La-Campagna-Lettorale

21 Feb

tratto da: Il Giornale

L’Islàm.
Le ricariche telefoniche della wind.
I nigeriani.
Il Museo Egizio.
Il rifugiato senza biglietto sul treno.
La vera sinistra siamo noi.
Quaqquaraqquà.
I bonifici annullati.
Emma Bonino.
I negri, ancora i negri.
E i bianchi poveri, ai bianchi poveri chi ci pensa?
Censione di Pittadinanza.
Le larghe intese.
Le lunghe attese.
Elio e le Storie Tese.
Ancora i negri.
Il ritorno del fascismo.
I molisani, prima i molisani.
L’uninominabbbile secco.
Dal 5 marzo tutti a casa.
Stringiamoci tutti intorno a Pamela.
Negri, dateci dei negri, siamo indietro coi sondaggi.
La priorità è il Paese.
Prima di tutto, il voto utile.

E la Chiesa, la Chiesa non dice niente?

Užupis

17 Feb

Užupis

Correvano i bambini, infagottati nei loro vestiti da neve, mentre le madri (tre donne totalmente diverse tra loro) sfioravano il vetro con il dito, allungando verso il basso la distrazione dai loro pensieri, sorridendo con la mente alla vista di tutto quel che accadeva – o non accadeva – in quel momento nel mondo,
alla vista degli altri proiettati sui loro “sé”.

I bambini, in abiti viola, correvano lontani verso la strada, e con le piccole mani sul vetro della finestra ripetevano i movimenti delle loro madri e tentavano di far scorrere il mondo, distanziando il piccolo pollice e il piccolo indice da un ipotetico centro, come a voler ingrandire un qualcosa che, nel rumore sordo della vita, per un momento aveva catturato la loro attenzione.

Là fuori, la statua dell’Angelo e le luci di Natale ancora accese da qualcuno che non si arrendeva al Gennaio, illuminavano un mondo dall’altro lato del fiume,
dall’altro lato da tutto.

Pic by Daiva

Noi

13 Feb

Tout comprendre c'est tout pardonner

Noi non siamo a favore dell’immigrazione.
Siamo a favore della deportazione
degli attuali residenti.

Purple Castle

01 Feb

Purple Castle

Descrive movimenti lievi su paesaggi invernali.
Quattro note di piano, quattro arpeggi scalati, il riflesso del cofano sul bianco della lamiera.

La luce è bianca perché bianca è l’atmosfera.
Neve pulita di spazi nascosti.
Il tramonto degli altri laggiù dietro, verso la piana.
Il riflesso blu dello spazio.
Un intero giorno che muore.

Lui tornando verso casa trova il senso di tutto nella radio accesa,
ma è un attimo che esisterebbe anche nel silenzio,
un’intera vita senza musica.

“E’ tutto scritto nei fili di fumo che escono dai tetti”, pensa.
Tutto scritto nell’insieme di macchine che scendono, mentre lui è l’unico che sale,
verso la notte viola,
verso la montagna.

Palo dell’Enel

23 Gen

Palo dell'Enel

Un palo dell’Enel piantato nell’orto, che prendeva la luce dall’altro versante della stretta valle per portarla in cima alla montagna.
In cima alla montagna: su fino al colle, e poi ancora più in là.
Il Signore delle Api raccontava come quel palo aveva il potere di guarire o emettere la definitiva condanna.
Tutti i suoi animali, moribondi o ammalati, erano passati da lì.
Quando il Signore delle Api li vedeva soffrire li portava ai piedi del palo, che per qualche motivo a lui misterioso era sede di sentenza e verdetto. Una miracolosa guarigione o la fine delle sofferenze, questo era quel che accadeva sotto il palo dell’Enel.

Il Signore delle Api voleva bene ai suoi animali, e quel palo, piazzato al centro del cortile, gli consentiva di seguire l’evoluzione dell’agonia e portare acqua e cibo, di prendersi cura di loro.
Tuttavia, non avrebbe mai chiamato un veterinario per un gatto, una gallina o un cane.
Riconosceva alla medicina uno status superiore, una questione dell’uomo per l’uomo, e immaginava che degradandola al regno animale avrebbe contribuito ad annichilirne il potere.
In altre parole: si sarebbe sentito debole e ridicolo ad affidare i suoi animali a un altro uomo che non li conosceva per niente, e che avrebbe trattato ogni male con scientifica cura.
Così portava gli animali al palo e attendeva che la natura facesse il suo corso, e sotto l’ombra del palo bagnava l’orto, e con la sua solida stazza legava la vite perché salisse verso il cielo.

Grande fu la sorpresa del postino nel trovare, una mattina, un’anziana signora seduta sotto quel palo.
Il Signore delle Api l’aveva accompagnata sorreggendola per le spalle, e aveva predisposto per lei una panchina imbottita, un fazzoletto di seta e un succo di more.
Si prendeva cura da anni dell’anziana madre: il postino lo sapeva, ne avevano parlato più volte.
Quel giorno il Signore delle Api non disse nulla e nulla disse la madre.
Continuò a bagnare l’orto, mentre il postino si allontanava veloce, con la sua panda bianca e gialla, su verso il colle, seguendo la linea dell’Enel.

Stàdion

27 Dic

Stàdion

Ma se guardi bene laggiù c’è una casa
e se guardi a fondo lassù c’è una nuvola.
Se cerchi neve alle tue spalle c’è il mare
e se senti freddo, è silenzio e vuoto da coprire.

Così ripartirai tra la polvere sola
tra gli aghi e gli insetti, tra la retta e la sfera.
Il tracciato dei tuoi percorsi completerà l’orizzonte.
Il peso dei tuoi piedi toglierà il dubbio alla strada.

Szomorú vasárnap

11 Dic

Evoluzione di un’inquietudine: il pianista ungherese Rezső Seress compone Szomorú vasárnap (“Gloomy Sunday” in inglese, “Cupa Domenica” in italiano) nel 1933.
Una melodia malinconica, di tristezza orientale, si lascia cadere nel lento morire della musica terzinata gitana.

Si trattava di una linea melodica particolarmente riuscita, arricchita da un testo che piange la fine di un amore, e non lascia speranze nemmeno all’ipotesi del suicidio come ultima carta della disperazione. Tre anni dopo l’incisione del brano, iniziarono a circolare notizie che riportavano un buon numero di coincidenze sospette, in base alle quali Szomorú vasárnap indurrebbe l’ascoltatore al suicidio. Nella versione in inglese, pubblicata nel 1942.

Angels have no thoughts
Of ever returning you
Would they be angry
If I thought of joining you

la voce di Billie Holiday aggiunge intensità sonora a un testo reso più lieve nell’ultima strofa,nella quale la chiusura della canzone non fa più riferimento al suicidio ma è stata resa meno cupa e più speranzosa, sottolineando come il gesto estremo possa rimanere puramente simbolico.

Nei decenni successivi intorno a “Gloomy Sunday” prese forma un alone leggendario. La reputazione della canzone maledetta,  ribattezzata “La canzone ungherese del suicidio”, si diffuse in America e in Europa, spingendo addirittura la BBC a vietarne la trasmissione all’interno dei suoi palinsesti.

Poi arrivò Bjork

e fu inverno.

Homo / Homini / Lupus

30 Nov

La famiglia

Hoy
adelanté el invierno
desperté insumiso
escuché el cántaro de agua en la tubería
fría
artificial
de otro día en el planeta-1.

Hoy esperé a la serpiente de acero y lata
me asomé a sus entrañas de ballena roja
y encontré a un charango y a una flauta de pan
y encontré lluvia fina,
material para un “volver”.

Tomando jugo auténtico en las esquinas
buscándole al cónsul sus ganas de hacer
devolviéndole el jugo auténtico a la noche,
“no necesito veneno
veneno para lo que viene,
mas bien tráigalo usté”.

Tráigalo usted que sabe donde conseguirlo
y tráigalo usted que no deja de buscarlo
este engaño de papel tiza sombra y whiskey
este enredo de relatos, que nos tiene hambrientos y satisfechos
al final
al final de cada página
en el reflejo del papel.

Hey. Te traigo noticias de tu hermano.

02 Nov

E’ vivo e ha toccato il ghiaccio, questa sera all’ora del diluvio, ha sentito il ghiaccio nella schiena.
Con lui andava una cagnetta di cui aveva dovuto guadagnarsi il rispetto, la cagnetta della ragazza che poi è diventata la sua ragazza.
Li ho trovati tutti insieme nella Torre Sur, tuo fratello la ragazza e il cane – che nel frattempo aveva sostituito la cagnetta, perché il tempo passa anche qui.

Sono rimasti anche loro nell’arroyo, perché la notizia è che questa sera a Bogotà ha grandinato.
Le strade sono bianche da ore. Bianchi i giardini. Le aiuole. Le scuole.
Ho camminato nell’ora dell’arroyo, del fiume in piena, del grande diluvio.
Le strade sono diventate uno spazio osceno, così come lo avevi letto tu in un libro, ob-sceno. Fuori-dalla scena.
Un ruggito di Selva che invade il territorio dell’uomo, e viene dal monte, e viene dal Nord.
Un fastidio dell’uomo, nel riconoscersi nulla.

Ho attraversato l’Avenida Caracas, dal Paradero del Bus all’altro lato, e non c’era più nulla da fare.
La pioggia mi aveva già impregnato i pantaloni verdi, quelli del Mercato de Segunda, tu sai quali sono.
Più tardi ho visto come l’umanità intera, lì intorno, reagiva in due modi diversi al diluvio.
Eravamo in un incrocio sulla 85, tra eucalipti e scarichi di diesel, nell’ora di punta della notte che si accende.

La maggior parte delle persone cercava riparo.
Attendeva sotto un’insegna, sotto un balcone, sotto il nylon di un chiosco.
La pioggia diminuiva d’intensità poi cambiava direzione poi riprendeva più forte di prima.
E quel che ti indeboliva non era l’attesa, ma la cancrena della speranza.
Il tempo passava e ricominciava a piovere. Avrebbe potuto andare avanti così per sempre.

Così entra la seconda possibilità, quella di una repentina partenza.
“Alla prima diminuzione d’acqua mi muovo, e cercherò varchi asciutti tra gli interstizi della città.
Senza considerare che l’acqua in faccia, una volta ricevuta, non ammette debolezze.
E’ un elemento raro, ed è lì che sta scendendo per te.

Non rimane altra scelta che continuare a camminare, a camminare veloce.
La città si muove in un modo strano lì intorno.
Le strade imbottigliate mantengono un ordine.
L’ordine dell’uomo nel disegno di Darwin.

Poi sono arrivato da tuo fratello, non ci vedevamo da anni, e mi ha dato un paio di calze asciutte.
Un’accoglienza essenziale e perfetta. Non serviva nient’altro.
E abbiamo guardato avanti e abbiamo guardato indietro e ci siamo salutati di nuovo.
Fino alla prossima volta ognuno per la sua: è a questo che serve, in fondo, un fratello.

E trenta minuti di taxi nella città ormai vuota.
Queste strade potrebbero andare avanti all’infinito, e fa paura quando la vedi dall’aereo – anzi como dijo el doctor Reyes “no causa miedo, sino profundo respeto”.
Sulla navicella spaziale che la attraversa radente al suolo si aprono varchi per osservarla.
Un viaggio con i taxisti che lavorano di notte, que siempre tienen historias para contar.

Salire sulla macchina di uno sconosciuto, invadere il suo spazio, sottomettersi alla sua volontà.
Ancora una volta quell’Aria Selvatica, quella vibrazione animale, quel pulsare nel buio.
La grande metropoli che in fondo è fatta di angoli,
un collage di dimensioni spaventose, stordenti, e i racconti ascoltati.
Rapine sequestri coltelli ossidati, la tensione nell’aria de un cielo que no descansa.

Lì in mezzo ho visto tuo fratello, non importa che tu abbia o non ne abbia uno: ti porto sue notizie.
Come gli Apollo del Regno, o i Pony Express di Sua Maestà, che percorrevano cento chilometri con i cavalli più veloci del Paese e poi consegnavano il pacchetto al suo successore.
In questo modo le sue notizie ti raggiungeranno prima del mio ritorno e si inchineranno discrete al vostro incontro,
sinceramente incantate.

Ti porto notizie di tuo fratello, un petardo e uno specchio.
Per guardarti con gli occhi di un altro,
per fare esplodere il caos.

La patria sarà quando tutti saremo stranieri

02 Nov

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito.
Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza.
Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato.
Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi.
Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni.
Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno.
Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli).
Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.

Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore.
In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere.
Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza.
Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben.

Diary of a Baltic Man

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