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Ce qui vivent les violettes


13 Apr
psychedelic sun over Sidona

Hoy fui a un castillo
fui a un castillo por los bosques, siguiendo las líneas de los montes
fui a un castillo con mi caballo, carroza de hierro y viejo die-sél.

Ilusión
De
Belleza.

[Illusione: in-ludo. Viene de juego].
[Bellezza: dal sanscrito Bet-El-Za, “il luogo dove Dio brilla”].

Éstas cosas que pasan por un sábado cualquiera.

Andando, ho visto un gruppo di genziane.
Fiori di quando la neve si scioglie, fiori che si portano addosso la lunga attesa dell’inverno.
Annunciano la primavera: tienen poderes maravillosos y la gente lo sabe de la antigüedad.

Cuando la ví, pasó un coche. El unico coche del día.
Cuando volví, le genzianelle se habían ido.
El único coche ya no estaba allí.
Se las habían robado.

Regresa a mi mente
[Ritorna a mi mente]
aquel día de diciembre, en el cual estaba en Málaga con mi amiga Lola.
Y fuimos a un ‘cementerio inglés’, y estaba al lado del mar.

Había una tumba y en ella un nombre y dos fechas.
Una niña que murió 40 días después haber nacido, su nombre: Violette.
La targa diceva:

“Ce qui vivent les violettes”.

Nicola ch’i parlòva ‘dmâ dë Viora


03 Apr

Cold Gods

Probabilmente, solo tra qualche decennio diverrà chiara a tutti l’importanza del lavoro svolto da Nicola Duberti, che attraverso la sua collaborazione con l’Atlante Toponomastico Piemontese Montano è riuscito a fissare su carta [e su mappa] un tesoro linguistico destinato a sparire per sempre – e, di fatto, ormai già sparito.

Quando si perdono i nomi, si perdono anche le cose.
E infatti quella specifica roccia, quel rigagnolo d’acqua, quello scau e quell’appezzamento di terreno non significano più nulla. Elementi tra gli altri di un ‘paesaggio’ che esiste solo per chi ha perso del tutto la capacità di guardare, e vede un elemento astratto
[il ‘paesaggio’, appunto]
là dove prima c’erano infiniti elementi dotati di un nome e di un senso.

È un mondo che sparisce insieme alla sua intera geografia.
Ed è un suono che sparisce, suono chiuso verso il mondo.

La nutrita schiera di politici presenti alla serata di presentazione [la campagna elettorale è già iniziata, o non finirà mai], ha dato fiato ai tromboni parlando di internet in montagna, di fibra ottica che non c’è e dovrebbe esserci, quando l’unica cosa che funziona davvero in alta val Mongia è Eolo. Ma così va il mondo e così è giusto che vada: le parole che contano sono quelle che rimangono scritte, da qualche parte nel cuore o su un atlante di carta, e allora grazie a Nicola per questo regalo alla gente che verrà.

Sòta du lüv


03 Giu

 

Cammino dietro al suo profumo come inseguendo un ricordo. Animali e fragole, paesaggi primordiali da cui sono silenziosamente fuggito, qualche anno prima, tanti anni prima, quanti anni prima?
Il tempo non ha nessun lato bugiardo quando mi arrampico dietro di lei.
Le foglie crescono, si colorano, diventano la terra sotto i nostri piedi. Quando tutto è Foglia, lei pazientemente le mette insieme, come se fossero ricordi. Poi brucia tutto: a quel punto il tempo perde anche ogni consistenza.

Vista da lontano, vagamente ricorda una bambina invecchiata, un biscotto che si sbriciola nel latte del mattino, il tronco di legno quando è ancora nascosto nell’occhio dello scultore. Lei però non pensa minimamente a tutto questo. Lei pensa esattamente a tutto il resto, a quello che inizia e finisce nella Sòta du lüv. Mi parla di un fulmine che sessant’anni prima è sceso proprio lì, su quell’albero che ancora conserva la traccia del fuoco. Annuisce silenziosamente senza schiodarmi gli occhi di dosso, come a voler confermare il ricordo, come se lei stessa si stupisse non di quel che ricorda, ma dell’atto stesso di ricordare. In quello sguardo di temporale rimane solo lo stordimento del lampo, il suono di un tuono continuo.

Quanti bagagli, tra le rughe di questa donna. Quanto vento. Quanti attimi messi ad asciugare al sole. E io non posso fare altro che continuare a pensare al libro di Mircea Eliade, alla sua bella copertina arancione, sul mio comodino. Devo liberarmi dai feticci, mi dico. Devo liberarmi dai feticci. Devo essere come lei, anch’io sui miei vestiti voglio la musica delle campane, anch’io tra i miei capelli voglio il fumo dei seccatoi di castagne, anch’io tra le mie dita non voglio più niente e nessuno. Come lei che cammina veloce, la schiena curva verso l’erba e il muschio, gli occhi accesi su tutto quello che ha bisogno di essere visto. Trova i pensieri che aveva smarrito il giorno prima. Trova il tempo di stare a guardare.

Trova un fungo tra le foglie e me lo regala. Questo è buono con il limone e il prezzemolo, mi dice. Nella mia tasca però c’è ancora il biglietto d’ingresso del Museo Pompidou: chissà se potranno stare bene insieme, lui e il fungo.

Continuiamo a salire verso la Sòta du lüv, con il passo convinto di chi ha un luogo da raggiungere. Quando uno dei suoi animali devia verso un albero di pesche, lei lo richiama con un linguaggio misterioso, fatto di suoni ritmici e gutturali, un linguaggio spaventoso e bestiale, ma che al tempo stesso esprime tutto l’esprimibile, un linguaggio perfetto.

Su, verso la Sòta du lüv, come ieri, come l’altro ieri, come nell’idea che rimane in testa di un domani. E lei non dice niente, lei che ha imparato ad annullare anche il pensiero. La conoscono tutti la sua storia, giù in paese. La conoscono tutti, perché ognuno ne ha scritto un pezzo, ognuno ha ripetuto una verità fino a trasformarla in leggenda. La conoscono tutti questa vecchia contadina, ma nessuno le ha mai chiesto cosa sia successo veramente, su dalla Sòta du lüv, quando era giovane. Quando era bella. Quando suo fratello tornava dalla guerra. Quando il vino era il vino, cioè tutto ciò che rimaneva a chi tornava dalla guerra.

Non ho mai creduto alla storia della Sòta du lüv. Non ci ho mai creduto perché sapevo bene che era vera, e allora non mi interessava. Negli occhi della vecchia contadina, invece, c’è tutto quel che l’umidità deposita. Negli occhi della vecchia contadina c’è la Sòta du lüv, e non è più un punto da fuggire ma un rifugio in cui nascondersi, non è uno spazio in cui portare le capre ma un luogo in cui farsi trascinare dalle capre, non è quel che mormora il paese ma il suo esatto opposto: la Sòta du lüv è tutto quel che non è mai stato detto.

[Questo racconto ha ottenuto il primo premio al III Concorso Letterario “G. Bottero” di Mondovì (CN). Secondo la Giuria, “il racconto è condotto magistralmente sia per i tagli delle sequenze, sia per lo scavo interiore e la rara capacità di lasciare affiorare i dati sensoriali. Viene espresso il fascino del lirismo e la magia del mondo naturale].

How can a man stand such times – and live?


06 Gen

Kaki Viola

Non c’è logica nell’ordine del mondo,
e l’anziana signora rimane a contare gli scoiattoli in transito sul cavo del telefono
a osservare il filo del loro camminare sul filo
a cercare metafore dentro di sé.

Riesce ad annullare il pensiero
a rimanere in silenzio intere giornate
a star zitta nel mistero del buio.

E’ una strategia di letargo perfezionata nei secoli per sopravvivere ai dubbi,prima ancora che al freddo.
Gli uomini del tempo le passano accanto, sorridono, si divertono.
Ogni giorno affaccendati si muovono verso di lei.

Lei rimane immobile, zitta, ad aspettarli.
“Tocca sempre a me strappare i mesi dal calendario”, è la sua recriminazione.
E’ il lavoro più duro, e tocca sempre a lei.
Ma i mesi di giorni neri e rossi se ne vanno senza clamore, nella discarica dei momenti consumati.

Quando tutti insieme busseranno alla porta dell’anziana signora,
allora
forse
parlerà.

Haiku – San Giacomo


20 Giu



Una chiesetta medievale

inutilizzata da decenni

accesa a fiamme e fuoco e libertà.

Esperando a Inaniel


02 Apr

Era lì, alla fontana vicino al palo della luce.

Aggrappato con le unghie a questi scampoli d’inverno, dice.
Ci potresti credere?
Aria fredda.
Foglie cariche d’acqua.
Fango ovunque.

Buahahahahaha.
Sei impazzito?
Primavera.
Prova ad andare a piedi,
di notte,
verso il ponte.
Mille voci tutt’intorno.
L’acqua si scioglie, ma si scioglie in mille suoni diversi.
[Succede anche di giorno, ma di giorno non lo vedi].

Si guardavano come se fossero stati rinchiusi, tutto l’inverno.
Lì, a dieci metri di distanza.
Qualche contatto sporadico, ma non avevamo niente da raccontarsi:
entrambi stavano vivendo la stessa storia.

Eppure ti dico che preferisco l’inverno, meglio così.
Mancanza assoluta di colori: chi l’ha detto?
Io d’inverno invece riesco a godere meglio delle sfumature.

Quante volte ce lo siamo detti?
L’anno scorso, forse a ruoli invertiti, ci stavamo menando le stesse fiabe.
E’ la notte la cornice di tutto, è nel buio che si avanza a passo più forte.
E lo sai perché?
Perché di notte ti riesci a scrollare dalla pelle tutto il superfluo.

Poi si sono salutati.
Non mi lasci niente?, le ha chiesto
Hai bisogno di qualcosa?, gli ha risposto.

Io ho bisogno di una canzone.
Io ho bisogno di una preghiera.

Quel che il tempo [inteso come fenomeno atmosferico] riscrive


04 Feb

Time made them unknown

Guardi questa foto, e dici: “c’era un paese”.
C’era una comunità, con tutto quel che la questione può significare.
[per esempio: desiderio di fuga. oppressione intorno al collo. Calore e anche calore asfissiante].

Cinquant’anni più tardi apparentemente tutto dorme.
Le case sono abbandonate e i boschi si popolano in maniera silenziosa.

Eppure guardi fuori dalla finestra e qualcosa non torna.
E’ il ciclo delle stagioni, la potenza dei quattro ambienti, che a Viola si sente così forte da congelare ogni altra percezione.
Se il mondo è così vivo fuori da quella finestra, ti dici, chi cammina ad occhi chiusi sei tu, e non il mondo circostante.

Esco di casa.

Primo incontro.
Il personaggio al centro della foto oggi ha ottantadue anni e le gambe che non funzionano più.
Ha il bicchiere del vino incrostato dall’uso, non avrebbe senso lavarlo.
Pietre e legno lo sostengono sotto entrambe le mani: con una si appoggia alle pareti della sua vecchia casa, con l’altra stringe il bastone.
“Abbiamo girato così tanto che alla fine ci siamo caduti, nel sacco”, dice con l’arrendevolezza del vecchio lupo.
Il vino di quest’anno comunque è buono.

Secondo incontro.
Uno dei più giovani del paese, che oggi fa il contadino.
In questa foto non c’è, ma lo si vede – bambino – in un’altra, cinquant’anni fa.
Il bastone nella mano, un sacchetto sotto l’ascella dall’altra parte. Un’immagine che preconizza un destino.
Lo vado a cercare per concludere un sano baratto.
Io gli do un dvd, lui ricambia con le formaggette delle sue pecore.
Plastica in cambio di vita, lo scambio sembra vantaggioso per me.
Come va?, gli chiedo.
Andrebbe meglio se questo mestiere fosse lasciato in mano a chi lo fa, dice lui.
Mi parla di sindacati, politici, controllori sanitari, direttive europee.
Penso a quel libro di Jared Diamond, in cui spiegava che l’umanità, quando è diventata sedentaria, ha accettato di accogliere e mantenere al suo interno i parassiti.

Terzo incontro.
Simone, figlio dei figli di chi è lì nella foto.
Come me.
Gli scarponi ancora ai piedi, è appena tornato da una lunga passeggiata nella nebbia e nella neve.
E’ qua solo di giorno: questa sera torna a valle, va a suonare.
“E ogni volta devi dissanguarti in assurde discussioni coi gestori dei locali”, dice.
Se proponi musica tua, sembra che la gente abbia paura di ascoltarti.

Torni in casa, guardi questa foto, e dici: c’è un paese.
O forse non c’è più, e a quel punto… ancora meglio.

Perché quel che ti serve non è la massa informe, ma la materia scolpita dalla vita.
Servono occhi abituati a vedere, gambe che si muovono.
E il ciclo delle stagioni, che riscrive sempre tutto.

Oggi


05 Gen

running up

Esci dalla porta e sembra di entrare in un abbraccio.
Quindici gradi, il 5 gennaio.
A Viola non si era mai visto.

Mal di gola, occhi infiammati.
Caffè con mia nonna, la musica di ieri sera ancora in testa.
Quindici gradi fuori dalla porta, la neve si è sciolta tutta.

Poi un saluto al vecchio contadino, profumo di spezzatino.
Questo caldo è una piaga, non fa per niente bene alle piante, dice.
Le fa gonfiare, le illude, poi torna il gelo e si spaccano.

Oggi ho pensato a Werner Herzog, agli anni Settanta.
Quel che è stato è stato una scintilla, una folgore.
E’ rimasto qualcosa?
Fabrizio dice che quel succede in una stanza, in qualche modo, rimane.
E molto tempo dopo, ancora si respira.

Rimane anche quel che succede fuori dallo spazio, che ti si appiccica addosso.
Le parole tra due sconosciuti, quando si annusano e si riconoscono.
Cosa riconosci, in quella tela in cui l’altro si dipinge?
La stessa voglia di creare un disegno, che muove la tua mano.

Oggi per esempio, passeggiata nel bosco.
Quindici gradi, il cinque gennaio.
Oggi ho scambiato un dvd con due formaggette fatte in casa.
Oggi sono andato a trovare una vecchia prozia, novant’anni.
Dice che suo fratello, che era mio nonno, la sera del 5 gennaio le propose di stare svegli e sbirciare.
I loro genitori – i miei bisnonni – se ne accorsero.
E da quel giorno non arrivò più nessuna befana.

Oggi.
Oggi domani è diventato già ieri.

Cyborg medievale


20 Ott


Colpi di mano tra il fumo dei seccatoi
é la notte, hombre, la notte
che assume temperature diverse e un unico colore.
La postmodernità è una scritta ungherese tra gli strumenti del burro.

Affondano i tasti neri sotto i colpi delle dita
al punto che si potrebbero comporre anagrammi di vita espressa e battuta.
a, s, t, n, spazio.
Una mela in contemporanea per contestualizzare il tutto.
Non rimane niente di scritto, nella lingua del fumo.

Sui tasti neri, in tonalità disarmoniche.
Dicono che basterebbe dare un senso ritmico ai tasti neri per omaggiare un pianoforte.
Dicono anche che nella proiezione del futuro c’è il passato.

E il vino.
Il vino vive.
Il vino vive cinque, otto, trentanove anni.
Vive a contatto col legno e ne assorbe i profumi.
Ma nemmeno tutto questo ormai importa più.

E poi?

E poi.

Il Castagneto Acustico – 2012


23 Giu

No time no space

Una festa.
Una festa?
Una festa.

Senza responsabili né denaro in circolazione, senza programmi né sponsor, senza nessun’altra regola se non quella della condivisione.

Mario e Ernestina, classe 1925, raccontano che nei giorni antichi in cui a Viola Castello abitava ancora la musica, i giovani del paese mettevano insieme la loro voglia di ballare. Qualcuno scendeva a valle a cercare i musicisti, qualcun altro faceva il pane, altri ancora preparavano i formaggi.
Non c’erano soldi: la festa si faceva senza soldi.
Non c’era energia elettrica: la festa si faceva senza energia elettrica.
Ma c’era desiderio e passione, e bastava quello, per fare la festa.

Il Castagneto Acustico è desiderio e passione, assenza di soldi, niente di elettrico.
Lo scenario è un bosco illuminato dal fuoco, nei secolari boschi di Viola Castello, che ancora resistono all’abbandono dell’uomo.
Musicanti e narratori, danzatori e teatranti, cucinieri e spillatori di vino, peccatori e disegnatrici, gente semplice e contadini. Tutti insieme senza un programma, ognuno viene e porta quel che vuole di sé.

L’appuntamento è nel Bosco del “Grimaldo”, frazione Castello, Viola. Venti km sopra Ceva. Domenica 8 luglio, dal pomeriggio a notte.
Cibo e vino ci sarà, ma cibo e vino è anche benvenuto.
E’ un bosco, quindi il più grande hotel, quindi si possono piantar tende e accampamenti.
Le vacche di Aldo hanno già iniziato a falciar l’erba, e preparare il terreno.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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