Le mutande sporche. Il telefono da ricaricare. Una sostanziale indifferenza verso le faccende del cosmo. Anche oggi è finito, anche oggi è andato.
Nebbia primordiale sugli avvenimenti della giornata. Lasciatemi la sera, l’ultimo momento di anestesia, l’ultimo momento di lucidità prima dell’anestesia. Un altro pezzo è andato. Un altro scalino su una superficie così ripida che vista da qui sembra quasi piana, orizzontale.
Quante cose si possono condensare, in 24 ore. Lasciatemi soprattutto gli attimi più inutili, quelli più stupidi. Sono loro che adesso si trasformano in macchie d’inchiostro.
Nel mezzo, pura illusione. Tanta fantasia. Mio nonno che mette da parte le patate che potranno fiorire e diventare altre patate. Le luci rosse delle macchine, da lontano. Gli uomini e le donne che si inseguono, che si annusano, che si perdono. Centinaia di parole intorno al nulla, una massa di persone senza voce per lo sforzo di gridare il vuoto, simulacri di resistenza alla grande anestesia, anestesia di resistenza di un movimento inerte, superiore. Le faccende del cosmo che d’improvviso si fanno concrete, l’illusione di distrarsi con una nuova verità .
E lasciatemi dormire, domani non svegliatemi, ho cose più importanti a cui pensare, domani.
Le mutande sporche.
Il telefono da ricaricare.

Tornato a casa, si rifugiò nel computer. Non aveva ancora tirato via i piedi dalle scarpe, che già digitava la password. C’era qualcosa di inquietante, nella morbosità con la quale seguiva piccoli quadrati blu accendersi, sullo schermo. In un certo modo, quel computer non era nient’altro che uno scudo di protezione. Nei crepuscoli dalle ombre lunghe, quando le tenebre si mescolavano con il vento, i suoi vicini avevano imparato ad affidarsi alla notte. Tutto si spegneva quando si spegneva il sole, ed ogni comportamento deviante era considerato una palese mancanza di rispetto nei confronti di un’entità mistica come l’oscurità , secondo una regola universale tacitamente condivisa. F. non riusciva a sottomettersi pienamente all’autorità della notte ma tantomeno poteva sfuggirne, e lo schermo bianco pareva costituire una buona ancora di salvezza nell’inconsistenza degli altri oggetti intorno. Entrambi, lui come il mondo esterno, erano consapevoli della loro inermità nei confronti della notte,di un senso di smarrimento reciproco ed inevitabile -apatia obbligatoria-, di una tregua inevitabile ed imminente, della rivelazione. Ed era esattamente nel momento della tregua che il computer attirava nella sua rete l’inerme uomo, con l’illusione di poter offrire un rifugio e una direzione ai sentimenti più reconditi del suo pensiero.