Posts Tagged “Viaggi”
Quarantadue kili punto quattro, signore. Tanto pesa un anno di vita, chi l’avrebbe mai detto. Un cinquanta percento di libri ed il resto ripartito tra viaggi mentali, calze e mutande sporche, qualche decina di anacronistici cd. Ritratti, disegni, congetture. E poster, pezzi di carta, polvere di mare impregnata nei tessuti. Niente di serio. La notizia e’ che a Bogota’ piu’ di uno sconosciuto mette a disposizione le sue braccia nell’immane sforzo verso il check-in: a Milano non succedera’. E nemmeno a Genova, ne’ a Savona, ne’ mai. Poi, cielo. E una bambina che osserva le nuvole, a cinque anni ha gia’ perso l’incanto di sapere cosa ci sara’ li’ sopra. Nessun dio, piccola. E nemmeno angeli. Solo un airbus pieno di miseri esseri umani con il loro quintale di rifiuti in eredita’ alla terra laggiu’ in basso, air-lunch, fast-breakfast, papaya sintetica e caffe’ con latte in forma solida. E don Quijote, e Sancho Panzo, e pagine e miglia ed attimi e secoli che volano via, nello spazio ipocrita di una cabina pressurizzata. Osservo la Mancha diecimila metri piu’ in basso, com’e’ cambiato il mondo, sotto la retorica dei mulini a vento. Poi, d’improvviso, Milano. L’ Italia e’ piccola, tremendamente piccola, comparata con gli spazi aperti d’America. Lo sguardo abbandona l’aria e ritorna per la prima volta – da un tempo indefinito – sulla terra, la terra della citta’ in trasformazione, delle Fiat Punto bianche parcheggiate di fronte ai caffe’, la terra dei piccoli orti e i pensionati che dipingono con la loro presenza un giugno ormai vicino. Scorrono le lancette ed il Sole non demorde, vecchio Nord di solstizio d’Estate cosi’ lontano dalle terre del Tropico. Poi formaggi, salami, buon vino nero tra parole in dialetto d’infanzia. Come quella vecchia canzone mangiata tra i nastri degli anni Novanta: “e’ bello ritornare / ma andare, forse e’ meglio”…. Ed infine la notte, la vera ed unica Casa.
(Nel frattempo la Colombia decide cosa vuol fare da grande. Qui e qui gli ultimi articoli su una campagna elettorale indimenticabile).
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Come spiegare cosa vogliono dire queste pareti spoglie, segnate di ruggine di un anno di vita. Dire addio ad un microcosmo di cui si incomincia ad essere parte integrante del paesaggio, e le notti con la luna sul letto, e il sudore e la polvere, e centomila parole liberate a voce alta in quelle notti di solitudine. Rimarranno chiuse tra quattro pareti, orfane di una voce, sopravviveranno alla presenza dell’uomo, per natura, passeggera.
Un anno di vita e può essere un giorno o un sogno, la metrica del tempo ha rifiutato ogni catena ed ha agito anarchica, pennellate d’artista su sequenze di immagini in riproduzione casuale. La vita degli altri ha proseguito il suo cammino dall’altro lato della finestra, uno sguardo di elitista differenza ha osservato in silenzio dalla parte sbagliata del muro, lontano da nomi, cognomi, certezze, ipocrisie.
Le notti del Caribe non troveranno più il loro buio. Un’altra pagina si chiude sul libro del viaggiatore, un’altro pezzo di vita sulla schiena per poter ritrovare, un giorno, la radice di déja-vu effettivamente vissuti. Sulla strada del ritorno verso una prevedibile mediocrità, rimane un sapore dolce, sulle dita, a ricordare che effettivamente tutto questo è accaduto, che la libertà è un inganno possibile, ed è nascosta in una casa senza vetri alle finestre, vicino alle tres piedras, a cinque minuti in discesa dall’oceano atlantico.
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I giorni scorrono via come sabbia tra le mani, in questa eterna stagione che volge verso la sua fine naturale. Tramonta il sole sul cielo del Caribe, ed è una luce arancione accesa, viva, una sola inesprimibile immagine per racchiudere tutti questi mesi (anni?) trascorsi in una vellutata, meravigliosa solitudine, tra pagine ingiallite e quaderni ormai pieni, sotto il letto.
Salgar scompare piano piano. Già da un paio di settimane i miei diciotto metri quadrati di sabbia si sono riempiti di vecchie voci e nuove musiche, un pezzo d’Europa alla deriva su terre che nuove non lo sono mai state. La surreale presenza di un gruppo di amici da queste parti- pochi ma buoni – è un segno dei tempi che evolvono, nonostante l’immobilismo intrinseco nei giorni cotti dal Tropico. Parlare italiano significa ritrovare quella parte di me stesso volontariamente dimenticata sotto il cumulo di giorni mai così uguali, mai così diversi.
Gli ultimi giorni, e tutto si accellera. Quando la candela inizia a galleggiare tra il liquido della cera, è tempo di aver paura del buio che verrà. Un’ultima, effimera illusione, e tutto arricchirà, ancora una volta, l’intangibile fardello di un passato che un bel giorno sembrerà così romanticamente lontano da non esser mai esistito. E’ la fine. E’ un altro inizio. E’ questa cosa strana che qualcuno si ostina a chiamar “vita”, e che altro non è, se non un correre dietro a sé stessi.
(Da oggi qualche pezzo di me gocciolerà, in spagnolo, sull’illustre BlueMonk Moods. Siete tutti invitati).
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“She’s a Barraquillera with a big heart, always open to the world; he hails from Italy but has made the world his home. This means they love to travel, getting to know other cultures but especially getting to know themselves (and, without a doubt, each other)”
Eliseo è uno di quei personaggi saltati fuori dal libro aperto del mondo. Giornalista, scrittore, critico, dove c’è musica c’è anche lui. Sempre sospeso tra Miami e il Sud America, un po’ come la sua vecchia Portorico, un bel giorno è apparso sulla sabbia di Salgar, ed abbiamo bevuto ed abbiamo imprecato contro i confini geografici che qualcuno ha disegnato su una sola sfera. Poi se n’è andato, a Nord o a Sud non si sa bene dove, e come i vecchi amici, come la buona musica, oggi è riapparso sottoforma di amarcord.
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Ci si cerca. Ci si incontra. Non ci si incontra. Si insegue la traccia dei propri piedi ripercorrendo la sabbia al contrario, fino al mare, per lo meno. Più in là, inutile proseguire, ed è allora che si ritorna sui propri passi ed un’altra volta l’acqua ha cancellato tutto, ha riportato le cose al suo stato iniziale. Terribile metafora di un inutile passaggio umano su questa terra che trema e si muove, che un giorno ci scrollerà di dosso tutti, noi e le nostre inutili immondizie. Si cerca la scia di chi ha calpestato la sabbia prima di noi, altri piedi per sentirsi meno soli, e quel che si ottiene è altra acqua, nient’altro che acqua, il mare. Un po’ più in là sono visibili tracce di piedi, uno sull’altro si eliminano e si sovrastano, che alla fine non è più possibile distinguere le singole individualità e viene voglia di invocare un’onda un po’ più lunga, che annulli e appiattisca. Ci si cerca, nelle parole degli altri, nell’inganno di chi per un momento ha creduto di essere veramente libero, senza sapere bene com’è andata a finire la storia. Ci si incontra, non ci si incontra, e comunque tutto finisce quando arriva l’onda.
Nota per chi non legge questo testo chattando. L’immagine qui sopra non è solamente un’immagine, sono 90 anni di vita spesa ad osservare. Per chi ne volesse sapere di più, Hokusai.
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Non posso scrivere di quel giorno che. Dei miei piedi nudi sul pavimento rosso, dei cocci di vetro sul pavimento, del profumo di saliva sulle labbra. Ascoltando Philiph Roth come fosse un amico fuori di testa, profonda stima e gratitudine per quello che dice, per come lo dice, ma soprattutto perché dice. C’è ancora profumo di te nell’alveare di questa stanza. C’è anche profumo di mare e di platanos fritti, eppure è il profumo di te a rimanere incollato alle lenzuola, ai vestiti, alle labbra, al frigo gigante, alle scarpe e alla tenda tra il bagno e la stanza, nonostante le finestre senza vetri e la brisa delle sette di sera. Una tenue linea opaca non mi permette di focalizzare perfettamente i colori, e dove non vedo, immagino, disegno, incollo. O perlomeno, credo di. Di produrre arte, martellando tasti neri che non scorrono. Inseguire un’idea, perdersi in una parola, ritrovarsi in una lingua parallela, respirare musica, lanciarsi nel vuoto e terminare in un clic.
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L’acqua inonda il Corso e sommerge i piedini nelle scarpette dei passanti. Operai peruviani dal martello pneumatico sbarazzino fanno i finti tonti, un ingeniere se ne sta seduto sotto la Cattedrale perchè piove, maledetto governo ladro. E maledetti peruviani. La signora qua davanti è contenta, con sessantasette euri le hanno dato una crema per mani ai mirtilli, insieme al profumo. Giulia Tonelli è stata stupida, dice, poteva vincere ieri sera in televisione e invece no. Ha vinto? Controlla su internet, come si chiama più? La sfida dei talenti? Accendo l’mp3. Canzone per i morti di Reggio Emilia, poi Laurie Anderson. Anche mia nonna l’altro giorno mi ha detto che non si fanno più le belle canzoni di una volta, me l’ha detto mentre ascoltavo Mr. Tamburine. I fogli gialli vanno nella cartellina verde nello schedario blu. In ordine alfabetico decrescente. Solamente attraverso la sofferenza l’uomo trova sè stesso. Vi auguro a tutti un parto doloroso.
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Posted by Baltic Man in Argentina, Viaggi, tags: ande, andes, Argentina, bolivia, italiano, jujuy, la quiaca, pampa, salta, Viaggi
C’era il sole, questa mattina, sul lato destro dell’autobus. Si vedeva il sole e nient’altro, enorme arancione palla di fuoco lì a venticinque metri dal finestrino del bus. Un fuoco di tramonto ed era mattina, un sole dell’Est a destra dell’autobus che andava verso Nord, verso Salta, verso Los Andes, verso la regione più povera dell’intera Argentina che guarda caso è quella che confina con la Bolivia, con la regione più indigena del Paese e guarda caso confina con la Bolivia, con la regione più controversa ed indigena e povera ed allegra e contadina e in una parola Boliviana dell’intera Argentina, immerso nel cuore di una comunità indigena contadina senz’acqua nel cuore delle Ande. E mentre il sole illuminava la pampa ed il bus andava verso nord io lì a pensare a quanto sono lunghe le Ande, iniziavano in Colombia e terminavano in Chile, ed in mezzo c’è l’Argentina con i suoi spazi infiniti con le sue mille faccie distinte ma in ogni modo grandiose, immense, e il sole che brucia una Pampa selvaggia dove finisce la notte ed inizia il Gran Vuoto. Poi haciendas dai trattori grossi come mietitrebbie, e innumerevoli vacche (una vacca virgola cinque per abitante, in questo Paese), otra vèz vegetazione e finalmente Los Andes. Il nord. Jujuy, La Quiaca. La regione più controversa, indigena, povera, contadina. La più allegra.
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