Acquiescenza

18 Nov

acquiescènza s. f. [der. di acquiescente]. – 1. a. Consenso tacito o non pienamente espresso; condiscendenza inerte, remissività: aa una decisionea un’imposizionel’arispettosa e pavida dei suoi sottoposti alimentava in lui la vanitàabusi commessi grazie all’adelle autorità localib. Atteggiamento passivo, carattere remissivo: la sua naturale aera stata interpretata come ipocrisia2. Nel linguaggio giur., accettazione espressa o tacita, totale o parziale, della sentenza del giudice, in processi civili.

 

Questa parola formidabile comunica un concetto con una sfumatura di un’esattezza prodigiosa. Quando si dice che la nostra è una lingua raffinata parliamo anche di casi come questo.

Per apprezzare questa raffinatezza va notato che l’acquiescente (è difficile anche scriverlo) ha una galassia di sinonimi: remissivo, accondiscendente, arrendevole, conciliante, accomodante, docile, sottomesso, e via e via. Ma il remissivo si rimette al volere altrui, l’accondiscendente vi aderisce, l’arrendevole alza le mani e cede, il conciliante e l’accomodante ne convengono, il docile e il sottomesso vi ubbidiscono. L’acquiescente ci parla invece di quiete.

Ce ne parla in una maniera precisa: il verbo latino quiescere è un incoativo, cioè descrive l’iniziare di un’azione – in questo caso l’acquietarsi, il calmarsi. Così l’acquiescente ci si presenta come la qualità di chi si sta volgendo alla quiete, e in particolare di chi, entrato in contatto con una volontà esterna, ne è tranquillamente persuaso, serenamente convinto, senza l’increspatura di un’obiezione, senza un pensiero ruvido o dissonante.

Un factotum acquiescente ai capricci dell’artista serve a costruire il personaggio; ci mostriamo cortesemente acquiescenti a una decisione, intendendo scambiare il nostro favore presente per un altro futuro; l’erede si dichiara acquiescente a volontà testamentarie bizzarre; per la piacevolezza della compagnia siamo così poco interessati al menu che ogni vivanda proposta ci trova acquiescenti; e dopo tanto crucciato pensare optiamo acquiescenti per l’articolo che ci ha consigliato il commesso suadente.

Nel bene o nel male, l’acquiescente è uno specchio d’acqua che si calma come se un immissario ne smorzasse l’agitazione. Non è certo un’immagine grossolana. E si vede in maniera lampante quale sia la differenza con ogni altro suo sinonimo.

Tratto da: https://unaparolaalgiorno.it/significato/acquiescente

Was bleibet aber, stiften die Dichter

23 Set

Ciò che resta, lo istituiscono i poeti.
I Poeti: in tedesco li scrivono con la D maiuscola.

Da dove viene il nome “Italia”? La parola alla Crusca

L’origine del nome è discussa e incerta. Non mancano le interpretazioni leggendarie, come chi lo vorrebbe comporsi dal fenicio “I-dah-yya”, la “terra che cresce al di là della Grande Montagna”. La Grande Montagna è l’Etna. Αἴτνη per i greci, e Jabal al-burkān per gli arabi.

Ma Italia dunque è un nome di montagna.
Il Poeta  parla dell’antica terra che si chiamò poi Italia, ma che ancora “il nome suo non l’aveva”. Parla di quelle tribù, “meglio che popoli”.

Tribù, meglio che popoli.
Le Tribù conservano il contatto con il fuoco.
I popoli, il fuoco lo hanno spento.

 

 

Ma oggi sono salito su un tetto e c’era il sole freddo ed era fatto di pietra.
Il tetto era fatto di pietra, al passaggio di un fiume di un antico marchesato,
marchesato alpino,
marchesato di montagna.

La convivenza del feudo della fabbrica idraulica delle case delle signore.
Le figlie dei principi suonavano l’arpa, per allietare l’inverno a chi era costretto attorno a un fuoco.

Le tribù conservano il contatto con il fuoco.
Gli esseri umani che diventano popolo, quel fuoco lo hanno spento.

Fratelli d’Italia di Germania e di Spagna
Fratelli di Lituania, sorelli del tempo.
Sulla metropolitana di Milano viaggiano i ventenni con barba e mascara.
Sulla metropolitana di Milano viaggia un’umanità in camicia, si porta dentro la memoria del fuoco.

Нарва

13 Set
Narva (in russo Нарва) è una città dell’Estonia nord-orientale, all’estremo lembo d’Europa, che conta 65.886 abitanti.

Gli estoni sono solo il 15%, mentre l’86,41% è di etnia russa. Questa anomalia si deve a quanto accaduto dopo il 1945, quando le autorità sovietiche proibirono il rientro della popolazione estone sfollata e deportata, dando priorità ai cittadini sovietici provenienti dal resto della Federazione. Quarantacinque anni più tardi, con l’indipendenza dell’Estonia, la sorte fu inversa: alla maggior parte dei cittadini russofoni è stata rifiutata la cittadinanza estone, in base a una legge che garantiva la suddetta a chi era residente in Estonia prima del 1940. Oggi, dunque, solo il 46% degli abitanti della città è di cittadinanza estone, mentre il 18% è a tutti gli effetti apolide. Con il 93% della popolazione di lingua russa, la città di Narva costituisce la principale enclave russofona nel territorio dell’Unione Europea.

Oggi, 13 settembre 2022, la città si prepara alle restrizioni dei visti che entreranno in vigore lunedì 19 settembre. A causa della guerra in Ucraina, il governo estone ha deciso di chiudere le frontiere ai cittadini russi. Il Ponte dell’Amicizia, che unisce la città di Narva con la cittadina gemella di Ivangorod, dalla prossima settimana sarà chiuso al transito turistico e commerciale.
Sulle due sponde del grande fiume Narva, in questa mattina di settembre in cui c’è già aria d’autunno, alcuni uomini dai capelli grigi stanno in acqua con i pantaloni di gomma. Sono pescatori di un lato e dall’altro, pescano il pesce in una stessa lingua. Si guardano ma non possono parlare, anche perché, sullo sfondo, l’imponente centrale idroelettrica di Ivongorod copre ogni possibile suono, con il suo lamento costante. Sui tabelloni pubblicitari, lì intorno, grandi scritte in cirillico invitano la popolazione a combattere la grande piaga dell’HIV. Nel primo decennio del XXI secolo, la città ha vissuto un preoccupante aumento dei contagi di questa malattia, con una media di 150-200 nuovi casi annuali.
Narva, dunque, si prepara all’inverno.
Il Ponte dell’Amicizia, in questo tardo 2022, rimarrà in silenzio su un fiume ghiacciato.

Colombia 022

24 Ago

Il 7 agosto 2022 Gustavo Petro è diventato il primo presidente progressista della storia colombiana.
I motivi di questo ritardo non sono solo politici: dal 1948 in avanti, ogni tentativo elettorale portato avanti “dal popolo per il popolo” è stato fermato con il sangue, generando l’anomalia regionale della Colombia nel contesto sudamericano: Bogotá è stata l’unica capitale a non aver mai sofferto un colpo di Stato, in quanto la lunga mano delle oligarchie, ampiamente foraggiata da Washington, ha sempre giocato d’anticipo, prima di arrivare urne.
Come se questo non fosse sufficiente, dal lontano 1964 sullo scacchiere politico colombiano sono entrati in gioco i movimenti di guerriglia, che con il loro linguaggio insurrezionale hanno delegittimato le istanze storiche delle sinistre. “Giustizia sociale”, “Riforma agraria” e “Riforma tributaria” per lunghi decenni sono rimasti concetti tabù. Il fatto di nominarli significava, per i partiti tradizionali, una pericolosa assonanza con i criminali delle FARC.

Tuttavia, molte cose sono accadute negli ultimi anni, e il nuovo governo è un esperimento particolarmente interessante anche e soprattutto perché poggia su ambizioni e visioni sensibilmente diverse rispetto alle sinistre latinoamericane del III millennio. Tramontata, tra luci e ombre, l’epopea chavista (ispirata a un ex militare divenuto presidente), con l’elezione di Gabriel Boric in Cile (febbraio 2022) è iniziata un’epoca nuova anche per la sinistra latinoamericana, che si potrebbe definire “post-ideologica”. Dopotutto, Bogotá è la capitale di un Paese solido e strategico, che nell’ultimo quindicennio ha conosciuto una fortunata stagione di crescita e di rinnovamento. La sua economia è diversificata e non è legata, come quella venezuelana o ecuadoriana, all’esclusiva esportazione di idrocarburi, mentre la radicata esistenza di una ben nota economia parallela (il narcotraffico) garantisce un flusso di denaro che viene comunque reinvestito nel Paese. Inoltre, con la sua posizione geografica privilegiata (una superficie vasta tre volte l’Italia, al centro del vasto continente americano), la Colombia rappresenta uno spazio troppo importante per essere lasciata nelle mani del primo caudillo alla deriva.

Le élite colombiane tutto questo lo sanno, e nonostante il loro giustificati timori, dopo una lunga decadenza della destra uribista, senza ammetterlo pubblicamente sono oggi disposte ad accordare un margine di fiducia al governo di Petro. Nel 2019, nel 2020 e nel 2021 le strade di Bogotá sono state teatro di violente e decise contestazioni, mentre in parallelo, nelle aree rurali, i popoli indigeni alzavano la testa anche se questo voleva dire persecuzione da parte dell’esercito nazionale. Per la prima volta nella storia colombiana, las minorías fino a quel momento escluse da una gestione del potere patriarcale e bianco-centrica hanno chiesto il loro diritto di rappresentanza. Mentre la crisi climatica metteva in risalto l’immenso patrimonio di materie prime di cui gode il Paese, mentre il modello-USA dimostrava in maniera inequivocabile le sue vistose crepe, l’intera società ha iniziato a interrogarsi circa la necessità di progettare una nuova Colombia.

Gustavo Petro, dunque. La sua traiettoria politica è il coronamento di una lunga traiettoria che porta oggi, per la prima volta, las disidencias al potere. Nato nel 1960 sulla costa Caribe, Gustavo Petro è un ex guerrigliero del gruppo universitario M-19. In seguito a un sanguinoso assalto terroristico compiuto proprio dall’M-19 nel 1985, Petro si è progressivamente allontanato dai gruppi insorgenti, per coltivare una solida opposizione parlamentare che lo ha portato, nel corso di quarant’anni vissuti in prima linea, a conoscere molto da vicino i meccanismi del potere e dell’azione politica colombiana. Gustavo Petro è dunque un intellettuale nel senso più autentico del termine, un economista serio e competente che non ha mai smesso di studiare il corpo sociale del suo Paese. Eppure, è anche un politico scaltro e determinato, abile a divincolarsi nelle maglie strette del potere. Con l’eccezione significativa di Fráncia Márquez, prima donna afro-colombiana a ricoprire il ruolo di vice-presidente, il suo governo (età media: alta) è l’espressione di un attento gioco di pesi e contrappesi, che si presenta al mondo con la giusta credibilità per proporre riforme ambiziose e storiche.

Nelle prime due settimane di governo, infatti, Gustavo Petro ha stupito tutti per la determinazione e la portata delle sue proposte. Forte di una maggioranza parlamentare anch’essa inedita, il suo governo ha immediatamente scoperto le carte, proponendo una profonda riforma tributaria per tassare progressivamente i grandi patrimoni, una riforma completa della polizia e dell’esercito, una maggiore tassazione del trash food o “cibo spazzatura” (bibite gassate, dolciumi industriali, fast food, etc) e un invito a discutere una progressiva legalizzazione delle “coltivazioni illecite”. Soprattutto, però, Petro ha sorpreso tutti con due proposte inattese: secondo la visione del suo Governo, la Colombia dovrà lasciare sotto terra gli immensi giacimenti di idrocarburi, e diventare un modello futuro per la transizione energetica impegnandosi a salvaguardare (insieme ai vicini) la foresta Amazzonica. La Colombia, da Paese produttore e consumatore di petrolio, dovrebbe dunque convertirsi in un laboratorio per la transizione energetica, salvaguardando il suo territorio privilegiato (l’El Dorado, per i conquistatori spagnoli) a beneficio dell’umanità intera.

 

 

La Whipala, bandiera dei popoli andini

 

Con le sue due coste oceaniche, con la contemporanea presenza di Cordigliere andine, bosco tropicale e Amazzonia, con la specificità derivante da ogni clima termico (ghiacciai inclusi), la Colombia è il secondo Paese più bio-diverso al mondo, al seguito del Brasile. Tuttavia, mentre in Colombia la presenza delle guerriglie su buona parte del territorio rurale ha avuto l'”effetto collaterale” di mantenere le selve incontaminate, nell’Amazzonia brasiliana il disboscamento procede a ritmi devastanti. Proprio ai vicini trans-amazzonici  pare essere rivolto il messaggio di Petro in questi giorni: se la società civile brasiliana saprà resistere al tentativo di golpe paventato da Jair Bolsonaro, la Colombia e il Brasile potrebbero diventare modelli mondiali per la conservazione di una biodiversità sempre più minacciata. Ed eventualmente, insieme agli altri governi latinoamericani allineati su posizioni comuni, lanciare una proposta storica per liberarsi definitivamente dalle fallimentari politiche di contrasto al narcotraffico imposte da Washington, per passare a modelli di legalizzazione progressivi, che consentirebbero di sottrarre l’economia degli stupefacenti (la terza al mondo, dopo sesso e finanza) alle mafie, per dirottare quelle risorse verso le casse statali.

La sfida è lanciata, la storia si muove su binari veloci. Sul sangue versato dai milioni di colombiani che negli ultimi decenni hanno creduto in un destino diverso prende oggi forma un progetto differente, che sarà decisivo per le sorti future di questo Paese imprevedibile, e magari, chissà, per l’umanità intera.

Come un regalo di ventisempre

13 Ago

Succo d’arancia e benzina per le prime luci sul Tropico.
Le strade sono pulite, gli uccelli cantano tra le fronde, le moto passano lente verso il desayuno.
La signora della frutta, Regina delle Vespe, parla gentile e chiede che ci fai qui.

Che ci faccio qui, ora e soltanto ora, o nell’abbraccio sfocato di un più impalpabile Sempre?
È uno sfolgorante viaggio da quel primo febbraio duemilaotto ad oggi, una progressione regressione un girar sempre intorno a lo mismo.
I miei abiti sono cambiati e sono sempre gli stessi, e per dire qualcosa alla Regina delle Vespe vorrei saper scrivere come Louis Charles Adélaïde de Chamisso de Boncourt, che per parlar di sé un giorno scrisse: “Sono un francese in Germania e un tedesco in Francia, un cattolico tra i protestanti e un protestante tra i cattolici, un filosofo tra i credenti e un uomo di mondo tra gli scienziati, un pedante tra la gente di mondo, un giacobino tra gli aristocratici e un nobile tra i democratici, non appartengo a nessuno e sono ovunque uno straniero, volevo abbracciare tutto e tutto mi sfugge”.

Volevo abbracciare tutto e tutto mi sfugge.
La Regina delle Vespe ha un bel sorriso e un bel nome, si chiama Zafíra.
È un nome gitano, nome d’oriente, perché sua madre e suo padre, con tutti i cugini le carovane e gli zii, arrivavano dall’Alessandria d’Egitto.
Poi una famiglia del posto, i migliori amici dei suoi genitori, gli portarono via la figlia mentre loro stavano in tournée per il Paese.

Ogni cosa è al contrario, ogni cosa è al suo posto.
Camminar soli equivale a portarsi dietro il peso di tutti gli altri, equivale a capire che forse non sono gli zingari a rapire i bambini degli altri, ma l’esatto revés. Volevo abbracciare tutto ma tutto mi sfugge, signora Zafíra.

“Cosa vuole farci, quei signori avevano tre figli maschi ma nessuna femmina, ed evidentemente volevano a tutti i costi una femmina”.
Così la signora dei succhi schiaccia arance e mi dice, Yo soy la Reina de las abejas, vespe e api lì intorno, e io sono di nuovo qui, giacobino tra gli aristocratici, nobile tra i proletari, e le moto passano lente verso il desayuno.

Il caffè

12 Apr

Piero

Il sogno finisce quando lui si ritrova in una moschea.
È tutto bianco intorno,
è tutto caldo,
è tutto ovattato e tutto è lontano.

C’è un pezzo di plastica collegato ad un filo. Una freccia verso l’alto e una freccia verso il basso. Un puntino nero in mezzo.
Premendo il polpastrello su una di quelle frecce, si muove la tenda che nasconde il cielo e sparisce la moschea.

Adesso tutto ha a che fare con la guerra e con le cose del mondo.
I ragazzini nelle case, fino a quel momento pacifici e disinteressati, hanno imbracciato i loro fucili virtuali e si confrontano in un videogioco con la distruzione del nemico. Ecco il ritorno del maschio virile, ecco la fine dell’epoca fluida, ecco dunque realizzato quel che voleva il presidente dell’urss.
Ma anche le ragazze non scherzano: ragazze di vent’anni con le trecce e con i maglioni colorati, eccitate dalla retorica della guerra, realizzano fiori di carta per sostenere da lontano i movimenti di truppe là al fronte.

Anche il gatto si chiama “Guerra”.
Si chiama “Guerra” o si chiama “Guerro”, perché è nato il 24 febbraio e non è ancora chiaro se si tratti di maschio o di femmina.
In ogni caso Guerra – o Guerro – guarda tutti con quella faccia che hanno i gatti quando non si capisce se stanno con i russi o con i cinesi.

La vita, insomma, procede come sempre
tra vecchi estremismi e il desiderio di prendere parte a qualcosa di più grande, un sogno collettivo.
Nell’illusione del giusto e nella certezza di poter individuare, con scientifica chiarezza, il profilo di un “nemico”.

Quando tutto è finito,
alla fine del grande sogno,
ho acceso la videovisione e ho visto un’esperta governativa parlare del suo programma contro le droghe.
Mentre esponeva il suo piano, con asfissiante supponenza,
sorseggiava beata la sua tazza bianca e rossa,
senza sapere che là dentro conteneva il narcotico più potente del mondo,

il caffè.

Estos extraterrestres nos están invadiendo

13 Mar

Cilene e cileni, abitanti della nostra patria, popolo del Cile. Questo pomeriggio, per la prima volta, vi parlo da Presidente della Repubblica. Presidente di tutte e tutti noi che abitiamo questo Paese, e che lo amiamo. Che ha sofferto tanto, e che tanta allegria ci ha dato. Grazie infinite per darmi questo onore, a voi che state seguendo da casa, nel lungo e largo di questo grande Paese.

Questo Cile, fatto di diversi popoli e nazioni, inserito in una cornice del Continente, tra la Cordigliera imponente e i suoi oceani magici, tra il deserto di vita e i ghiacci antartici, arricchiti e trasformati dal lavoro del suo popolo; è questo Cile che solo in un pugno di anni, e voi lo avete vissuto, ha dovuto attraversare terremoti, catastrofi, crisi, convulsioni e una pandemia mondiale.

E violazioni ai diritti umani che non si ripeteranno mai più nel nostro Paese.

Però ci siamo sempre scrollati via la polvere di dosso, ci siamo asciugati le lacrime, abbiamo mostrato insieme un sorriso e proseguiamo, cilene e cileni, sempre proseguiremo.

L’emozione che ho sentito oggi nell’attraversare la Piazza della Costituzione ed entrare in questo Palazzo della Moneda è profonda, e ho un bisogno esistenziale di condividerla con voi. Siete parte protagonista di questo processo. Il popolo del Cile è protagonista di questo processo. Non saremmo qua senza la vostra mobilizzazione. E voglio che sappiate che non siamo arrivati qui per occupare poltrone e godercela tra di noi. Per generare distanze incolmabili. Siamo giunti qui per consegnarci anima e corpo all’impegno di rendere migliore la vita della nostra patria. Voglio dirvi, compatrioti, che percorrendo il Paese ho visto le vostre facce. Quelle degli anziani, la cui pensione non basta per vivere perché alcuni hanno deciso di fare della previdenza sociale un business. Quelle di chi si ammala senza che le famiglie abbiano modo di pagare le cure: quanti di voi ci hanno parlato, ci siamo guardati agli occhi. Quelle degli studenti indebitati, quella delle contadine e dei contadini senza acqua, per siccità e per saccheggio. Quelle delle donne che si prendono cura dei loro figli, che in ogni angolo del Cile ho incontrato. Ai loro famigliari prostrati, indifesi. Quelle delle famiglie che continuano a cercare i loro cari scomparsi (desaparecidos), che non smetteremo di cercare. Le facce delle dissidenze e delle diversità, di generi che sono state discriminate ed escluse per troppo tempo. Le facce degli artisti, che non possono vivere del loro lavoro, perché la cultura non è sufficientemente valorizzata nel nostro paese. Le facce delle dirigenti sociali che lottano per il diritto a una casa degna per il popolo del Cile. Le facce dei popoli originari spogliati della loro terra ma mai, mai della loro storia. Le facce della classe media, e le bambine e i bambini del Sename. Mai più, mai più! Le facce delle zone più isolate del nostro Paese, como il Magallanes di cui sono originario. Le facce di chi vive nella povertà dimenticata. Con voi è il nostro impegno.

Oggi iniziamo un periodo di grandi sfide, di immense responsabilità. Ma non iniziamo da zero: il Cile ha una lunga storia, e oggi ci innesta in questa lunga storia della nostra Repubblica. Iniziare il mio mandato come Presidente della Repubblica Costituzionale del Cile è farmi parte, far parte tutti insieme, di una storia che ci supera tutti, ma che allo stesso tempo dà forma, senso e direzione al nostro sguardo. Da qui passarono, prima di noi, migliaia di persone che resero possibile l’espansione dell’educazione pubblica, il riconoscimento progressivo dei diritti delle donne e delle dissidenze, sia nel Paese che nelle case. La democratizzazione del Paese e il riconoscimento dei diritti sociali. Da qui, da questo luogo da cui parlo, passò Balmaceda e la sua Dignità Cilena. Pedro Aguirre Cerda e il suo “Governar es Educar”. Da qui è anche passato Eduardo Frey Montalvo e la Promoción Popular. Il compagno Salvador Allende e la nazionalizzazione del rame. Patricio Elwin e il recupero della democrazia. Michelle Bachelet aprendo cammini inesplorati con la protezione sociale. Qui si sente anche l’eco di chi anonimamente si è sollevato contro l’oppressione, difendendo i diritti umani, esigendo verità, giustizia, riparazione, e garanzia di non-ripetizione. Qui risuona il clamore femminista e la sua lotta per l’uguaglianza. Ma queste pareti sono anche state testimoni degli orrori di un passato di violenza e oppressione che non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo. Qui dove parliamo oggi, ieri entravano missili. E questo non potrà ripetersi mai più nella nostra storia.

Questo palazzo, questa piazza, questa città, questo paese hanno una storia, e siamo debitori anche nei confronti di questa storia. Oggi, in questo giorno così importante, nel difficile cammino verso il cambio che la cittadinanza ha scelto di percorrere, in questa Unità – e lo ripeto, è importante, in Unità –, vengono alla mia mente e ai miei cuori, i giorni in cui, insieme a molti di coloro qui presenti, marciavamo insieme verso un futuro degno. Verso dove marciavamo, compatrioti? Verso dove? Questo governo non sarà il fine di quella marcia. Continueremo a camminare. E il cammino, senza dubbio, sarà lungo e difficile. Ma oggi i sogni di milioni di persone sono qua, spingendoci, dandoci senso, per portare verso un buon porto i cambi che la società chiede.

Cilene e cileni, il mio sogno è che quando concluderemo questo mandato – e parlo al plurale, perché questo non è qualcosa di individuale, questo non riguarda me, ma del mandato che il popolo ha dato a questo progetto collettivo – quando concluderemo questo mandato, potremo guardare i nostri figli, le nostre sorelle, i nostri genitori, le nostre vicine, ai nostri nonni, e sentire che c’è un Paese che ci protegge e ci accoglie, che si prende cura di noi, che garantisce diritti e ridistribuisce con giudizio i sacrifici che ognuno di voi, degli abitanti della nostra patria, fanno per lo sviluppo della nostra società. Compatrioti, vorrei che la gente delle zone minerarie possa guardare verso il futuro e sapere che i loro figli non saranno circondati da inquinamento. Un qualcosa di così semplice. Che i lavoratori dell’OTA non continueranno a vivere nella miseria. Che le comunità di pescatori artigianali della provincia di Cardenal Caro potranno continuare sviluppando le loro attività tradizionali. Che le bambine e i bambini degli altipiani sappiano che potranno accedere a una società degna. Che i vicini di Antofagasta, di Maipù, di Guaipén, sentano tranquillità al ritorno dal lavoro, e possano vivere con le loro famiglie. Per questo spingeremo, come ci siamo promessi di fare, il limite legale delle 40 ore settimanali. Che nei luoghi isolati, sulle isole, possano esserci scuole degne per studiare.

Sappiamo, compatrioti, che il compiersi della nostra meta non sarà facile. Che affronteremo crisi esterne e interne. Che commetteremo errori, e che questi errori li dovremo risolvere con umilità, ascoltando sempre chi la pensa diversamente da noi e appoggiandoci alla forza del popolo cileno.

Voglio dirvi che il periodo che ci aspetta è tremendamente complesso.

Pensiamo, per un secondo, al dolore vissuto da ogni famiglia che ha perso qualcuno. Dobbiamo abbracciarci come società, tornare a volerci bene. Aver voglia di ridere. Più in là dei discorsi, e di quel che c’è scritto, quel che importa, quel che fa la differenza in un popolo è il sentirsi vicini uno agli altri, fidarsi gli uni degli altri. Appoggiarci mutuamente, chiedere ai vicini come stanno, prendersi cura del lavoratore lì accanto, uscire per strada insieme. Questo è ciò che dobbiamo costruire, compatrioti. Sappiamo anche che l’economia è ferma e dobbiamo darci da fare e dividere insieme i frutti della crescita. Perché quando non c’è distribuzione della ricchezza, quando la ricchezza si concentra solo nelle mani di alcuni, tutto è più difficile. Dobbiamo ridistribuire la ricchezza prodotta dai cileni e dalle cilene. Sappiamo che a tutte queste difficoltà si aggiunge un contesto internazionale segnato dalla violenza in molti luoghi del mondo, e oggi anche dalla guerra. E in questo voglio essere chiaro: il Cile promuoverà sempre il rispetto dei diritti umani in ogni luogo, e senza che importi il colore politico del governo di chi li minaccia.

Dal Cile, nella nostra America Latina, perché siamo profondamente latinoamericani, un saluto ai nostri popoli fratelli, da questo continente faremo uno sforzo perché la voce del Sud torni a farsi sentire ferma, in un mondo cangiante. La crisi climatica, i processi migratori, la globalizzazione economica, la crisi energetica, la violenza permanente contro le donne e le dissidenze. Dobbiamo lavorare insieme per i nostri fratelli, come abbiamo detto oggi con i presidenti di altri paesi. Non dobbiamo più guardarci con sfiducia: lavoriamo insieme per andare avanti insieme, come America Latina. Praticheremo l’autonomia politica a livello internazionale, senza mai subordinarci a nessuna potenza e coltivando sempre la cooperazione tra i popoli. Voglio che sappiate che come Presidente del Cile, e il nostro Gabinetto, la nostra squadra, non ci nasconderemo dietro una semplificazione dei problemi. Faremo di tutto per spiegare, per parlare, per raccontare il perché delle nostre decisioni, affinché voi possiate essere parte della soluzione. E questo richiede cambiare, in qualche modo, la relazione con l’autorità. L’autorità non può essere irraggiungibile: vogliamo un ministro terreno, per strada, camminando con il popolo. Non vogliamo recarci nelle regioni per un paio d’ore, inaugurare un qualcosa e ciao. Non vogliamo rimanere nascosti. E per questo è importante che ci sia reciprocità. Che la relazione con l’autorità non sia da meri consumatori. È importante che lavoriamo insieme, che siamo cittadini, e che questo sia il governo del popolo e che voi lo sentiate come il vostro governo. Di tutte e di tutti, cilene e cileni. E per questo avremo bisogno di tutti: governo e opposizione. Istituzioni e società civile. Movimenti sociali. Il nostro governo, la cui base politica è Apruebo Dignidad, e qui voglio mandare un saluto ai compagni che hanno lavorato tanto per questo, voglio che sappiate che questo governo non si chiude ai suoi membri. Sarò il presidente di tutte le cilene e tutti i cileni e ascolterò sempre le critiche costruttive di chi la pensa diversamente da noi. Tutti avranno sempre garantita la libertà e il diritto di dissentire. Come ho detto più di una volta, citando parole nate al caldo delle mobilizzazioni di piazza, in una scuola occupata in una regione remota – perché veniamo dalle mobilizzazioni di piazza, oggi siamo qua ma non ci dimentichiamo da dove veniamo – “andiamo lentamente perché andiamo lontano”. E non siamo soli, ma con tutte e tutti voi che ci accompagnano da vicino e da lontano, e ripeto che è cruciale che voi siate parte di questo processo. Perché non possiamo intraprenderlo soli. Da questo luogo voglio lanciare un appello: accompagniamoci mutuamente in questa sfida. Camminiamo insieme la strada della speranza e costruiamo il cambio verso un paese degno e giusto. Dignità, che parola così bella. Lo costruiremo passo a passo, con la saggezza di chi sa che i cambiamenti che durano sono quelli che si basano sulla conoscenza accumulata e che sono sostenuti dalle grandi maggioranze. Metteremo un’attenzione speciale sulle lavoratrici e i lavoratori del sistema sanitario, che ci hanno protetto durante la pandemia. Continueremo anche la riuscita campagna di vaccinazione del governo precedente, mettendo sempre la salute delle persone come prioritaria, e svilupperemo programmi specifici per comprendere le conseguenze in termini di salute mentale, perché la salute mentale è importante, cilene e cileni. Ci preoccuperemo per l’educazione, dove c’è un divario gigante, prodotto dell’obbligo di chiudere le scuole. Dobbiamo riaprire tutte le scuole, affinché le bambine e i bambini possano tornare a incontrarsi. Implementeremo, con grande energia, il consolidamento della nostra economia. Recuperare la nostra economia senza però riprodurre le sue disuguaglianze strutturali. Una crescita che sia sostenibile: basta con le zone di sacrificio. Anche lo Stato è responsabile. Vogliamo che le piccole e medie imprese, che generano valore, tornino a crescere. Vogliamo porre fine agli abusi che hanno indignato il nostro popolo e vogliamo recuperare quelle che invece erano le buone idee di prima.

Allo stesso tempo, riconosciamo che milioni di cilene e cileni vivono oggi nella paura. Non possiamo voltarci dall’altra parte di fronte a questo, e affronteremo il problema della delinquenza attaccando la disuguaglianza sociale che ne è l’origine, e anche attraverso una riforma della polizia che assicuri presenza là dove ce n’è più bisogno, che aumenti l’effettività delle indagini e che si concentri sulle organizzazioni criminali che distruggono i nostri quartieri. Voglio mandare un messaggio a chi ha fatto della delinquenza la sua vita e crede che può vivere nell’impunità: non voglio frasi magniloquenti, voglio solo dirvi che vi affronteremo con la comunità. E voglio aggiungere che dobbiamo riparare le ferite che sono rimaste vive dai sollevamenti popolari di questi ultimi dieci anni. Per questo, nel giorno di ieri abbiamo ritirato le denunce per attentato alla pubblica sicurezza presentate dai membri dello Stato. Perché abbiamo la convinzione che come cilene e cileni dobbiamo tornare a incontrarci, e dobbiamo lavorare intensamente su questo. Sappiamo anche che affronteremo grandi sfide nel Nord e nel Sud. Al Nord per la crisi migratoria, dove recupereremo il controllo della nostra frontiera e lavoreremo insieme ai popoli vicini, per affrontare in maniera collettiva le difficoltà portate dall’esodo di migliaia di esseri umani. Non dimentichiamoci mai che si tratta di esseri umani, per favore. Voglio dire alla gente di Colchan e di Antofagasta e di San Pedro che non saranno soli. Voglio anche dire che nel Sud abbiamo un problema: il conflitto che non è la “pacificazione” della Araucanía, che termine grezzo e meschino. Poi qualcuno l’ha chiamato il “conflitto Mapuche”. No signori, non si tratta del Conflitto Mapuche. È il conflitto tra lo Stato cileno e un popolo che ha diritto di esistenza. E qui la soluzione non è e non sarà la violenza. Lavoreremo instancabilmente per ricostruire la fiducia, dopo tanti decenni di abuso e di spoliazione. Il riconoscimento a esistere di un popolo, con tutto quello che questo implica, sarà il nostro obiettivo, e il cammino sarà il dialogo, la pace, il diritto e l’empatia con tutte le vittime. Sì, con tutte le vittime. Coltiviamo la reciprocità. Non vediamoci come nemici. Dobbiamo tornare a incontrarci. In questo primo anno di governo ci siamo posti come compito accompagnare in forma entusiasta il nostro processo costituente per il quale tanto abbiamo lottato.

Appoggeremo decisamente il lavoro della Convenzione Costituente. Abbiamo bisogno di una Costituzione che ci unisca, e che sentiamo come propria. Una Costituzione che a differenza di quella che fu imposta con sangue, fuoco e brogli dalla dittatura, nasca in democrazia, di maniera paritaria, con partecipazione dei popoli indigeni. Una Costituzione che sia per il presente e per il futuro. Una Costituzione che sia per tutti e non solo per alcuni. Vi invito ad ascoltarci di buona fede, senza caricature. Prendiamolo sul serio. Da tutte le forze politiche. Mi rivolgo anche a noi del Governo: ascoltiamo di buona fede, senza caricature, affinché il plebiscito finale sia un punto di incontro e non di divisione, e possiamo qui, insieme al popolo, firmare insieme al popolo cileno una Costituzione democratica, paritaria, con la partecipazione di tutto il nostro popolo.

Cilene e cileni, il mondo ci sta guardando. Sono sicuro che vedono con una certa complicità quel che sta accadendo in Cile. Abbiamo la possibilità di apportare umilmente alla costituzione di una società più giusta. E sono sicuro che saremo all’altezza di questo processo democratico che è stato voluto da un’immensa maggioranza di cittadini. Replichiamo questo risultato. Cari abitanti di questa terra, prendo oggi con umiltà e coscienza delle difficoltà il mandato che mi avete affidato. Lo faccio con la convinzione che solo nella costruzione collettiva di una società più degna potremo fondare una vita migliore per tutte e tutti. In Cile la democrazia la costruiremo insieme, e la vita che sogniamo può solo funzionare nel dialogo, nella democrazia, nella convivenza e non nell’esclusione. So che tra quattro anni il popolo ci giudicherà per il nostro lavoro e non per le nostre parole, che come diceva un vecchio poeta, “quando non danno vita uccidono”. Oggi era necessario parlare. Domani, tutti insieme a lavorare. Come pronosticava cinquant’anni fa Salvador Allende, “siamo nuovamente, compatrioti, aprendo il grande cammino in cui passerà l’uomo libero. L’uomo e la donna libera. Per costruire una società migliore, andiamo avanti. Viva Chile!

* “Estos extraterrestres nos están invadiendo” è una frase dell’ex-First Lady Cecilia Morel, moglie dell’ex presidente Sebastián Piñera, di fronte alle massicce proteste di piazza di cui non riusciva comprendere la natura.

Ai flores do verde pino

27 Feb

Portugal

L’Ucraina è il confine di Europa come lo è la Lituania la Grecia e il Portogallo.
È il confine d’Europa perché fino lì è arrivato quel vecchio sogno cosmopolita che non accetta i dispotismi
fin lì è arrivata la possibilità di studiare all’università senza doversi indebitare con le banche
e da lì arriva il confronto con le terre d’Oriente.
Se cade l’Ucraina cadrà Europa
quella che ha coltivato voglia di potersi esprimere e l’ha trasformata in bellezza,
quella di Rossi e di Spinelli,
non quella fredda delle istituzioni europee, o della paura dell’altro.
Ma Europa scricchiola dall’interno, è spaventata e stanca
e proprio dalle sue periferie arriva forza fresca e voglia di farcela. Ho visitato Kiev nel 2007 e sono bastati pochi giorni per ricordarla come una delle città più aperte cosmopolite creative determinate e curiose. Proprio come Vilnius, come Tallinn, Varsavia.
Il vento fresco arriva da Est.
A Ovest c’è il Mare Grande, rassicurante, definitivo.

Febbraio gattaio

05 Feb

È questo il tempo del miagolio dei gatti.
Girano inquieti sotto le finestre, si arruffano e s’azzaffano, inventano parole per parlare tra di loro.
Sembra che improvvisamente abbiano trovato un linguaggio, inteso come: un linguaggio con la voce. Un linguaggio modulato e parlato, lunga cometa che lacera il buio.

La voce dei gatti è roba strana nella notte.
Ti ricorda che c’è altra gente nel mondo, gente chiamata “gatti” e che anche loro vivono qua.
Sono gatti molto diversi dai gatti di città, che vivono un grande shock generazionale un po’ come accadde ai nostri vecchi negli anni sessanta, tutti conquistati dalle luci e dai cibi grassi dell’imperialismo consumista.
I gatti che stanno qua sotto son gatti davvero, che con la luna di febbraio sentono la voce della rivolta e ridefiniscono tutta la comunità, cambiano i ruoli e si ringiovanisce la stirpe, i giovani gatti cercano di scalzare dal trono chi si è insediato nel gennaio precedente e a volte ci riescono e a volte non ci riescono. Nei mesi d’estate nasceranno i gattini.

Ma i gatti che vivono qua in fondo in fondo sono uguali identici ai gatti di città.
Sono gatti come loro, e si comportano in quel modo in cui si possono comportare solo i gatti, ma al contrario degli altri hanno il dono della parola.

binzimánia

24 Gen
viajera viajera bella per el mundo.
tengo aquí tu vela

espero verte pronto.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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