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Sono nato in un posto dove la gente dichiarava morte le persone in coma: avevano fretta di andare al funerale. Le attivita’ di svago dopotutto erano quelle che erano ed ogni avvenimento era buono per rompere la routine delle stagioni. Anche le stagioni erano una via di fuga, una sceneggiatura a quattro lati che ruotava su se’ stessa fino a quando sarebbe calato il sipario. Poi vennero le droghe, in dose massiccia e a massicce dosi, tante droghe per tutti i gusti nella Nuova Societa’ della Libera Scelta, un cono con eroina ed anfetamine di guerra per me ed una coppetta di soli acidi per la mia ragazza, se ci puo’ mettere un po’ di panna montata sopra per favore. Alla ragazza, dico. Che presero due piccioni con una pera, perche’ fornivano un’attivita’ di svago alternativa alla popolazione incrementando ineluttabilmente la frequenza dei funerali, finche’ imprevedibilmente la frenesia dei nuovi usi entro’ nella sua fase di naturale recessione.
Erano giunti i tempi dell’ozio, la gente si riuniva in veri e propri “movimenti per l’ozio” poi sostituiti in “progetti di ozio” per il terrore che la parola “movimento” ispirava nei facinorosi al contrario, un ozio condiviso ed uno zio condiviso con Thomas Elliot Erika Pitsillides e Gianni Mina’, e tutti quei razzisti d’avanguardia che odiavano i bianchi, milioni di razzisti con le camicie verdi al contrario, perche’ essere originali divenne una priorita’ e la Febbre dei Lama aveva contagiato il mondo capovolto, nonostante il vaccino Avast -poi sostituito con Atsizzar – dell’Azienda Sanitaria Locale. Innumerevoli code di bambine e bambini tra i cinque ed i dieci anni, le bimbe col grembiule e i bambini con la maglietta di Che Guevara, niente di originale quel suo nome da guerrigliero della pampa, se fosse nato a Genova si sarebbe chiamato Belin Guevara con buona pace del merchandising cinese, e di tutti i semiologi dell’assurdo.

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Disperso tra vecchie mail e promemoria strani scritti su un ventilatore si è materializzata sotto i miei occhi una verità. Niente di cosi importante, per carità, solamente il fatto che Baltic Man era atteso sul Barranquilla-Miami-Houston delle 9.35.

Era. Non ci saranno lontani Texas, nemmeno stanche estati sotto il sole fasullo di parchi in provincia, non è più il tempo per amori di altre epoche e latitudini che inevitabilmente, e ancora una volta, rimangono per strada vittime di assurdi sacrifici cerebrali. Non ci sono orologi nè calendari, non esistono obbligazioni e contratti, le responsabilità sono sepolte sotto una montagna sporca di cd, libri sgualciti, piatti sporchi e portaceneri pieni.

Non esistono catene e non esistono manette. Tutta quella roba è un’invenzione malefica di un animalesco fabbro che fondò lontano nei secoli la prima bottega nei boulevard del cervello. Artiglieria pesante armata per difendersi dalle ragionevolezze dell’istinto, codardia e cobardia mascherata da nomi romantici come “legami” e amore“. Senza una riflessione filosofica sul significato primordiale dei termini, senza ammettere l’esistenza di altre entità nobili che si possono chiamare “fantasia” e “istinto“. Santodio, non dovrebbe e non deve essere toccare il fondo di una bottiglia per capire che le uniche catene ammesse nell’amore dovrebbero essere quelle che legano la tua principessa in estatico visibilio al legno del tuo letto, non dovrebbe e non deve comparire il vecchio angelo custode dei meandri dell’anima a illustrare il principio commutativo dei sentimenti più belli che si possono regalare ad un’entità astratta.

Io me ne rimango tra le palme e tra il sudore eterno. Sudamerica offre ancora le sue materne mammelle, e abbandonato tra salsa e cuccioli di uomo scalzi mi abbandono a succhiarne tutta l’essenza di libertà.

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