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09 Lug

Dove sei stato a giugno.

Non lo so.
C’era tanta gente.

C’era tanta gente.

Sì. Tanta gente.

 

E cosa faceva, tutta quella gente.

Non lo so.
Pregava.
Cantava.
Urlava nel buio, ma poi si calmava. Arrivati a un certo punto, si calmavano.

Come se non sentissero più paura.

Come se non sentissero più paura, ho detto.

Forse.
L’hai detto te.

 

E poi?

E poi il caldo, il sudore nella schiena. L’aria fresca dal finestrino, come su una barca a vela.
Come su una barca a vela.

Quindi sei un viaggiatore.

In che senso.

Quella cosa dell’aria fresca dal finestrino. In fondo non è quello, viaggiare?

Non lo so. Ognuno ha il proprio modo di viaggiare.

C’era un uomo solo, seduto al bar. Non beveva. Non si spostava.
Sceglieva il posto all’ombra, arrivava solo nel pomeriggio.
Ma il pomeriggio può essere lungo di attimi e di momenti,
e di suono nel vento,
di assenza e di silenzio.

C’era quell’uomo solo, quindi.
Sì. Un uomo solo.

La sua famiglia c’era, ma era da qualche altra parte.
Passava i pomeriggi seduto a guardare.
Cercava qualcosa. Lo cercava con calma.

Ognuno ha il proprio modo di viaggiare.

Ognuno ha il proprio modo di viaggiare.

E tu, sei in viaggio da tempo.

Sono in viaggio da sempre. Questa cosa sotto la pelle scotta, se mueve ardiente.

Intendi la nostra condizione su questa terra.

Intendo lo scorrere del tempo. Eri tu che parlavi di tempo.

Sì, ero io. Ti ho chiesto dove sei stato a giugno.

Dove sei stata a giugno.

Non ho usato un’idea di luogo, per chiedermi dove sono stato. Ho usato a un luogo fisico nel tempo. ‘Giugn0’.

È infinitamente grande e infinitamente piccolo.

Dove sei stato a giugno.

Dove sei stata a giugno?

Most-na-soci

24 Mag

[foto di simone rossi]

 

Antonio, 86 anni, saluta i viandanti e li invita a bere qualcosa.
Alle sue spalle scorre l’Isonzo. Lusinç in friulano standard. Isuns, Lisuns, Lusinz, Lusins nelle varianti locali. Soča in sloveno, Lisonz in bisiaco. Sontig in tedesco.
È buon costume offrire qualcosa a chi cammina a piedi. ‘Da dove venite’, ‘dove andate’, ‘dove pensate di dormire una volta che la notte scenderà’.
Le domande risuonano in italiano elegante.
Voce ferma, sguardo sicuro, Antonio è stato un bambino italiano. Un bambino italiano e quindi un ‘Balilla’, e mentre lo pensa ride divertito, come a dire ‘eppure tutto questo un tempo accadde’.

Con un bicchiere di Campari in mano, Antonio racconta.
È appena tornato dalle pianure tedesche.
Ha voluto vedere ancora una volta il campo di concentramento in cui è stato rinchiuso, con la sua famiglia, quando aveva dieci anni o poco più.
Dachau. In bavarese: Dochau. Pronuncia in italiano: /daˈkau/.
Antonio è contento di essere stato là ancora una volta. Il campo di concentramento è zeppo di ricordi di sua madre, suo padre, i suoi parenti. Strano a dirsi, ma è così. Sorride un po’ meno divertito, come a dire: ‘eppure tutto questo un tempo accadde’.

Ma Antonio ride della storia e delle sue frontiere.
‘Qui nel 1945 si è abbattuta seriamente. Fino al 1954 in realtà questo era Territorio Libero di Trieste. Poi, è diventata ufficialmente Cortina di Ferro. La linea tra la NATO e il blocco sovietico passava proprio qui’.
Così, Antonio e i suoi vicini si sono ritrovati comunisti jugoslavi. ‘Comunisti’ e ‘Jugoslavi’ sono due termini appicciati dagli altri per immaginare anche lui. Nella realtà delle cose, non significavano niente: il comunismo era un’idea di sofismi lontani, e la Jugoslavia un’invenzione di Tito Broz. Sloveni, Croati, Serbi, Bosniaci e Macedoni riuniti insieme sotto un’unica bandiera: strano a dirsi, eppure tutto questo accadde. Non era un’idea così strampalata: secondo Antonio, la lingua slovena assomiglia più al macedone che alle sue dirette vicine. Un qualche tipo di parentela deve dunque esserci, non è vero?

Così, da venticinque anni a questa parte, Antonio è cittadino sloveno.
E da quindici, cittadino europeo.
Chi l’avrebbe mai detto? Dopo le origini austroungariche, l’Italia fascista, la Germania nazista, la Jugoslavia comunista, un’Europa democratica.
Dopo le diciassette frontiere che da(in epoca italiana: Santa Lucia. Prima ancora, in epoca austroungarica: Sveta Lucija o Sveta Lucija na Mostu, in tedesco: Sankt Luzia) bisognava attraversare per andare a prendere legna in territorio straniero cinque km più in là, l’Europa esiste ed è Libera.

E chissà se un giorno ci sarà qualcuno che passando da lì a piedi si troverà a dire: ‘anche questo un tempo accadde’.

Miel de bambolina

20 Mag

Olio su tela. La tela è reale.

Scioglilingua carsico ed enigma d’Austro-ungheria.
Alenka seduta su un muretto, sotto un giardino sospeso che sa tutto di lei.
Indossa una vestaglia di seta, quel motivo di fiori messo insieme per le notti nel fieno.
Nell’ora di veglia che lascia libero il sonno, Alenka si sfiora tra le gambe e sente odore di lui.

Lí tutto intorno la campagna si sveglia.
La montagna si accende, il segreto si scopre.
Il furgone del ghiaccio, che cerca la città seguendo incantato il grande fiume azzurro, non lascia traccia di sé.

Isonzo.
Lusinç in friulano standard.
Isuns, Lisuns, Lusinz, Lusins nelle varianti locali.
Soča in sloveno, Lisonz in bisiaco. Sontig in tedesco.
Alenka si accarezza la pelle e così carezza anche lui.
Sa che non si rivedranno presto, forse non si rivedranno mai più.

Prendi la vita e scappa, scappa Bambolina
Voglio vederti ballare sotto i ponti
Sopravvivere ai morti
Evitare la pioggia e dire tutto di te.

 

È tutto un gioco ma è un gioco che segna.
L’uomo del furgone del ghiaccio è ormai lontano laggiù.
Alenka si accarezza la pelle e così carezza anche lui.
Le sue parole le risuonano tra i capelli, le sfiorano le gambe, si asciugano nella brezza del mattino e rilasciano irrequieta sazietà.
Parole gitane, rimaste sul fieno con lui.
Miel de Bambolina, Bambolina de miel.

Vivere in un futuro classico, sempre.

26 Apr

Piove.
La città si purifica di colpe non sue.
Lui la percorre di notte e si chiede dove finirà.
“Ho due patrie, tre famiglie e quaranta città”, si dice visualizzando nel pensiero un momento preciso.

È un attimo tra gli altri, una stanza luminosa, circondata dal sole, in cui tre ragazze in silenzio girano grossi sigari di tabacco.
È un momento di sole inghiottito dal tempo.
Un tempo anacronistico.
Un futuro classico, sempre.

Ce qui vivent les violettes

13 Apr
psychedelic sun over Sidona

Hoy fui a un castillo
fui a un castillo por los bosques, siguiendo las líneas de los montes
fui a un castillo con mi caballo, carroza de hierro y viejo die-sél.

Ilusión
De
Belleza.

[Illusione: in-ludo. Viene de juego].
[Bellezza: dal sanscrito Bet-El-Za, “il luogo dove Dio brilla”].

Éstas cosas que pasan por un sábado cualquiera.

Andando, ho visto un gruppo di genziane.
Fiori di quando la neve si scioglie, fiori che si portano addosso la lunga attesa dell’inverno.
Annunciano la primavera: tienen poderes maravillosos y la gente lo sabe de la antigüedad.

Cuando la ví, pasó un coche. El unico coche del día.
Cuando volví, le genzianelle se habían ido.
El único coche ya no estaba allí.
Se las habían robado.

Regresa a mi mente
[Ritorna a mi mente]
aquel día de diciembre, en el cual estaba en Málaga con mi amiga Lola.
Y fuimos a un ‘cementerio inglés’, y estaba al lado del mar.

Había una tumba y en ella un nombre y dos fechas.
Una niña que murió 40 días después haber nacido, su nombre: Violette.
La targa diceva:

“Ce qui vivent les violettes”.

Nicola ch’i parlòva ‘dmâ dë Viora

03 Apr

Cold Gods

Probabilmente, solo tra qualche decennio diverrà chiara a tutti l’importanza del lavoro svolto da Nicola Duberti, che attraverso la sua collaborazione con l’Atlante Toponomastico Piemontese Montano è riuscito a fissare su carta [e su mappa] un tesoro linguistico destinato a sparire per sempre – e, di fatto, ormai già sparito.

Quando si perdono i nomi, si perdono anche le cose.
E infatti quella specifica roccia, quel rigagnolo d’acqua, quello scau e quell’appezzamento di terreno non significano più nulla. Elementi tra gli altri di un ‘paesaggio’ che esiste solo per chi ha perso del tutto la capacità di guardare, e vede un elemento astratto
[il ‘paesaggio’, appunto]
là dove prima c’erano infiniti elementi dotati di un nome e di un senso.

È un mondo che sparisce insieme alla sua intera geografia.
Ed è un suono che sparisce, suono chiuso verso il mondo.

La nutrita schiera di politici presenti alla serata di presentazione [la campagna elettorale è già iniziata, o non finirà mai], ha dato fiato ai tromboni parlando di internet in montagna, di fibra ottica che non c’è e dovrebbe esserci, quando l’unica cosa che funziona davvero in alta val Mongia è Eolo. Ma così va il mondo e così è giusto che vada: le parole che contano sono quelle che rimangono scritte, da qualche parte nel cuore o su un atlante di carta, e allora grazie a Nicola per questo regalo alla gente che verrà.

Bacatà

25 Mar

Quando dico Bogotà voglio dire montagne
montagne di nero che si alzano là dietro
il monossido di carbonio che si arrende sugli eucalipti
lo schiaffo delle Ande pone fine alla sua tregua.

Bogotà frenetica Bogotà selvatica
Per il taxista che mi raccoglie questa notte, metà della città rimane tierra incógnita
terra di nessuno
terra degli altri
Metafora Capitale di questo strano Paese, che ancora si oppone all’imbrigliamento della sua geografia.

‘La mappa imprigiona il territorio, qui si può solo procedere con la bussola’,
dicono gli arhuacos della Sierra Nevada mentre si fanno largo tra i loro sentieri.
Bogotà è montagna ma sono montagne altre.
Il selvatico qui è l’uomo, la sua strada nel nero.

Compromiso con yo mismo

08 Mar

Nowhere

Al di là del vento che viene dal mare
della vertigine del settimo piano
al di là dei grattacieli alti e bianchi,
del loro cielo carico di sale,
al di là dell’orizzonte,
restare.

Notte di incontro notte di pianto
notte di compleanno di cerimonia di vento
notte di ‘punto della situazione’ nel mondo lì accanto;
notte di sguardi persi e ritrovati nel bianco
notte di spazi immensi,
di giorni veri,
e di canto.

Cartagena de Indias
7 de marzo de 2019.

Qualcosa di più del freddo

04 Feb

Pulmones

Inchiostro di ghiaccio per un attimo di calore
– non pervenuto –
ricercato smarrito
sbiadito
su tinte rosse parole mosse
dormire col cappio al collo per non risvegliarsi davvero
sudore spento gelido vento inverno inferno
stagione nuova

condensano le vite dietro il vetro
coagulano in caduta, distillazione suprema
una sola goccia da lasciare (per generare) i discendenti
una sola goccia, sotto la lingua, lì dietro ai denti.

Ermetico emostatico linguaggio siderale
la notte il disgelo un foglio bianco abbaglio
non saper cosa dire.

Voler raccontare qualcosa di più del freddo,
qualcosa di più.

Baltic 1000

21 Gen

In quale momento è accaduto?
La ‘b’ e la ‘a’ in rapida sequenza, digitati nella url per arrivare a ‘balticman’, da qualche tempo portano sulla pagina della banca.

Significa che balticman sta invecchiando o diventando grande, e infatti ha raggiunto e superato, con questo post, le 1.000 pubblicazioni.
Rimarranno lì nell’etere per un po’, poi se ne andranno anche loro, silenziose come sono arrivate.
E se servirà un epitaffio, ben venga quello di Robert Walser, letto nei suoi Ritratti di Scrittori, per non cadere nell’insana tentazione di prendersi davvero sul serio.

 

“Io, per esempio, che pure sono un poeta, 
come discorso funebre 
– quando verrà il momento – 
mi auguro solo bugie. 

Purché siano bugie deliziose.”

— Robert Walser

 

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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