birra, quest’anno ha partecipato in prima persona. La sua mail “a freddo”, in parafrasi della sopracitata Soma: “Curioso come, attraverso l’alcool distribuito con grande generosità da capitalisti parassitari, si riesca a trasformare un parcheggio nell’evento mondano più importante di un’intera vallata“.

Detto questo, andate in pace. Cercatevi e taggatevi.

Io di Miami non conoscendo Crava avrei pensato di vedere il mondo


03 Giu

Sono nato in un posto dove la gente dichiarava morte le persone in coma: avevano fretta di andare al funerale. Le attivita’ di svago dopotutto erano quelle che erano ed ogni avvenimento era buono per rompere la routine delle stagioni. Anche le stagioni erano una via di fuga, una sceneggiatura a quattro lati che ruotava su se’ stessa fino a quando sarebbe calato il sipario. Poi vennero le droghe, in dose massiccia e a massicce dosi, tante droghe per tutti i gusti nella Nuova Societa’ della Libera Scelta, un cono con eroina ed anfetamine di guerra per me ed una coppetta di soli acidi per la mia ragazza, se ci puo’ mettere un po’ di panna montata sopra per favore. Alla ragazza, dico. Che presero due piccioni con una pera, perche’ fornivano un’attivita’ di svago alternativa alla popolazione incrementando ineluttabilmente la frequenza dei funerali, finche’ imprevedibilmente la frenesia dei nuovi usi entro’ nella sua fase di naturale recessione.
Erano giunti i tempi dell’ozio, la gente si riuniva in veri e propri “movimenti per l’ozio” poi sostituiti in “progetti di ozio” per il terrore che la parola “movimento” ispirava nei facinorosi al contrario, un ozio condiviso ed uno zio condiviso con Thomas Elliot Erika Pitsillides e Gianni Mina’, e tutti quei razzisti d’avanguardia che odiavano i bianchi, milioni di razzisti con le camicie verdi al contrario, perche’ essere originali divenne una priorita’ e la Febbre dei Lama aveva contagiato il mondo capovolto, nonostante il vaccino Avast -poi sostituito con Atsizzar – dell’Azienda Sanitaria Locale. Innumerevoli code di bambine e bambini tra i cinque ed i dieci anni, le bimbe col grembiule e i bambini con la maglietta di Che Guevara, niente di originale quel suo nome da guerrigliero della pampa, se fosse nato a Genova si sarebbe chiamato Belin Guevara con buona pace del merchandising cinese, e di tutti i semiologi dell’assurdo.

Per proprietà commutativa


05 Giu

Disperso tra vecchie mail e promemoria strani scritti su un ventilatore si è materializzata sotto i miei occhi una verità. Niente di cosi importante, per carità, solamente il fatto che Baltic Man era atteso sul Barranquilla-Miami-Houston delle 9.35.

Era. Non ci saranno lontani Texas, nemmeno stanche estati sotto il sole fasullo di parchi in provincia, non è più il tempo per amori di altre epoche e latitudini che inevitabilmente, e ancora una volta, rimangono per strada vittime di assurdi sacrifici cerebrali. Non ci sono orologi nè calendari, non esistono obbligazioni e contratti, le responsabilità sono sepolte sotto una montagna sporca di cd, libri sgualciti, piatti sporchi e portaceneri pieni.

Non esistono catene e non esistono manette. Tutta quella roba è un’invenzione malefica di un animalesco fabbro che fondò lontano nei secoli la prima bottega nei boulevard del cervello. Artiglieria pesante armata per difendersi dalle ragionevolezze dell’istinto, codardia e cobardia mascherata da nomi romantici come “legami” e amore“. Senza una riflessione filosofica sul significato primordiale dei termini, senza ammettere l’esistenza di altre entità nobili che si possono chiamare “fantasia” e “istinto“. Santodio, non dovrebbe e non deve essere toccare il fondo di una bottiglia per capire che le uniche catene ammesse nell’amore dovrebbero essere quelle che legano la tua principessa in estatico visibilio al legno del tuo letto, non dovrebbe e non deve comparire il vecchio angelo custode dei meandri dell’anima a illustrare il principio commutativo dei sentimenti più belli che si possono regalare ad un’entità astratta.

Io me ne rimango tra le palme e tra il sudore eterno. Sudamerica offre ancora le sue materne mammelle, e abbandonato tra salsa e cuccioli di uomo scalzi mi abbandono a succhiarne tutta l’essenza di libertà.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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