Revenue

03 Feb

Ritorna dopo tanto tempo, questo spazio bianco da appoggiare sulla federa del cuscino, questo frammento di seta accartocciato e dimenticato sulle colline del mondo. Dove sei stata, amica mia, voglia di scrivere, desiderio di imparare? Il finestrino dell’autobus si allunga su paesaggi mai visti, vigneti di Occitania e di Camargue, la frontiera dei contrabbandieri tra Banyuls e la Jonquera. Dove sei stato amore mio, fratello di percorso?

Il frammento di seta vola leggero trasportato dal vento, pronto ad accettare il suo destino per non tornare mai più. Rimanere inghiottito nella lunga spirale di 1 e di 0, riassorbito dalla stessa natura che l’ha generato. Polvere del linguaggio eravate, polvere del linguaggio tornerete ad essere.

Intorno a questo vuoto, tutto scorreva come sempre. Gli amori si facevano e si disfacevano insieme agli odori e agli umori. Le pagine scorrevano stanche, sotto il bombardamento dei clic. Il mondo aveva sempre di meglio da fare per accorgersi di una futile assenza, perché quel che non è mai esistito non può venire a mancare, quel che non è mai esistito non può uscire da qui.

Solamente un lume, dall’altra parte del mare, teneva vivo il ricordo di un’intenzione. Un’intenzione disordinata e sommaria, apologia dell’Inutile e di quel che gli sta intorno, ma dietro quell’intenzione e quel lume sta nascosta la trama del tutto, si rivela la strada che ha portato fin qui.

Così viaggia tra tre continenti questa storia bizzarra, e da una vicenda biografica all’altra si alimenta e fermenta, e la materia si trasforma e passa di mano in mano trasformando le parole in cifre, le cifre in ricordo. Le forze più vive sono quelle che non possono essere misurate e che non servono a niente, le forze più vive sono quelle che diventano visibili dall’alto e muovono tutto. Ritorna dopo tanto tempo questo spazio bianco nel bianco. Cuscino di seta e rifugio del niente, custode di un’intenzione che ci ha portati fin qui.

A Karim, a Cecilia. Al bellissimo template vintage che non cambierà mai.

There was a time in which I used to be there

20 Apr

 

There was a time in which I used to be there

-il Mindino visto dal Far Away-

Brigata Anaís

08 Mar

Hanno cambiato le luci elettriche. Hanno una luce più gialla adesso, una luce più calda. Ho visto il furgoncino, era messo là dove di solito si parcheggiano i gatti, là  nella conca in cui scalda più il sole e da lì si controlla tutto. Così hanno cambiato le luci e nel frattempo torna quell’odore di primavera, terra bagnata e calda, odore di primule.

Oggi ho perso il cappello e cercato una capra. Ho cercato una capra con le ragazze e i ragazzi di una banda partigiana, gente sveglia con cui ci si intende al primo minuto. Ho cercato la capra sui luoghi della Resistenza. L’ho cercata mentre l’Italia cambia forma, mentre l’Italia tutto intorno non esiste.

Teresa dice che dovrei viaggiare, dice che dovrei tornare a viaggiare.
Ma viaggiando, dico io, ho perso il cappello nero e non ho trovato una capra.
Però viaggiando ho trovato le tracce di un branco di lupi, e ho visto un ubriaco gettarsi in un pozzo.
Ho conosciuto le Settimine, bambine nate al settimo mese. È rimasto loro un dono speciale addosso.

Una di loro, Emma, è rimasta lassù dietro la Cuštera degli Argentini.
Riceve per venti euro o una forma di pane, ma il pane dev’essere buono, una forma intera.
È capace di leggere quel che non va e di esaminare la morte. È in grado di dire dove sono rimasti nascosti i segreti di chi è rimasto incastrato nel mondo delle tenebre. È in grado di dire dove sono rimasti nascosti i soldi nel muro.

Nelle cascine lì accanto può capitare di trovare un madama che organizza una bisca.
Giocano di giorno, giocano tutto a carte, perché i soldi di notte non esistono.
Gliene sono piombati tanti addosso, tutti insieme dai sogni degli altri, ma loro di tutti quei soldi non hanno bisogno perché è gente che coltiva la campagna e prende da lì tutto quel che serve, e allora il resto dei soldi se lo giocano.

È tutto sospeso ed è tutto selvaggio ed è tutto aggrovigliato ed è tutto in rovina.
Ma allo stesso tempo è tutto incarnato ed è tutto sublime ed è tutto inutile ed è tutto facile.
Hanno cambiato le luci elettriche ma la sostanza non cambia.
Per un’ora o per sempre, tutto questo è esistito davvero.

Il signor Merlano

31 Gen

Il signor Merlano teneva accesa la linea del confine. Passava la cera tutte le notti, si occupava di sostituire, ogni volta, le lampadine. Non ci sono altri che lo possano fare, era solito dire il signor Merlano, ed alludeva allo spazzar di scopa così preciso sull’asfalto, alla linea sottile della polvere pettinata, all’odore di pulito che il suo passaggio lasciava su quella striscia di mondo. Dev’esser così avere una casa, pensava allora il signor Merlano, e quando iniziava a pensare a una casa ci metteva dentro una candela, una finestra accesa sul dentro, sensazione di caldo nella pianta dei piedi. Non si azzardava a metterci dentro una donna, il signor Merlano. Sapeva che le donne hanno i superpoteri e non c’è niente da fare contro i superpoteri, così le donne non servono e le donne non bastano e il signor Merlano diceva tutto questo e sapeva di mentire. Ma aveva bisogno di una bugia, aveva bisogno di quella bugia, per autoassolversi dalla colpa ingrata di non aver ascoltato tutte le sirene dell’apocalisse.
Spazzolava la linea del confine, il signor Merlano, e mentre spazzava la linea teneva insieme la notte, rimetteva in ordine il mondo, ripuliva lo spazio per un’altra contesa, un altro giorno sul pianeta, un altro giro sulla giostra.

viola. giorni della merla zeroventitre

Buonanno

31 Dic

Le parole sono chiodi a cui appendere idee
giocare sentiero rivolta femmina destino
luce attesa etica epica cammino
chiodi nel muro a sorreggere un’ipotesi
buchi nel legno, tracce di dio.

E il fine giustifica i mezzi ma rimane pur sempre un fine
la morte del percorso, l’antitesi del desiderio.
Rimane materia morta a ricordare l’agguato
rimane l’amaro in bocca, nello scoprirsi già lì.

La -n finale è l’esito di un’antica -t-

16 Dic

Nevica.
Nevica là fuori.
È notte ed è bianco ed è pieno di neve.
La strada che porta a casa,
la strada che porta alla mia casa,
non la riconosco più.

Ho viaggiato per il giorno e per la pioggia
ho viaggiato nelle terre del mare, dall’altra parte della montagna.
Ho inseguito le tracce di tutto quel che son stato
Ho inseguito le tracce di te.

C’è un pezzo di vita appeso intorno alla casa di un gigante
e una bidella in una scuola media, che mi offre il caffè.
C’è l’altra parte di me che cammina in un libro
e le verità più profonde che non scriverà mai.

Oggi ho insegnato ai ragazzini di una scuola media il succo del mio segreto
ho detto loro che per parlare davvero occorre prima perdere la voce,
rimanere muti di fronte al rumore degli altri.
Hanno riso sono rimasti sospesi sono diventati improvvisamente seri.
Hanno scritto su un foglio quel che si sente in un minuto
e poi sono stati loro a insegnarmi come si accende un fuoco:
con i detriti del tempo,
le macerie del Noi.

Nel frattempo ho un fratello in viaggio su un furgone,
da 14 ore,
sotto la neve.
Dorme nella piazzola di un autogrill con la febbre a 38, ma nemmeno questo interessa a nessuno.
La storia degli altri importa finché è parte del sé.

Nicola intanto risolve ogni dubbio e conferma che nella lingua violese c’è un fenomeno strano:
alle -i finali del piemontese, dopo una E aperta, corrisponde sempre una -n.
Ecco perché burài, “fungo”, diventa buràen.
Ecco perché quài, “quelli”, diventa quàen.

È la -T- che diventa -n- ed è una roba senza riscontri,
non accade così da nessun’altra parte.

Da nessuna parte, tranne nel dialetto mentonasco di Sainte Agnais.
Chissà  se c’è la neve.
Chissà se c’è una strada,
laggiù.

Mai dei vostri

04 Dic
beppe fenoglio, ‘La paga del sabato’

Acquiescenza

18 Nov

acquiescènza s. f. [der. di acquiescente]. a. Consenso tacito o non pienamente espresso; condiscendenza inerte, remissività: a. a una decisione, a. a una imposizione; a. rispettosa e pavida dei suoi sottoposti alimentava in lui la vanitàabusi commessi grazie alla a. delle autorità localib. Atteggiamento passivo, carattere remissivo: la sua naturale aera stata interpretata come ipocrisiac. Nel linguaggio giur., accettazione espressa o tacita, totale o parziale, della sentenza del giudice, in processi civili.

Questa parola formidabile comunica un concetto con una sfumatura di un’esattezza prodigiosa. Quando si dice che la nostra è una lingua raffinata parliamo anche di casi come questo.

Per apprezzare questa raffinatezza va notato che l’acquiescente (è difficile anche scriverlo) ha una galassia di sinonimi: remissivo, accondiscendente, arrendevole, conciliante, accomodante, docile, sottomesso, e via e via. Ma il remissivo si rimette al volere altrui, l’accondiscendente vi aderisce, l’arrendevole alza le mani e cede, il conciliante e l’accomodante ne convengono, il docile e il sottomesso vi ubbidiscono. L’acquiescente ci parla invece di quiete.

Ce ne parla in una maniera precisa: il verbo latino quiescere è un incoativo, cioè descrive l’iniziare di un’azione – in questo caso l’acquietarsi, il calmarsi. Così l’acquiescente si presenta come la qualità  di chi si sta volgendo alla quiete, e in particolare di chi, entrato in contatto con una volontà esterna, ne è tranquillamente persuaso, serenamente convinto, senza l’increspatura di un’obiezione, senza un pensiero ruvido o dissonante.

Un factotum acquiescente ai capricci dell’artista serve a costruire il personaggio; ci mostriamo cortesemente acquiescenti a una decisione, intendendo scambiare il nostro favore presente per un altro futuro; l’erede si dichiara acquiescente a volontà  testamentarie bizzarre; per la piacevolezza della compagnia siamo così poco interessati al menu che ogni vivanda proposta ci trova acquiescenti; e dopo tanto crucciato pensare optiamo acquiescenti per l’articolo che ci ha consigliato il commesso suadente.

Nel bene o nel male, l’acquiescente è uno specchio d’acqua che si calma come se un immissario ne smorzasse l’agitazione. Non è certo un’immagine grossolana. E si vede in maniera lampante quale sia la differenza con ogni altro suo sinonimo.

Tratto da: https://unaparolaalgiorno.it/significato/acquiescente

Was bleibet aber, stiften die Dichter

23 Set

Ciò che resta, lo istituiscono i poeti.
I Poeti: in tedesco li scrivono con la D maiuscola.

Da dove viene il nome Italia? La parola alla Crusca

L’origine del nome è discussa e incerta. Non mancano le interpretazioni leggendarie, come chi lo vorrebbe comporsi dal fenicio “I-dah-yya”, la “terra che cresce al di là della Grande Montagna”. La Grande Montagna è l’Etna.

Ma Italia dunque è un nome di montagna.
Il Poeta  parla dell’antica terra che si chiamerà poi Italia, ma che il nome suo ancora non l’aveva.
Parla di quelle tribù, meglio che popoli.

Tribù, meglio che popoli.
Le Tribù conservano il contatto con il fuoco.
I popoli, il fuoco lo hanno spento.

 

 

Ma oggi sono salito su un tetto e c’era il sole freddo ed era fatto di pietra.
Il tetto era fatto di pietra, al passaggio di un fiume di un antico marchesato,
marchesato alpino,
marchesato di montagna.

La convivenza del feudo della fabbrica idraulica delle case delle signore.
Le figlie dei principi suonavano l’arpa, per allietare l’inverno a chi era costretto attorno a un fuoco.

Le tribù conservano il contatto con il fuoco.
Gli esseri umani che diventano popolo, quel fuoco lo hanno spento.

Fratelli d’Italia di Germania e di Spagna
Fratelli di Lituania, sorelli del tempo.
Sulla metropolitana di Milano viaggiano i ventenni con barba e mascara.
Sulla metropolitana di Milano viaggia un’umanità in camicia, si porta dentro la memoria del fuoco.

?????

13 Set

Narva (in russo?????) è una città dell’Estonia nord-orientale, all’estremo lembo d’Europa, che conta 65.886 abitanti.

Gli estoni sono solo il 15%, mentre l’86,41 è di etnia russa. Questa anomalia si deve a quanto accaduto dopo il 1945, quando le autorità  sovietiche proibirono il rientro della popolazione estone sfollata e deportata, dando priorità  ai cittadini sovietici provenienti dal resto della Federazione. Quarantacinque anni più tardi, con l’indipendenza dell’Estonia, la sorte fu inversa: alla maggior parte dei cittadini russofoni è stata rifiutata la cittadinanza estone, in base a una legge che garantiva la suddetta a chi era residente in Estonia prima del 1940. Oggi, dunque, solo il 46% degli abitanti della città è di cittadinanza estone, mentre il 18% è a tutti gli effetti apolide. Con il 93% della popolazione di lingua russa, la città di Narva costituisce la principale enclave russofona nel territorio dell’Unione Europea.

Oggi, 13 settembre 2022, la città si prepara alle restrizioni dei visti che entreranno in vigore lunedì 19 settembre. A causa della guerra in Ucraina, il governo estone ha deciso di chiudere le frontiere ai cittadini russi. Il Ponte dell’Amicizia, che unisce la città di Narva con la cittadina gemella di Ivangorod, dalla prossima settimana sarà chiuso al transito turistico e commerciale.
Sulle due sponde del grande fiume Narva, in questa mattina di settembre in cui c’è già aria d’autunno, alcuni uomini dai capelli grigi stanno in acqua con i pantaloni di gomma. Sono pescatori di un lato e dall’altro, pescano il pesce in una stessa lingua. Si guardano ma non possono parlare, anche perché, sullo sfondo, l’imponente centrale idroelettrica di Ivongorod copre ogni possibile suono, con il suo lamento costante. Sui tabelloni pubblicitari, lì intorno, grandi scritte in cirillico invitano la popolazione a combattere la grande piaga dell’HIV. Nel primo decennio del XXI secolo, la città ha vissuto un preoccupante aumento dei contagi di questa malattia, con una media di 150-200 nuovi casi annuali.
Narva, dunque, si prepara all’inverno.
Il Ponte dell’Amicizia, in questo tardo 2022, rimarrà  in silenzio su un fiume ghiacciato.

Diary of a Baltic Man

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