Posts Tagged “Ritorno”

Una scritta su un muro a Medellìn diceva più o meno così: “No puede entender el mundo quien no aprendiò a conocer su tierra”.

Viola Fraz. Castello, settanta abitanti. Valle Mongia, Cuneo.

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Non esistono più geki, solo lucertole intorno a me. E minuscoli sono gli alberi, minuscoli e senza frutti, già non cadono più i mangos sulle teste della gente. E’ riapparso il vino, insieme all’olio e all’aceto, e con il mais non si fanno più arepas e fritongas ma pizza e pane. Il frigo è sempre pieno, il pavimento pulito e le magliette stirate.
Niente più salsa dalla radio, ed effettivamente è la musica tutta ad esser scomparsa dall’ambiente, lasciando quel fastidioso sibilo nelle orecchie tipico della quiete dopo la tempesta. Quotidiano il Papa ci dà la benedizione, e quando non è lui c’è quell’altro Illuminato dai capelli in lega polimerica a promettere falsi paradisi. Son lontane le magie nere e le superstizione criolle. Niente più guerrilla, niente più paramilitarismo. Il sole resiste fino a tardi e con calma torneranno anche le adorabili stagioni, qua nel Sud del Nord del mondo.
Lucide, splendenti e ingannevoli le macchine portano, al sabato sera, uomini giovani, lucidi, splendenti e ingannevoli nell’attacco a giovani donne lucide, splendenti e ingannevoli, in un vero e proprio confronto bellico che 2.000 anni di tradizione cattolica e benpensante hanno forgiato sulle rovine del reciproco piacere. Pare di essere circondati da maniaci sessuali e presunte frigide; il profumo della libertà è ancora forte sulle dita.
I bambini sono diventati vecchi, e quelli che ancora son bambini vengono incatenati a sterilizzatori di ciucci o scaldabiberon a reazione nucleare, togliendo insomma quel vecchio buon gusto della terra nella bocca che dà sapore all’infanzia e rende meno deficiente la popolazione del domani. Tra la polvere dei ricordi, piedi scalzi e campi da calcio improvvisati sempre pieni di cuccioli d’uomo in libertà tra cuccioli di cane e pappagalli colorati. In compenso però i professori continuano ad essere vecchi, a parte “quello giovane e bravo, avrà più o meno 50 anni”, e solamente Leuniju capirà se dico che continuo a sognare i giorni di Multimedia.
Gli “stranieri” si chiamano “immigrati” ed entrano in vila di notte per rubare telefoni e computer, rimanendo però impigliati in un Paese che ancora non riesce a diventare wireless.

Si alzino i calici, si sgozzi l’agnello, Baltic Caribbean Man è tornato nel “primo mondo”.

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Gente, il discorso è serio. Tra un paio di mesi devo (DEVO?) tornare in Italia, e voi non mi aiutate per niente. Leggo quotidianamente repubblica.it e il corriere.it, e rimango alquanto tumefatto da ciò che è diventato ormai il mio paese. Voglio dire. Una sagra di fighe e battibecchi. Una grande osteria a cielo aperto dove chi la spara più grande vince il quartino di vino, non importa ciò che accade altrove, gli spaventevoli intrighi dello stivale la fanno sempre da padrone.

Per fare un esempio. Un paio di giorni fa si è verificato un notevole atto terroristico a Minsk, una di quelle robe che se accadessero a Berlino o a Milano Marittima sequestrerebbero la morbosa attenzione dei media per due settimane almeno. Ciònonostante, è avvenuto a Minsk, e non ci sono motivi di rilievo per aggiornare gli italioti sull’avvenimento. Molto meglio approfondire il dramma del vestito da sposa a Rapallo, ovvio. Inutile sottolineare che Minsk è a 60 km dall’Unione Europea, che da quelle parti la gente spalma il lucido da scarpe per ubriacarsi low-cost, che il dittatore Lukashenko alla fine dei conti non si è mai permesso di attaccare la magistratura del suo Paese (stavolta con la P maiuscola) perchè svolgeva il suo sacrosanto lavoro giustizialista.

A tutto ciò pensavo nei giorni della liberazione di Ingrid. Alla sposa di Rapallo, alle mogli di Tronchetti Provera, alle allegorie del criminalnano e a tutti i pregiudizi che le massaie di Voghera riescono ancora (incredibili, stupende) a lanciare contro le popolazioni cosiddette extracomunitarie. Sugli schermi della televisione scorrevano le prime pagine dei più infimi quotidiani mondiali, ma della stampa italiana nessuna traccia, come è giusto che sia. Bella gente, anche il concetto di “terzo mondo” sta cambiando. Lo dicono i giornali, inconsapevoli, ogni mattina.

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