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Autobiografia di una musa indigente


15 Ago

Mi piace cenare sola e in piedi nella vecchia cucina di Quito. Cena, o una colazione un po’ tardiva: uova, pane e succo d’arancia. Devo aspettare che arrivi la consegna a domicilio delle pillole anticoncezionali, sono troppo pigra per uscire dalla mia stanza. Certo, se qualcuno mi ricordasse perché coscienziosamente ogni notte prendo le pillole, allora sì, mi verrebbe voglia di uscire. Non ho mai letto i libri che ho detto di aver letto, né ho visto tutti questi film di culto che tutti hanno visto, però in cambio, nascondo come un gran segreto che mi diletto con documentari sulla meccanica quantistica, con la teoria del vuoto e delle stringhe, e di tanto in tanto con qualche saggio postmoderno.

Sono molto più giovane di quel che si potrebbe pensare. Ho compiuto da poco 22 anni, sono nata ai Caraibi e ho vissuto a Quilmes, sulle Alpi marittime, a Kingston, nella città di Panama, a Valparaíso, a Jujuy, nella foresta amazzonica e a Quito, dove sono tuttora. A Quito, o nella stanza della lavatrice, molto meglio. La luce non funziona bene, a volte si accende, a volte no. Come tutto il resto. È piccola, umida, blu, fredda, solitaria. Come me. Mi dichiaro un’amante incallita, una diva in decadenza, una musa indifferente, un demonio senza poteri, una regina senza corona e un Dio senza credenti. In poche parole sono un maledetto disastro.

Per cuocere le due uova che sto mangiando ho bruciato la padella. Poi mi sono bruciata quando l’ho messa nel lavandino per farla raffreddare. Ho rovesciato il poco cioccolato che mi sono preparata, l’ho versato fuori dalla ciotola. Dovrei pulire e invece verso il cioccolato sul pavimento. L’immagine che do in questo ridicolo istante è quella di una tipa con i capelli più aggrovigliati di wikileaks, con pantaloni che mi cadono per l’estrema magrezza e con un fazzoletto comprato di seconda mano nel centro della mia amata città avvolto al collo. In piedi, mangio le mie due uova con un pezzo di pane ma non lo sopporto. Lo stomaco vorrebbe vomitare ogni boccone che ingerisco. Diarrea costante. Sono i vermi della vita che vivono dentro di me come un esercito di vili canaglie che fanno che ogni sentimento, esperienza, conoscenza si trasformi in merda. Una merda liquida, dolorosa e puzzolente.

Sono brava al gioco, ho questa maledetta espressione da diva in decadenza alla quale nessuno si può negare. Possono accadere due cose, o ti spaventi o ti intrighi. La maggior parte della gente opta per la prima opzione, scappa correndo. Suppongo che la diva in decadenza si possa quasi comparare a una strega cattiva. Pero non vi spaventate, non ho poteri. Questo sguardo freddo e irriducibile nasconde molto di più. Ma sarà proprio questo che spaventa, la profondità del vuoto.

I miei occhi sono neri, nerissimi, così come i miei capelli. La mia pelle è scura, bruciata dal sole. Ho sofferto molteplici morsicature di insetti nella selva, conservo ancora alcune cicatrici. Mi piacciono. Mi ricordano quanto sia duro il mondo reale. Ho labbra senza speranza, gonfie per la sete e viola per il freddo. Poche volte si vedono nella loro forma naturale di bocca immobile. Il mio sguardo si perde costantemente nel vuoto. In un punto fisso e inesistente. È difficile seguirmi. Lo so. Ho queste mani cadaveriche, lunghe e ossute, molte lunghe. I pittori impazziscono con queste mani, gli altri uomini… anche. Non possono essere uomini comuni, poiché quelli comuni sempre si intimidiscono davanti a questi occhi; il loro membro non si drizza. Non ho tempo da perdere, caro.

L’uomo che mi desidera deve sopportare questo sguardo freddo di morte e fottermi per salvarmi. Deve riuscire a dominarmi mentalmente. È la guerra e io voglio essere la vittima mortale. Ci furono alcuni coraggiosi nella mia storia di amante incallita, alcuni più di altri. Il primo finì per scappare. Il secondo ancora resiste, scappa e torna, scappa e torna. Ce ne fu un altro che non seppe essere sufficientemente perverso. E c’è un musicista eremita che ora dovrebbe essere chiuso tra le sue quattro pareti, di fronte allo schermo come me e lo amo puramente. E ne ho appena conosciuto uno, ma uno davvero. Parlare di lui? È difficile.

Riassumendo potrei dire che è cielo e inferno, nello stesso tempo e nello stesso spazio. Io, la musa indigente, posso avere pretensioni ogni tanto? Però il cielo non fa per me. Neppure l’inferno. Vivo e merito di vivere in un limbo senza tempo né spazio. Solo sento il rombo dei motori, respiro il fumo delle sue enormi ciminiere, mi alimento delle sue sostanze chimiche, e a volte, rare volte, sogno. Però neppure questo vale la pena. Se voglio arrivo alla mia anima e rifletto sul maledetto amore. La casa è vuota; posso svestirmi completamente. Però sono sicura che non vorrete vedere questa scena perturbatrice.

Domani è sabato, domani è lunedì. Domani è venerdì. Domani è la speranza di un risveglio meno doloroso. Però è impossibile sentire il desiderio di aprire gli occhi.

Lonely girl in the bathroom

Traduzione di Fabrizio Fontana dal blog xéhismo.wordpress.com.
Foto di Baltic Man, Salgar 2009.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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