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La Peste | 1


10 Mar

'r Cašté.

Chiuse le scuole.
Chiusi i cinema, i teatri, i ristoranti, le ferrovie.

[pero en el fondo no importa, porque aquí en Viola no hay nada de esto].

Non posso, non devo.


25 Nov

Autunno, Viola

L’aria calda dal bocchettone metallico della stufa mantiene una temperatura costante nella stanza.
La nebbia sulla valle, lì nella finestra, disegna un paesaggio in costante movimento che rimane metafora di qualcosa di non detto.
C’è legna nel cassettone.
C’è legna e tabacco di qualità per affrontare il pomeriggio, la notte, l’esistenza.

Piove.
Piove sempre, in questo Tempo del Monsone.
Il mondo è entrato ormai nella sua zona notturna: sul parallelo 45, nella luna di Novembre, l’arco di luce tende verso un rapido oblio. È tempo di buio, è tempo di letargo, è tempo di aver tempo.

Dall’altra finestra osservo i gatti sul tetto.
Si spostano controvoglia, tornano da una quotidiana ronda senza troppa convinzione, si portano appresso l’odore del bosco.
Il rombo del fiume racconta una storia oscena, là sotto.

Suona il telefono e nessuno risponde.
Si accende la mail, la voce del mondo.
‘Potresti venire da noi, domani sera, alle sei’.
‘Dovresti chiamare lui, per organizzarci, chissà’.

La voce dell’inverno ha un messaggio solo.
Una presa di coscienza di fronte alle incombenze del cielo:
Probabilmente hai ragione tu, avete ragione tutti, ma oggi io non posso, oggi io non devo.

To my home, which is Everybody’s home


29 Ago

Moon Traveller

Torno a casa ogni sera
ogni giorno riparto.
Gli altri vengono a cercare cose qui,
io mi allontano per cercare il mondo.

Mi dicono “dovresti vederti meglio” e io rimango a pensare.
Mi dicono: “quel che fai muove le cose”
e io rimango fermo a osservare.

Questo non è un film non è un diario non è storia per gli altri
troppi sottotitoli da dover inserire
troppe note di pagine che appesantirebbero il testo.

Torno ogni sera e ogni giorno riparto
questo è il mio destino,
quel che mi lascio dietro non conta.

Due amici


20 Ago

La vedi, quella vecchia panchina.
Un’asse di legno appoggiata su due blocchi di pietra.
Ogni casa aveva la sua. Stavano sempre lungo la parete più calda, e guardavano a sud.
Erano elementi centrali: stabilendo una pausa, davano un ritmo alla giornata di lavoro. Nelle ore più calde, o nell’ultimo spiraglio di luce, ci si rifugiava lì. Con gli occhi chiusi ad ascoltare il vento marino. Con la schiena appesa al muro, ad assorbire ciò che restava del calore del giorno.

I due vecchi che abitavano in quest’angolo (l’ultimo dei due è morto quest’anno) si incontravano ogni sera, ognuno sulla sua panchina. Il primo che arrivava chiamava l’altro come un fischio. Erano come due uccelli, o due ghiri, due animali che vivevano la loro casa come un elemento in più nella natura circostante. E che vivevano la natura circostante, addomesticata, come un prolungamento della loro casa.
Quando entrambi si erano seduti, rimanevano così, in silenzio, a passare insieme l’ultima mezz’ora di luce.
La schiena appoggiata all’intonaco caldo, ad assorbire calore.
Non avevano niente da dirsi, e allo stesso tempo si stavano dicendo tutto.

Ce qui vivent les violettes


13 Apr
psychedelic sun over Sidona

Hoy fui a un castillo
fui a un castillo por los bosques, siguiendo las líneas de los montes
fui a un castillo con mi caballo, carroza de hierro y viejo die-sél.

Ilusión
De
Belleza.

[Illusione: in-ludo. Viene de juego].
[Bellezza: dal sanscrito Bet-El-Za, “il luogo dove Dio brilla”].

Éstas cosas que pasan por un sábado cualquiera.

Andando, ho visto un gruppo di genziane.
Fiori di quando la neve si scioglie, fiori che si portano addosso la lunga attesa dell’inverno.
Annunciano la primavera: tienen poderes maravillosos y la gente lo sabe de la antigüedad.

Cuando la ví, pasó un coche. El unico coche del día.
Cuando volví, le genzianelle se habían ido.
El único coche ya no estaba allí.
Se las habían robado.

Regresa a mi mente
[Ritorna a mi mente]
aquel día de diciembre, en el cual estaba en Málaga con mi amiga Lola.
Y fuimos a un ‘cementerio inglés’, y estaba al lado del mar.

Había una tumba y en ella un nombre y dos fechas.
Una niña que murió 40 días después haber nacido, su nombre: Violette.
La targa diceva:

“Ce qui vivent les violettes”.

Nicola ch’i parlòva ‘dmâ dë Viora


03 Apr

Cold Gods

Probabilmente, solo tra qualche decennio diverrà chiara a tutti l’importanza del lavoro svolto da Nicola Duberti, che attraverso la sua collaborazione con l’Atlante Toponomastico Piemontese Montano è riuscito a fissare su carta [e su mappa] un tesoro linguistico destinato a sparire per sempre – e, di fatto, ormai già sparito.

Quando si perdono i nomi, si perdono anche le cose.
E infatti quella specifica roccia, quel rigagnolo d’acqua, quello scau e quell’appezzamento di terreno non significano più nulla. Elementi tra gli altri di un ‘paesaggio’ che esiste solo per chi ha perso del tutto la capacità di guardare, e vede un elemento astratto
[il ‘paesaggio’, appunto]
là dove prima c’erano infiniti elementi dotati di un nome e di un senso.

È un mondo che sparisce insieme alla sua intera geografia.
Ed è un suono che sparisce, suono chiuso verso il mondo.

La nutrita schiera di politici presenti alla serata di presentazione [la campagna elettorale è già iniziata, o non finirà mai], ha dato fiato ai tromboni parlando di internet in montagna, di fibra ottica che non c’è e dovrebbe esserci, quando l’unica cosa che funziona davvero in alta val Mongia è Eolo. Ma così va il mondo e così è giusto che vada: le parole che contano sono quelle che rimangono scritte, da qualche parte nel cuore o su un atlante di carta, e allora grazie a Nicola per questo regalo alla gente che verrà.

Sòta du lüv


03 Giu

 

Cammino dietro al suo profumo come inseguendo un ricordo. Animali e fragole, paesaggi primordiali da cui sono silenziosamente fuggito, qualche anno prima, tanti anni prima, quanti anni prima?
Il tempo non ha nessun lato bugiardo quando mi arrampico dietro di lei.
Le foglie crescono, si colorano, diventano la terra sotto i nostri piedi. Quando tutto è Foglia, lei pazientemente le mette insieme, come se fossero ricordi. Poi brucia tutto: a quel punto il tempo perde anche ogni consistenza.

Vista da lontano, vagamente ricorda una bambina invecchiata, un biscotto che si sbriciola nel latte del mattino, il tronco di legno quando è ancora nascosto nell’occhio dello scultore. Lei però non pensa minimamente a tutto questo. Lei pensa esattamente a tutto il resto, a quello che inizia e finisce nella Sòta du lüv. Mi parla di un fulmine che sessant’anni prima è sceso proprio lì, su quell’albero che ancora conserva la traccia del fuoco. Annuisce silenziosamente senza schiodarmi gli occhi di dosso, come a voler confermare il ricordo, come se lei stessa si stupisse non di quel che ricorda, ma dell’atto stesso di ricordare. In quello sguardo di temporale rimane solo lo stordimento del lampo, il suono di un tuono continuo.

Quanti bagagli, tra le rughe di questa donna. Quanto vento. Quanti attimi messi ad asciugare al sole. E io non posso fare altro che continuare a pensare al libro di Mircea Eliade, alla sua bella copertina arancione, sul mio comodino. Devo liberarmi dai feticci, mi dico. Devo liberarmi dai feticci. Devo essere come lei, anch’io sui miei vestiti voglio la musica delle campane, anch’io tra i miei capelli voglio il fumo dei seccatoi di castagne, anch’io tra le mie dita non voglio più niente e nessuno. Come lei che cammina veloce, la schiena curva verso l’erba e il muschio, gli occhi accesi su tutto quello che ha bisogno di essere visto. Trova i pensieri che aveva smarrito il giorno prima. Trova il tempo di stare a guardare.

Trova un fungo tra le foglie e me lo regala. Questo è buono con il limone e il prezzemolo, mi dice. Nella mia tasca però c’è ancora il biglietto d’ingresso del Museo Pompidou: chissà se potranno stare bene insieme, lui e il fungo.

Continuiamo a salire verso la Sòta du lüv, con il passo convinto di chi ha un luogo da raggiungere. Quando uno dei suoi animali devia verso un albero di pesche, lei lo richiama con un linguaggio misterioso, fatto di suoni ritmici e gutturali, un linguaggio spaventoso e bestiale, ma che al tempo stesso esprime tutto l’esprimibile, un linguaggio perfetto.

Su, verso la Sòta du lüv, come ieri, come l’altro ieri, come nell’idea che rimane in testa di un domani. E lei non dice niente, lei che ha imparato ad annullare anche il pensiero. La conoscono tutti la sua storia, giù in paese. La conoscono tutti, perché ognuno ne ha scritto un pezzo, ognuno ha ripetuto una verità fino a trasformarla in leggenda. La conoscono tutti questa vecchia contadina, ma nessuno le ha mai chiesto cosa sia successo veramente, su dalla Sòta du lüv, quando era giovane. Quando era bella. Quando suo fratello tornava dalla guerra. Quando il vino era il vino, cioè tutto ciò che rimaneva a chi tornava dalla guerra.

Non ho mai creduto alla storia della Sòta du lüv. Non ci ho mai creduto perché sapevo bene che era vera, e allora non mi interessava. Negli occhi della vecchia contadina, invece, c’è tutto quel che l’umidità deposita. Negli occhi della vecchia contadina c’è la Sòta du lüv, e non è più un punto da fuggire ma un rifugio in cui nascondersi, non è uno spazio in cui portare le capre ma un luogo in cui farsi trascinare dalle capre, non è quel che mormora il paese ma il suo esatto opposto: la Sòta du lüv è tutto quel che non è mai stato detto.

[Questo racconto ha ottenuto il primo premio al III Concorso Letterario “G. Bottero” di Mondovì (CN). Secondo la Giuria, “il racconto è condotto magistralmente sia per i tagli delle sequenze, sia per lo scavo interiore e la rara capacità di lasciare affiorare i dati sensoriali. Viene espresso il fascino del lirismo e la magia del mondo naturale].

How can a man stand such times – and live?


06 Gen

Kaki Viola

Non c’è logica nell’ordine del mondo,
e l’anziana signora rimane a contare gli scoiattoli in transito sul cavo del telefono
a osservare il filo del loro camminare sul filo
a cercare metafore dentro di sé.

Riesce ad annullare il pensiero
a rimanere in silenzio intere giornate
a star zitta nel mistero del buio.

E’ una strategia di letargo perfezionata nei secoli per sopravvivere ai dubbi,prima ancora che al freddo.
Gli uomini del tempo le passano accanto, sorridono, si divertono.
Ogni giorno affaccendati si muovono verso di lei.

Lei rimane immobile, zitta, ad aspettarli.
“Tocca sempre a me strappare i mesi dal calendario”, è la sua recriminazione.
E’ il lavoro più duro, e tocca sempre a lei.
Ma i mesi di giorni neri e rossi se ne vanno senza clamore, nella discarica dei momenti consumati.

Quando tutti insieme busseranno alla porta dell’anziana signora,
allora
forse
parlerà.

Haiku – San Giacomo


20 Giu



Una chiesetta medievale

inutilizzata da decenni

accesa a fiamme e fuoco e libertà.

Esperando a Inaniel


02 Apr

Era lì, alla fontana vicino al palo della luce.

Aggrappato con le unghie a questi scampoli d’inverno, dice.
Ci potresti credere?
Aria fredda.
Foglie cariche d’acqua.
Fango ovunque.

Buahahahahaha.
Sei impazzito?
Primavera.
Prova ad andare a piedi,
di notte,
verso il ponte.
Mille voci tutt’intorno.
L’acqua si scioglie, ma si scioglie in mille suoni diversi.
[Succede anche di giorno, ma di giorno non lo vedi].

Si guardavano come se fossero stati rinchiusi, tutto l’inverno.
Lì, a dieci metri di distanza.
Qualche contatto sporadico, ma non avevamo niente da raccontarsi:
entrambi stavano vivendo la stessa storia.

Eppure ti dico che preferisco l’inverno, meglio così.
Mancanza assoluta di colori: chi l’ha detto?
Io d’inverno invece riesco a godere meglio delle sfumature.

Quante volte ce lo siamo detti?
L’anno scorso, forse a ruoli invertiti, ci stavamo menando le stesse fiabe.
E’ la notte la cornice di tutto, è nel buio che si avanza a passo più forte.
E lo sai perché?
Perché di notte ti riesci a scrollare dalla pelle tutto il superfluo.

Poi si sono salutati.
Non mi lasci niente?, le ha chiesto
Hai bisogno di qualcosa?, gli ha risposto.

Io ho bisogno di una canzone.
Io ho bisogno di una preghiera.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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