Sempre il cliente e mai la puttana

21 Nov

Voglio una lesbica come presidente.
Voglio uno con l’aids come presidente e voglio un frocio
come vice-presidente
e voglio qualcuno senza assicurazione per le malattie
e voglio qualcuno
cresciuto in un posto dove la terra è così zeppa di rifiuti tossici
che non ha avuto scampo dalla
leucemia.
Voglio un presidente che abbia abortito a sedici anni
e voglio un candidato che non sia il
minore tra due mali
e voglio un presidente a cui l’aids ha portato via l’ultimo amore
e che rivede
ancora tutto questo ogni volta che si stende a riposare,
che abbia tenuto il suo amore tra le braccia
sapendo che stava morendo.
Voglio un presidente senza aria condizionata,
un presidente che
abbia fatto la fila in clinica, alla motorizzazione, all’assistenza sociale,
e che sia stato disoccupato
e licenziato e molestato sessualmente e attaccato perché gay ed espulso.
Voglio qualcuno che ha
passato una notte tra le tombe e a cui abbiano bruciato una croce in giardino
e che sia
sopravvissuto a uno stupro.
Voglio qualcuno che è stato innamorato e poi ferito, che rispetta i
sessi,
che abbia fatto errori e ne abbia tratto una lezione.
Voglio una donna Nera come presidente.

Voglio qualcuno che ha i denti guasti e se la tira, qualcuno che ha mangiato quello schifo di cibo all’ospedale,
qualcuno che si traveste e si è drogato ed è stato in terapia.
Voglio qualcuno che ha
disobbedito.
E voglio sapere perché tutto questo non è possibile.
Voglio sapere perché a un certo
punto abbiamo cominciato a credere che un presidente è sempre un buffone:
sempre il cliente e
mai la puttana.
Sempre capo e mai lavoratore, sempre bugiardo, sempre ladro e mai beccato.

Zoe Leonard.

Cormac McCarthy

16 Nov

Highway to hell

Ascolta. Credi. Crepa. Fuggi. Lo sferragliare del treno. Breaking news on time sugli schermi lì fuori nelle stazioni. “Election day: in vantaggio Trump”. La mattina livida del mare di novembre. Giù la testa nella storia. “E che storia”,  dice l’uomo – il protagonista – al figlioletto. Che profumo ha la cenere bagnata? Il solito McCarthy, ma questa volta ha qualcosa di diverso. Il solito McCarthy,  meraviglia maledetta. Le pagine scorrono senza un motivo. Le parole e le azioni, che ancora una volta si sublimano in immagini. “Come un orfanello fermo di fronte alla stazione, in attesa di un autobus che non arriverà mai”. Ecco dunque come si immagina tutto, McCarthy. Un libro scritto in chiave futura, ma le tinte fosche sono quelle di un tempo che è una condanna. Fuori dal finestrino altri maxischermi. “Trump sarà il 45° presidente degli u.s.a.”. Le pagine si avviano verso la fine. Come può finire un libro del genere? Come è potuto iniziare tutto?
“E’ proprio così, figlioletto. Noi portiamo il fuoco”.

Castagna’s time

06 Nov

     Fuocoart

Il sesto senso è la propriocezione. La percezione del sé.
Le dita delle mani collegate a tutto il resto. Il baricentro orientato sul versante della montagna.
“Nell’anno in cui sei nato queste piante erano state abbattute”.
Era l’epoca delle distrazioni e degli abbagli.
L’uomo nuovo se ne andava in giro per i boschi in motocross, inneggiando a tutto ciò che non sarebbe più stato.

Il settimo senso ha l’armonia del fumo.
Non è odore non è sapore non è colore, ma sa accendere di strana vita l’intero organismo.
“Questo mestiere è il mestiere della libertà. E’ il mestiere di chi non vuole un mestiere”.
Raccogliere i frutti del cielo e del suolo.
Una missione primitiva continua ad alimentare la civiltà del tutto e del niente.
Visti dalla nebbia del bosco nel novembre di mattina, gli uomini e le donne, laggiù in basso, sono algoritmi virtuali privi di ogni minima eleganza.

L’ottavo senso è il senso delle cose.
Ogni castagna una moneta. Ogni frutto, parte dell’insieme.
Cercare canali per valorizzare l’intero lavoro.
Uomini e donne insieme in natura, ad ascoltare il silenzio, a parlare la musica.
Cade il mezzogiorno sulla logica del banchetto.
Le luci del tramonto sono i fari di un fuoristrada, un altro raccolto affidato al criterio del middle man.

Il nono senso s’accende solo di notte.
Accade e non si vede, muove il mondo nei sogni.
Hanno abbattuto le piante ma non le radici. Trent’anni dopo, ecco i nuovi frutti.
“La vostra generazione dovrà ricostruire ciò che noi abbiamo distrutto e distruggere ciò che noi abbiamo costruito. La vostra generazione dovrà imparare a discernere”.
Il nono senso ha a che fare con il tempo.

Il decimo senso non può essere raccontato.
E’ un discorso intimo, che si sviluppa nell’umido.
E’ osservazione ed energia vitale, altruismo e disprezzo, un rapporto di scambio in cui l’uomo non ha voce in capitolo.
Il decimo senso è un discorso d’autunno e di primavere, ma soprattutto d’autunno.
Il decimo senso è la sinestesia del bosco.

Don’t call me a

01 Nov

Lo vedi? E’ chiaro. Il videomaker non c’è.

sinonimi. contrari

Dans le jardin digital

20 Oct

A desert tale

Tra gli steli di rosa del giardino digitale crescevano verdi i fiori del tempo
rispondevano ai richiami dei procuratori
mantenevano in vita priorità di amori
tra gli steli di rosa del giardino digitale.

La luce bianca illuminava i loro volti.
Incorniciati nell’oblò nero di un cappuccio di feltro resistevano al freddo e alla sete
e controllavano il mondo,
interagivano con la speranza,
contribuivano a mantenere pulita la nostra coscienza.

La valle immensa d’autunno rimaneva grigia dietro le loro spalle,
semimascherata di codici strani.
Esibita e nascosta tra le distrazioni del miraggio
avrebbe potuto scovarla solamente una webcàm.

Eppure
Tra i rami di melo del giardino digitale
invecchiavano rapidi i giorni del tempo.
Riflessi nello schermo di retine sofferenti
cercavamo anche noi una connessione ed un senso.

Under the same sun

12 Oct

Under The Same Sun

 

Al mattino poi tutto era diverso.
La vita ritornava a essere una questione da definire sulla soglia di casa.
Qualcuno prima degli altri imponeva la sua musica, e costringeva gli altri a difendere il proprio territorio dai watt degli stereo.
“Forse è solo voglia di cantare”, pensava lo straniero.
Un desiderio di iniziare la giornata gridando il proprio esserci, imprigionato in una materia che si manifestava sotto forma di pulsioni ritmiche e polvere.

Ma chi poi perché

13 Sep

Sinestesie...

Così a Cracovia avevo cambiato una bici arancione per un vecchio clarinetto di legno. Troppi chilometri vibravano nelle gambe e nella testa; era tempo di cambiare. Di iniziare a cercare me stesso osservando il movimento degli altri, seduto su un marciapiede, dietro una parete di musica. Avevo incontrato un fratello fino ad allora sconosciuto là dove non avrei mai pensato di cercarlo, e aveva un cappello grigio. Quando iniziavamo a suonare polka, la gente si divertiva a riempirlo di monete, soprattutto i bambini. “E’ quasi commovente la curiosità dei bambini di fronte al mai visto”, aveva detto un vigile urbano stanco, il cappello bianco in mano, di fronte a una gelateria. Suonavamo di sera, dormendo sui marciapiedi.

 

Mar ciapiede

26 Aug

Come in un racconto di camicie bianche, forme e volti che si muovono intorno a un ostacolo, e una notte senza fiume e acqua salata che torna dal mare,
come biciclette nere che volano leggere, riposando sull’aria tutto il peso che si portano dalla terra,
come camini accesi senza fuoco senza ossigeno senza parete, come camini senza case intorno costruite,
come una realtà che si muove rapida che rimane immobile che propone inganni e che si dice cattiva,
come i canti senza canto de todos los abuelos del mundo
che anche questa notte andranno a dormire senza attendere che se ne vada la paura
come i raggi di luce che nel nord cadono sulla terra esattamente come a sud,
pero sin que nadie les entregue canciones.

Di fronte all’Hotel Neringa,
in attesa,
una signora dalle rughe nere mi chiede se sono Jurgas.

Lietus

11 Aug

Croce Baltica

“Aquì todo huele a lluvia”.
Etimologie da terra della pioggia.
“Este es un paìs para escribir”.
Vuoto, è tutto vuoto dietro quel vetro.

Il centro della nazione come la camera dei nonni: un luogo in cui per un periodo si è avuto accesso per giocare.
Quel luogo ora è deserto, rimasto alla mercé del tempo e dei piccoli cambiamenti, sventrato dallo sguardo di chi non ha saputo apprezzare i dettagli.

Tutto continua a essere così come lo si era lasciato.
La semplicità degli elementi, i fiori freschi sulle lapidi dei patrioti, i cortili grigi nel retro dei palazzi rinnovati.
Non è percettibile la presenza di un’assenza.
La polvere dei nonni, le impronte di quando uno era un bambino.

La Lituania è la terra della pioggia.
Nove anni e undici mesi più tardi, questo è un luogo adatto per fermarsi a scrivere.

Il ramo di un albero è un bastone virtuale

24 Jul

Schermata 2016-07-24 alle 23.37.15

 

Camminare per le montagne cercando
il cielo
rocce, pietre
e il suono di nomi che non sono più.

Campanacci e pecore
e il lupo che quando attacca si muove sempre controvento, per nascondere l’odore
e sentieri diversi che conducono tutti a uno stesso punto
sagome sul muro a lasciar tracce di un altro passaggio.

Le storie tra loro condividono un punto in cui si incontrano
un momento di contatto tra dislivelli diversi.
Se così non fosse non sarebbero storie, non arriverebbero ad accadere.
Per questo rimangono in silenzio, eco di se stesse
nascoste tra le montagne, sommerse dalla neve e dalla neve riemerse.
Ancora una volta in attesa di una luce che le raccolga,
di un movimento che le incarni,
di una voce che le riunisca tutte in un’unica storia, la storia delle storie.

E così un gruppo di sconosciuti ha camminato insieme
un gioco di creazione è passato – e non è ancora passato – dentro di loro,
attraverso loro,
assistenti di un parto
camminatori sul tempo
cercatori di storie.

[Foto di Lorenzo Attardo]

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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