Ricordi? C’è un tempo dell’anno in cui anche il giorno è notte, e per comporre i tuoi scenari bastano due colori in croce, colori freddi e smorti, tutto il resto non serve. In questi giorni di buio chi ha bisogno di luce accende ghirlande, ognuno aggrappato intorno ai suoi rituali, anche noi lo chiamavamo Natale prima di conoscere lo Zeitgeist.
Salivamo il Pizzo d’Evigno inventando i cammini sognando le case, e scendendo la montagna seguivamo una stessa direzione, e seguendo la direzione cercavamo una stessa casa. In questi giorni di gennaio celebravamo la fine del Capricorno, e l’inizio di altre epoche possibili, e tutto poteva ancora essere e poteva essere di nuovo, in un eterno ciclo senza fine, perché anche noi siamo un ciclo, senza fine.
E poi? E poi ci siamo persi nel nodo delle nostre parole, troppo impegnati a dare una forma al mondo, a cercarne la relazione infinita tra uno specifico avvenimento e le sue infinite conseguenze.
Oggi della vetta del Pizzo D’Evigno guardo verso il mare lo vedo pieno di neve. Mi giro dall’altra parte, verso le montagne, e ne intuisco gli insondabili abissi. La parte mancante di me, l’elemento che tiene viva tutta questa storia, respira e pulsa da qualche parte tra quella neve quegli abissi. Ma fino a quando non ci sarà ricongiunzione, fino a quando le immagini di quella casa non si farà reale scendendo dalla montagna, non sarà possibile scrivere.





