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Buscando a la ciudad de oro


05 Apr

BuscandoCiudadDeOro

La strada è più sincera della casa, resiste anche quando le pareti crollano.
La strada d’asfalto di terra di fango di pietre di neve
La strada di neve che è una striscia insidiosa e porta dove deve.

E Nomos – disse –
In greco nomos vuol dire pascolo.
Nomade è chi si sposta da un pascolo all’altro.
Pastore è pleonastico”

La strada che scende dalla montagna e verso la montagna risale
La strada degli ulivi la strada verso il mare
La strada dei viandanti in viaggio per davvero
Quando smetti di pensare la strada è già sentiero.

A Djang – aggiunse – 
A Djang ci sono due alberghi: l’Hotel Windsor e,
di fronte,
l’Hotel Anti-Windsor.

Camminare per capire camminare per andare camminare per scappare
Camminare per trovare tutto finché tutto scompare
Camminare come un luogo per trovare parole
Camminare per camminare, la logica delle suole.

[Foto di Simone Rossi].

Kenya ISO 125, ƒ/5.6, zoom 28-105


12 Feb

…parlavano di un tempo lontano, insegne verdi Fujifilm sbiadite, hotel di periferia da decenni abbandonati, e poi fumo di diesel, contachilometri ormai milionari, pezzi d’acciaio messi insieme da chissà chi. Era il suono di dialetti in continua mutazione, parole fluide e sottili, impercettibili influenze arabe, vaghi ricordi di commercianti stranieri. I cartelli lungo la strada erano in inglese, e spesso la ruggine o il sole avevano cancellato una H, o reso rosa il rosso sangue della coca-cola. Le donne portavano grosse ceste sulla testa, proprio come nello stereotipo, come nella fantasia. Le vacche e le capre si mischiavano con gli uomini e i minivan, ma sembrava tutta una sola famiglia, sembrava il cosiddetto pattern di un unico, grande paesaggio. C’erano gli artigiani del legno, c’erano i fabbricanti di bare, c’erano meccanici e panettieri, c’erano i benzinai. I poliziotti avevano camicie blu e un kalashnikov a tracolla. Fissandoli in controluce, il metallo rifletteva la luce del sole, e uomo e fucile diventavano un’unica, tranquillizzante silhouette. Le insegne dei negozi erano disegnate a mano, e parevano libri inconsueti che raccontavano storie infinite, vite complete, giornate degne di essere vissute. Ovunque c’era un colore vivo e pesante, una patina concreta che si incollava sulle cose. La complessità degli elementi imponeva un assoluto distacco, un senso di impotenza che rendeva tutto ancora più vivo e vicino.

La strada proseguiva come una striscia d’argento, e nell’obiettivo della macchina fotografica, diventava una bugia.

Sul retro di una fattura verde e bianca


22 Lug

Quanto rimangono attaccati i cani, durante l’accoppiamento?
E il vento fuori dalla finestra. E il cielo in bianco e nero. E luglio che sembra marzo.
Milù ha saltato il cancelletto, Roger ha aspettato. Aspettava da due settimane, Roger. Paziente.
Tanta voglia di vederti sorridere.
Pensi agli ultimi mesi e dici che quel che importa è il momento.
Pensi a questo momento e dici che quel che è importa è il tutto.
Ma se “il passato e il futuro sono semplicemente storie, nient’altro che una e più storie”, dice il libro che stai leggendo.
Ieri sono andato a rastrellare le foglie e l’erba secca. “Ci sono due lavori inutili”, dice mia nonna. “Suicidarsi, e tagliar l’erba. Moriresti comunque, e l’erba, comunque, ricresce”.
Milù ha saltato il cancelletto, e chissà se Roger ha avuto il tempo di finire. Ma quant’è, poi, la possibilità di fecondazione, in un accoppiamento?
[Gli umani. Illusi di essere diversi dai cani].
Tanta voglia di dire qualcosa. Qualcosa: qualsiasi cosa.
E quel vagabondo là al piano di sotto, e una cena fredda riscaldata male intorno al tema della nostalgia.
Quella domanda che ti facevi da bambino, sulla settimana enigmistica in bagno, tra la lavatrice e il bidet.

Perchè è così difficile unire i puntini?

Back (after readin’ Jamaica Kincaid)


05 Apr

Raccolgo quattro libri, infilo il biglietto del treno nell’agenda, metto il bicchiere di plastica nel contenitore della plastica, metto il fazzoletto di carta nel contenitore dei fazzoletti di carta, metto la bottiglia di vetro nel contenitore del vetro, guardo la televisione che mi mostra angela merkel e nikolas sarkozy, apro la porta alla signora che vuole entrare dove io penso di uscire, il tardo pomeriggio è freddo, il metallo delle monete è freddo, i colori nel loro insieme sono freddi, freddi come un’umidità sottile che s’insinua da dentro, una giovane donna seduta al tavolino scrive cose con un dito, il furgone del macellaio passa in strada inseguito da una nuvola bianca, l’asfalto si muove sotto i piedi e sembra composto dallo spazio esistente tra le sue diverse pietre, una signora legge il suo nome nello spazio riservato ai manifesti dei morti, la famiglia della casa gialla non ha ancora disfatto l’albero di natale sul balcone, le montagne all’orizzonte sono diventate più alt, il cane legato alla catena ha voglia di abbaiare, la signora sul balcone forse ha voglia di abbaiare, gli immigrati sulla costa di lampedusa hanno voglia di raccontare il deserto, giusy calzature svende tutto al cinquanta per cento, l’erba è addormentata sotto i piedi del gatto, il gatto è disinteressato al movimento del vento, il vento è disinteressato alla traiettoria del sole, la serratura del cancello scatta solo se sollevi leggermente la porta sinistra.

Sono tornato.

Inbox – oggetti abbandonati sugli scaffali


17 Ott
Latito, hai ragione!
Ma avevo i miei buoni motivi. 
Il principale dei quali è: non avrei saputo che scrivere.
L’ambientamento a questa ultima faccenda ha assorbito le sue buone energia, 
tra chilometri sotto le suole e sana impotenza di fronte 
a certi problemi tipicamente caraibici,
tipo trovare nella Bombay del centro di Barranquilla tutto 
ciò che può servire in una casa, qualcosa tipo Ikea dei poveri.
Adesso, però, tutto sta prendendo la sua giusta piega.
I miei giorni iniziano con una secchiata d’acqua addosso nel patio dietro casa,
poi tutto ciò che succede si sta rivelando piacevole.
Come previsto, sono bastati pochi chilometri per separare 
nettamente Barranquilla da me, 
con il piacevole risultato di eliminare l’eliminabile.
In altre parole, passo buona parte del mio tempo in piacevole solitudine, 
forse perchè, ambientalmente parlando, il contesto aiuta. 
Oggi è mercoledì, per esempio.
Ogni mercoledì sera, per esempio, a Salgar la luce misteriosamente sparisce.
L’immagine di questo pueblo a lume di candela, con le stradine di sabbia e il
boato dell’oceano in sottofondo, è un momento di puro calòr.
Poi c’è l’università. Mi hanno dato un ufficio, mi hanno dato un computer,
mi hanno dato un corso di Italiano 1 e mi danno del lei. In più, mi danno libero accesso
alla mediateca universitaria, non solo ottimi libri – in italiano – 
ma anche una caterva di dvd. Non mi lamento. 
I miei studenti sono un bel gruppo, dai 17 ai 40 anni,
ed ormai viaggiamo per la sesta lezione, tra grammatica arti e cultura generale.
Ho una certa libertà nei contenuti, cerco di approfittarne.
Anche se ciò comporta sostituire tiziano ferro con giovanni lindo ferretti.
Venerdì, invece, inizio le lezioni della specialistica.
Due materie già da adesso, due materie più avanti.
E tu invece? Sapevo da fonti certe che eri partito in bici verso oriente.
Calcolando la velocità di internet in Val Mongia, 
il messaggio è stato qualcosa tipo
“è partito verso la romania in bici e treno. Grande”. Vago, ma credibile.
E come procede la cosa? Sei in solitaria? Se non è blasfemo dirlo, ti invidio.
Hai poi comprato un volo per queste terre maledette?
Vedrai tu come organizzarti, ma nel caso piombassi a Salgar
chiedi per la Casa de las tres Piedras ;-);-)
Spero di leggere qualche tuo intruglio di birra e sudore.
hola hermano!!! como te va la vaina?
qui sono praticamente al giro di boa di metà missione. Quasi a tirare un bilancio. Prima considerazione che sicuramente sarà difficile che possa resistere in italia più di qualche giorno. Seconda considerazione è che è un’esperienza che ti muta di dentro. Poi la fortuna di aver visto un popolo che difficilmente avrei potuto conoscere in altro modo.
Potrei accettare il consiglio di enzo ed andare a vivere in un luogo sperduto ed isolato. Saprei comunque di aver vissuto.
Mai come in questi giorni sono lontano dalla realtà materialistica occidentale. Per certi versi mi sono ancora più isolato di quello che già il posto comportava.
In questi giorni mi tornano alla mente le serate a salgar.
Luce soffusa e voluto isolamento. Già allora.
Non male direi.
Inizio a preparare lo zaino per il lungo inverno. Camminando.
Nulla può valer lo sforzo di fermarsi.
Si tornerà all’origine e alla migrazione.
Hola,
e beato te che puoi permetterti bilanci. 
Qua e' tutto un bombardamento indiscriminato di...nulla, alla fine.
Effettivamente il tempo scorre, da quelle parti probabilmente 
piu' lento del previsto, ma in un attimo sara' comunque tempo di migrare.
In questi giorni di troppe luci e antitetico isolamento (quant'e' lontana Salgar!)
mi sono accorto che non ha poi cosi senso, quello che continuano a ripetere tutti,
da queste parti. Voglio dire: il pandino delle poste,
il dover attrezzarsi per l'autunno, i programmi a lungo termine, 
ancora una volta, li lascio agli altri.
Quello che ritorna con insistenza nella cabeza, invece, 
e' il progetto di viaggio verso est.
Iran, Turchia, Inguscezia, donde sea. 
L'importante e' non avere una meta, solo un po' di adrenalina
e la sana sensazione di sentirsi vivo. 
I quattro soldi del signor posteitaliane vanno spesi in qualche modo,
e mai come in questo momento sento il bisogno di fare un qualcosa
di veramente utile; fuggire, per esempio. Un taglio netto.
E quindi non so che sara' nel tuo zaino per il lungo inverno.
Non so quale percentuale di tutta la carne che sto cercando 
di gettare sul fuoco cuocera' fino a diventare qualcosa di concreto.
In ogni caso, io ci so(g)no.
Sogno isolamento coniugato con movimento.

In den Städten


30 Ago

Se tu fossi una bambina sarebbe tutto più semplice. Potremmo viaggiare insieme nelle periferie degli altri, come nel film di Wim Wenders, e fermarci a ridere senza motivo, passare cinque ore con gli sconosciuti nei parchi. Yellow Submarine in macchina, o uno qualunque tra i pezzi di Morrissey, o qualsiasi musica che potresti capire per davvero solamente tu, che saresti una bambina.
Non avrei più paura ad iniziare un viaggio, e neppure a tornare indietro, o a cantare, a parlare, a scattare fotografie, di fronte a questo lago nero con il cielo rosso e te bambina seduta tra i tigli. Non credo che mi sentirei padre, e forse neppure amico, o fratello. Sicuramente però non sarei quello che sono, se tu fossi una bambina.

Humahuaca


06 Ott

Contrasto naturale

Senza far rumore fluivamo fuori dallo spazio e dal tempo, eravamo lontani anni luce dal ricordo di un’infanzia, estranei. Comete. Lentamente ci stavamo spegnendo, ma nell’accelerazione finale avremmo fatto mille volte ancora il giro del mondo, toccando ogni pietra senza perdere mai quota, eravamo nell’atmosfera e galleggiavamo leggeri in una nuvola d’amore, anche se avremmo avuto troppa paura di scriverlo anche solo sul vapore di un vetro. Eravamo due estranei in viaggio tra loro, un giga di foto da mostrare ad amici poco interessati nel remoto giorno del ritorno, eravamo qualcosa che non saremmo stati mai più.

CasasaC


30 Mag

Quarantadue kili punto quattro, signore. Tanto pesa un anno di vita, chi l’avrebbe mai detto. Un cinquanta percento di libri ed il resto ripartito tra viaggi mentali, calze e mutande sporche, qualche decina di anacronistici cd. Ritratti, disegni, congetture. E poster, pezzi di carta, polvere di mare impregnata nei tessuti. Niente di serio. La notizia e’ che a Bogota’ piu’ di uno sconosciuto mette a disposizione le sue braccia nell’immane sforzo verso il check-in: a Milano non succedera’. E nemmeno a Genova, ne’ a Savona, ne’ mai. Poi, cielo. E una bambina che osserva le nuvole, a cinque anni ha gia’ perso l’incanto di sapere cosa ci sara’ li’ sopra. Nessun dio, piccola. E nemmeno angeli. Solo un airbus pieno di miseri esseri umani con il loro quintale di rifiuti  in eredita’ alla terra laggiu’ in basso, air-lunch, fast-breakfast, papaya sintetica e caffe’ con latte in forma solida. E don Quijote, e Sancho Panzo, e pagine e miglia ed attimi e secoli che volano via, nello spazio ipocrita di una cabina pressurizzata. Osservo la Mancha diecimila metri piu’ in basso, com’e’ cambiato il mondo, sotto la retorica dei mulini a vento. Poi, d’improvviso, Milano. L’ Italia e’ piccola, tremendamente piccola, comparata con gli spazi aperti d’America. Lo sguardo abbandona l’aria e ritorna per la prima volta – da un tempo indefinito – sulla terra, la terra della citta’ in trasformazione, delle Fiat Punto bianche parcheggiate di fronte ai caffe’, la terra dei piccoli orti e i pensionati che dipingono con la loro presenza un giugno ormai vicino. Scorrono le lancette ed il Sole non demorde, vecchio Nord di solstizio d’Estate cosi’ lontano dalle terre del Tropico. Poi formaggi, salami, buon vino nero tra parole in dialetto d’infanzia. Come quella vecchia canzone mangiata tra i nastri degli anni Novanta: “e’ bello ritornare / ma andare, forse e’ meglio”…. Ed infine la notte, la vera ed unica Casa.

(Nel frattempo la Colombia decide cosa vuol fare da grande. Qui e qui gli ultimi articoli su una campagna elettorale indimenticabile).

Pareti spoglie ormai


22 Mag

Come spiegare cosa vogliono dire queste pareti spoglie, segnate di ruggine di un anno di vita. Dire addio ad un microcosmo di cui si incomincia ad essere parte integrante del paesaggio, e le notti con la luna sul letto, e il sudore e la polvere, e centomila parole liberate a voce alta in quelle notti di solitudine. Rimarranno chiuse tra quattro pareti, orfane di una voce, sopravviveranno alla presenza dell’uomo, per natura, passeggera.

Un anno di vita e può essere un giorno o un sogno, la metrica del tempo ha rifiutato ogni catena ed ha agito anarchica, pennellate d’artista su sequenze di immagini in riproduzione casuale. La vita degli altri ha proseguito il suo cammino dall’altro lato della finestra, uno sguardo di elitista differenza ha osservato in silenzio dalla parte sbagliata del muro, lontano da nomi, cognomi, certezze, ipocrisie.

Le notti del Caribe non troveranno più il loro buio. Un’altra pagina si chiude sul libro del viaggiatore, un’altro pezzo di vita sulla schiena per poter ritrovare, un giorno, la radice di déja-vu effettivamente vissuti. Sulla strada del ritorno verso una prevedibile mediocrità, rimane un sapore dolce, sulle dita, a ricordare che effettivamente tutto questo è accaduto, che la libertà è un inganno possibile, ed è nascosta in una casa senza vetri alle finestre, vicino alle tres piedras, a cinque minuti in discesa dall’oceano atlantico.

Quo vadis?


09 Mag

I giorni scorrono via come sabbia tra le mani, in questa eterna stagione che volge verso la sua fine naturale. Tramonta il sole sul cielo del Caribe, ed è una luce arancione accesa, viva, una sola inesprimibile immagine per racchiudere tutti questi mesi (anni?) trascorsi in una vellutata, meravigliosa solitudine, tra pagine ingiallite e quaderni ormai pieni, sotto il letto.

Salgar scompare piano piano. Già da un paio di settimane i miei diciotto metri quadrati di sabbia si sono riempiti di vecchie voci e nuove musiche, un pezzo d’Europa alla deriva su terre che nuove non lo sono mai state. La surreale presenza di un gruppo di amici da queste parti- pochi ma buoni – è un segno dei tempi che evolvono, nonostante l’immobilismo intrinseco nei giorni cotti dal Tropico. Parlare italiano significa ritrovare quella parte di me stesso volontariamente dimenticata sotto il cumulo di giorni mai così uguali, mai così diversi.

Gli ultimi giorni, e tutto si accellera. Quando la candela inizia a galleggiare tra il liquido della cera, è tempo di aver paura del buio che verrà. Un’ultima, effimera illusione, e tutto arricchirà, ancora una volta, l’intangibile fardello di un passato che un bel giorno sembrerà così romanticamente lontano da non esser mai esistito. E’ la fine. E’ un altro inizio. E’ questa cosa strana che qualcuno si ostina a chiamar “vita”, e che altro non è, se non un correre dietro a sé stessi.

(Da oggi qualche pezzo di me gocciolerà, in spagnolo, sull’illustre BlueMonk Moods. Siete tutti invitati).

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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