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Portare il pesce o insegnare a pescare?


13 Set

Gianluca l’ho incontrato tra i pini e l’acciaio dei Monti Carpazi. Era lì con sua moglie Rosa, e una generosissima segretaria, a cercare pertugi da trasformare in autostrade, tra le fila serrate della burocrazia romena.
E’ lì da vent’anni, con un gruppo di buoni amici, e tanta voglia di fare. Portano medicine e quaderni, supporto morale a chi ha solamente diciassette anni e la colpa di esser nato – di esser nato . Il principio è semplice: si aiuta a camminare chi vuole imparare a correre, non si obbliga nessuno.

Dal 2008, Gianluca e i suoi amici hanno adottato la frazione di Bradet, comunità dimenticata da dio e dagli uomini tra Romania e Serbia. Il primo passo è stato la ricostruzione della scuola elementare, simbolo di una generazione che dovrà recuperarsi il proprio futuro. Tutto il resto, è sospeso tra sogno e utopia. Anche per questo, Gianluca e gli amici de il Giocattolo hanno bisogno di aiuto.

Continuum spazioatemporale


09 Giu

…dice che c’è un unico filo invisibile che ci lega tutti, anche se noi non lo sappiamo.
Anche per questo ogni volta che passa davanti al vecchio cimitero di quella borgata ormai persa, si ferma.
Arresta la macchina in mezzo alla strada, tronca i suoi discorsi a metà, rimane in silenzio mezzo minuto.
Di fronte al cancello arrugginito di un cimitero lontano duemila km da casa sua, nel silenzio di chi è passato su quella terra cent’anni prima di tutti noi, tra le tombe bianche di chi non è nemmeno più un nome e non era ancora una fotografia, lui sente la forza del filo invisibile.

L’apolide metafisico


19 Mag

C’era questo simbolo particolare, una specie di richiamo. Un logo semplice e assoluto: diceva tutto, senza dire niente. Lo ritrovavo sui marciapiedi e sui muri dei palazzi del centro, e anche nelle stazioni della metropolitana, dappertutto. Trasmetteva un messaggio così potente da annullarsi da solo, un messaggio così semplice che era impossibile non corrergli dietro. Aveva una sua energia.

Ricordava, sommessamente, quasi a voler chiedere scusa, il centenario della nascita di uno dei più grandi scrittori del secolo romeno. Emil Cioran, cane sciolto nella letteratura e nella vita, appassionato distruttore di ogni passione, fedele nemico della fede e nell’umanità

I suoi libri sono nati come terapia contro il suicidio, nelle notti insonni di una Parigi straniera. Lentamente, mattonella dopo mattonella, aforisma dopo aformisma (“la migliore maniera per contraddirsi velocemente”), Cioran ha annotato sui suoi taccuini di insonne le contraddizioni esistenziali che stanno alla base del galleggiare umano su un pianeta che non aveva bisogno di lui. L’unica conclusione possibile è la totale assenza di ogni senso e di ogni scopo, una lucidità controproducente e pericolosa: “Anni e anni per svegliarsi da quel sonno al quale gli altri si abbandonano, e poi anni e anni per sfuggire quel risveglio”…

Quindici anni dopo la morte, Cioran si è convertito in un cosiddetto “autore di nicchia”. La sua onestà filosofica sfugge a ogni tentativo di catalogarlo in un -ismo che sarebbe comunque troppo stretto per chi ha rifiutato in massa ogni ideologia, la sottile ironia che accompagna ogni pensiero lo allontanano da Nietzche e dai grandi distruttivisti del nostro tempo, per collocarlo nei tavoli di una taverna, tra filosofia contadina e pensieri in libera fuga.

Tutto è Verità e la Verità stessa, nient’altro che una grande bugia, si contraddice. Al punto che diventa buffo pensare che un gruppo di studenti di filosofia, a Bucarest, abbia voluto celebrare il centenario della nascita di uno scrittore che per tutta la vita non ha fatto altro che maledire il fatto di essere nato.

“Ogni misantropo, per quanto sincero sia, ricorda a volte quel vecchio poeta inchiodato a letto e completamente dimenticato, il quale, infuriato con i contemporanei, aveva decretato di non volerne più ricevere nessuno. Sua moglie, per spirito di carità, andava di tanto in tanto a suonare alla porta.

“Il fatto che la vita non abbia un senso è una ragione per vivere. L’unica, del resto”.

“Nel periodo in cui partivo in bicicletta per dei mesi attraverso la Francia, il mio più grande piacere era di fermarmi nei cimiteri di campagna, di distendermi tra le tombe, e di fumare così per delle ore. Vi penso come all’epoca più attiva della mia vita”.

“Se mi si chiedesse di riassumere il più possibile la mia visione delle cose, di riassumerle alla loro minima espressione, al posto delle parole scriverei un segno esclmativo, un ! definitivo”

(Per approfondire la conoscenza del personaggio in questione, si rimanda a questo video, o questa intervista, o a tutti i suoi libri).

Bradet


09 Mag

Una notte a seicentocinquanta metri d’altezza, aria umida e fredda nell’angolo occidentale dei Carpazi. La Serbia è venti chilometri più in là, l’Europa una linea labile che quando si sposta trascina dietro di sé storie e sostanze precarie.
Il cielo sono soprattutto milioni di stelle, i cani abbaiano lontani. Le contadine hanno ancora il velo sui capelli, i due cavalli che tirano avanti i carri dei loro mariti sono reali e i all’orizzonte pagliai disegnano la silhouette della notte.
Insieme a me cammina un signore di cinquantacinque anni, parla la mia stessa lingua. Nemmeno lui sa come sia finito da quelle parti, anche lui ha smesso di chiederselo.
Intorno a lui, la disperazione. Condizione umana nel suo stato animale, estranea ai vizi e alle virtù di millenni di storia. “I disperati di oggi vent’anni fa erano bambini”, dice questo signore, con sguardo perso nel buio. Pensa qualcosa di più, pensa qualcosa che diventa vento, e silenzio.

Arcipelago filmico orientale


10 Apr

Tra le varie chicce saltate fuori al V “Next International Film Festival” di Bucarest, la più morbosa è sicuramente quella sputata dal tecnico del suono di “Il favoloso mondo di Amélie“, film che nel 2001 ha associato indelebilmente l’immagine di una Parigi ipercolorata con le progressioni musicali di Yann Tiersen. Come è nata la colonna sonora più riuscita del cinema europeo degli ultimi anni? Semplice: per caso.
Racconta Jean Umansky (l’ingegnere del suono di cui sopra) che tutto il team di produzione, a montaggio ormai ultimato, si è riunito per giorni e giorni di fronte ai monitor, a provare, uno per uno, i dischi di tutti i compositori contemporanei, alla ricerca della musica – quella giusta – per accompagnare la storia.
Niente.
Fino a quando, una mattina, una sotto-assistente anonima che è arrivata prima degli altri si è messa ad ascoltare il suo disco preferito, il disco di un giovane musicista sconosciuto, e si è accorta che quella fisarmonica dal suono vagamente normanno funzionava, nella quotidianità di Amélie. Il risultato che il film è ricordato per la sua colonna sonora, e Yann Tiersen è conosciuto come “quello che ha scritto la musica di Amélie“.

Un film è un’isola. Un’isola sconosciuta. Se ci finisci dentro, in novanta-centoventi minuti puoi visitare terre fantastiche, drammatiche, silenziose, assordanti, bianconere, musicali. E il nostro compito, in Europa, è fare esattamente l’opposto di quanto si produce in Nord America. E cioè: generare film che mettano in dubbio la natura umana, che non si limitino a confermare quelle poche certezze che abbiamo”. Molti i piccoli produttori e i registi indipendenti presenti, a testimonianza di un mondo che silenziosamente vive di una dinamismo notevole, che si imparenta sul facebook.
Un occhio puntato sul cinema romeno. Dimenticato dai suoi governanti, drogato di decostruzione del tempo ceauseschiano, vittima di quel gran capolavoro a sorpresa che ha sconvolto Cannes nel 2007. 4 months 3 weeks 2 days, croce e delizia del cinema nazionale.

E poi: il cinema del futuro. Tra i film in programma al Festival, “Lucydia“. Un progetto sperimentale, perché gli attori utilizzati per realizzarlo…non esistono. Il regista è un pazzo australiano che si è inventato un social network in stile “second life”, e come un “grande fratello” manovra i protagonisti del suo fantamondo (personaggi virtuali manovrati da esseri umani reali), li istiga ad odiarsi, a unirsi, ad amarsi, quando è il caso. A parte il fatto che il film non va più in là di un banale polpettone di baci e combattimenti, c’è un qualcosa di fondo che non convince. Il pregio di queste nuove tecnologie sarebbe quello di creare – anche visualmente – mondi in tutto e per tutto simili a quello reale, personaggi possibili nella vita reale così come nel cinema – dove tutto è possibile. Perché, quindi, non continuare ad utilizzare personaggi umani?

Note al lettore


08 Apr

1. La Romania: paese latino con carattere slavo, cultura cristiano ortodossa che diventa comunista passando per una forma di fascismo.

2. La Romania: il profumo dei “covrigi” venduti dalle vecchiette avvolte in foulard all’ingresso della stazione ferroviaria Gara de Nord, nei freddi ed umidi mattini invernali, quando grigiamente albeggiava.

3. La lingua romena: una sorta di francese parlato con accento portoghese.

4. Popolo romeno: il più scettico che esista. Allegro e disperato allo stesso tempo. Per ragioni storiche coltiva la religione del fallimento.

1. Roberto Balzani, Alberto De Bernardi, Storia del mondo contemporaneo, Editori Pearson, Paravia
2. Gian Piero Taricco. Una mail.
3. Anonimo
4. Emil Cioran. Dall’intervista in “Cioran, un angelo sterminatore”, realizzata da Fernando Savater

Bucarest


02 Apr

Come in un lungo piano-sequenza cinematografico, Bucarest sono mille realtà sovrapposte in continuità lineare. E’ un’immagine di forte luce chiara, grigio imperante, e una scenografia di pubblicità in formato americano e palazzi tedeschi e bulevard francesi e disastri sovietici e bruttume contemporaneo, un’immagine mossa dai passi di un popolo che si cerca e s’insegue – ma anche in questo caso sono livelli sovrapposti – tra diverse velocità.
Una città che si rinnova e si sconvolge. Tra abbandono e desiderio, in fuga dal passato e bramosa di futuro, Bucarest lascia all’azzardo la gestione del suo presente. I grandi parchi del nord, in attesa di una primavera che non arriva, rubano la scena ai cubi di cemento di altre epoche e rivoluzioni, e tra le vie del centro una lapide qua e là ricorda venti ventenni caduti sotto i colpi del dittatore. Falce e martello hanno lasciato il posto alla stella a tre punte dei mercedes neri, parcheggiati sulle piazze del centro, ma capita anche di veder transitare un trattore, di fronte al chilometro zero della poliedrica nazione. E poi ci sono i rifugi, tanti rifugi, sintomo di un popolo giovane affamato di cultura e di fuga da un futuro che qualcuno vorrebbe dipingere blu con dodici stelle gialle. I rifugi, tanti rifugi, mimetizzati negli scantinati dei grandi edifici o illuminati da manifesti virtuali. I musei della capitale, un’elegante tradizione classica, e un teatro che in Europa è leggenda e che riscopre oggi Eugéne Ionesco. Ma anche concerti di ogni tipo, strepitosi trii jazz in tourné dall’Austria, e una retrospettiva cinematrografica sull’Europa vista dalla non-Europa, dall’Europa dei confini, da registi serbi, croati, georgiani, romeni. E nel frattempo, come nella storia di Parada, nei sobborghi intorno alla stazione i figli di Ceacescu continuano a sniffare colla nei sacchetti di nylon, sotto gli sguardi indifferenti di chi comunque non si ritiene responsabile, perchè gli zingari, i rom e i sintu, sono zingari anche a Bucarest.

Romania


26 Mar

Magiari. Russi. Armeni. Tedeschi. Turchi. Tzigani. Musulmani. Sintu. Valacchi. Moldavi. Rom. Ortodossi. Slovacchi. Ebrei. Greci. Ottomani. Io. Tu.

Est


23 Mar

Semplicemente ti sembra la cosa più giusta, la più logica, la meno sbagliata. Non sapresti nemmeno dire se lo fai nel nome di un dio effettivo, o se si tratta semplicemente di legittima difesa. E nemmeno potresti essere sicuro di volerlo veramente, questo ennesimo shock. E’ lui che ha scelto te, che ti ha trovato. Non puoi sottrarti.

Non si tratta semplicemente di un momento ben definito. E’ un pezzo di caos che fa parte del Tutto, è la bramosia dell’ignoto che diventa legge, è un manifesto simbolico di un disegno più grande, di cui sei creatore e suddito. Vivere la vita come un’opera d’arte, tra passione e sofferenza, desiderio e follia. Come un’opera d’arte, da costruire seguendo l’istinto, l’ispirazione del momento come unico percorso da seguire, le figure che cambiano forma lungo il cammino, la sovrapposizione degli elementi per creare intensità.

Ti diranno che sei pazzo, o cinico, egoista,uomo instabile, avventuriero. Ti diranno cose sagge, sputeranno contro la tua proposta d’avanguardia, una vita come un’opera d’arte non va presa troppo sul serio. Ma tu sarai immerso nel tuo vortice di poesia, solo e nudo di fronte all’esplosione di inaspettate bellezze, insensibile a tutto ciò che non si manifesti sotto forma di puro calore umano. E anche la distanza e la solitudine scaldano, finalmente hai imparato a capirlo.

E quindi eccoti lì di fronte a nuove idiosincrasie da scoprire, lingue sconosciute da decifrare. Tutto così nuovo e tutto così già visto, mentre pensi che in fondo pianure, montagne e deserti sono prima di tutto paesaggi dell’anima. Un altro pezzo del mondo degli uomini si apre oggi sotto i tuoi occhi, e basta chiudere le palpebre per rivedere il caos e spaventarsi di meraviglia. La vita come un’opera d’arte, tra passione e sofferenza, desiderio e follia.

Un sms da Bucarest


06 Lug

…sono nel cimitero “Genchea”, di fronte alla tomba di Ceausescu. Nella terra, piccola lapide con stella rossa e dedica, ormai sbiadita, del PCR. Accidenti che effetto! L’uomo che ha tiranneggiato il Paese dal 65 all’89, che ha costruito un palazzo più grande di Versallies è lì, meno di un pensionato povero.

G.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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