Lapicero negro

10 Dic

Scau

El viejo lapicero.
Donde habías estado en todo este tiempo,
donde te perdí?

Han pasado cosas mientras tanto.
Cayeron puentes.
Y se fueron las ojas.

Las palabras que tenían adentro tal vez se quedaron allá, del otro lado
ya no tan cercanas como para sentirlas
ya no tan pesadas para cargarlas.

Lapicero viejo
amarillo y negro
escondido en esta cuaderneta escueta
– gorda silueta –
llevame allá de donde venimos
lugar de sueño y espacio,
de tiempo recibido, extraño
llevame de la mano,
tu, mancha negra,
engaño.

Pròriondu

30 Nov

Pròriondu

Giornata in quota, lungo sentieri bi-cromatici
(tra l’argento e il nulla)
e il cervello in fuga.

Nessuna informazione,
nessuna considerazione,
nessun pensiero più presente degli altri.

Il tempo scorre verso luoghi che non importano,
elementi che non esistono,
conti che non tornano.

C’è spazio in abbondanza lungo i sentieri fuori dalle rotte,
c’è spazio in eccesso fuori dalle logiche della massa.

Come condensare tutto questo in un tratto?
Una lunga linea retta,
tesa a dissolversi verso il nulla.

À l’infini.

17 Ott

Sul fondo del monte

Ti scrivo.
Ci sono.
Non cercarmi: ci sono.

Oggi sono venute tre macchine uguali.
Tre colori diversi, a cercare qualcosa.

“Wir sind nicht allein”.
Ed è come dire: non siamo soli qua.
Non siamo soli su di qua.

La prima macchina è arrivata alle 8 del mattino.
Nebbiolina fine. L’autunno inizia così.
Era una macchina arancione e l’uomo che ne è sceso non stava in piedi.
Diceva frasi sconclusionate, il suo cervello girava anni luce lontano da qui.
Ho pensato a Emel Mathlouthi, a montagne lontane.
All’Atlante.
Alla lingua dei berberi.
Ho cercato di rispondere al tipo schiumante.
“Quel che cerchi non è qui. Quella è la strada. Tre chilometri più giù”.

La seconda macchina è arrivata alle 11.
Si è persa nel bosco, wind non ha network su di qua.
“E quelle, sono due pale eoliche quelle?”
“Sono quattro. Ma wind non ha network su di qua”.

Cercava di far luce su dinamiche sedimentate.
Sul perché non ci fosse un mulino di comunità.
Sul perché ogni famiglia facesse la farina per sé.

“Non cercare di scavare, non troverai nulla”.
L’ha sentito dire tante volte.
Ogni volta ha iniziato a scavare, e ha trovato di tutto.

La terza macchina ti ha portata quassù.
Era nera e rovinata dalla grandine.
L’hai lasciata alle intemperie, e ti capisco: lo faccio sempre anch’io.
E sei rimasta un attimo a guardare, poi hai detto semplicemente: Wir. Sind. Nicht. Allein.
Non siamo soli, su di qua.

Ora tutto questo sembra lontano
ma siamo già stati qua
e gli altri ancora ricordano.
L’acqua che ci avvolge è già stata intorno a noi.
E la nuova luce, è solo un po’ più adulta.
Tutto intorno resta il buio.
“Resta il buio, dio tirchione”.
Resta il buio.

Bal’ –

28 Set

Un’enclave.
Territorio straniero.
L’altipiano sagrado.
Strade dismesse per giungere fin qui,
eppure ci arrivano, ci sono segni di pneumatico.

Non c’è niente da prendere qui intorno.
Solo erba e pietre, praterie d’altezza, un vallone intero.

“Ci sono segni di pneumatico, te l’ho detto”.
Vieni e controlla. Vieni e guarda.
La gente di sotto è arrivata fin qua.

Arranca
Sporco
con un bastone ferito.
“Ieri notte me l’hanno attaccato i ghiri”, ha detto.
Dormiva in una tenda d’acciaio, ma i ghiri sono arrivati fin là.

Arretra
Stanco
come un coyote impaurito.
Si allontana dalla strada,
si allontana dall’unica strada,
e prende verso il dritto, prende verso in su.

Lì davanti, l’enclave
Solo erba e pietre, praterie d’altezza,
un vallone nero.
Territorio straniero.
L’altipiano sagrado.

Strade dismesse per giungere fin qui.

La Volpe e il Mirtillo

27 Ago

 La Volpe e il Mirtillo

Venerdì 24 agosto, mentre i ministri da bettola rimanevano concentrati sulle loro questioni di principio, una cooperativa sorta grazie a una corretta, sacrosanta e lungimirante gestione della manodopera migrante ha intrapreso un’opera storica, recuperando una vecchia vigna in frazione Eca, ad Ormea.

La migrazione, come l’agricoltura, può essere un problema o una risorsa. È tuttavia curioso notare che, mentre molti italiani della Val Tanaro rimangono a pontificare, polemizzare e inveire contro i negri seduti davanti a un bianchetto al bar, i cosiddetti negri recuperano i boschi lavorati dai loro avi e abbandonati dai loro genitori, contribuendo a una trasformazione del paesaggio che, se non cambierà la storia, cambia almeno la geografia.

L’ombra lungo i muri

11 Ago

“Splende la piazza già tranquilla di cielo e di botteghe
ma quei ragazzi andati al Venezuela
hanno scritto la loro ombra lungo i muri”.
Francesco Costabile

Sulle pareti di Castelnuovo di Conza, alta Irpinia al triplice confine tra Campania, Calabria e Lucania, c’è spazio per la poesia.
“Vedi questo palazzo abbandonato, al centro della piazza”, dice Tina. “In occasione della presentazione del tuo libro di stasera, avremmo voluto decorarlo con un grande murale, un’opera d’arte per omaggiare la vicenda dei fratelli Di Domenico, i nostri concittadini illustri. Purtroppo è stato impossibile, perché abbiamo scoperto che gli eredi dell’immobile sono 36, sparsi in tutto il mondo, in tutto il mondo davvero. Nessuno sa più chi siano. E loro non sanno più dov’è Castelnuovo di Conza”.

Castelnuovo di Conza è il paese degli emigrati.
Quattrocento sono i residenti in paese, tremila e cinquecento i castelnuovesi iscritti all’AIRE. Sono discendenti di chi partì centoquaranta anni fa, vendendo il corallo ai francesi o i prodotti italiani ai lavoratori del canale di Panama. Oppure sono partiti loro stessi negli anni Sessanta, Settanta o Ottanta, perché l’emorragia non si è fermata con l’illusione del boom economico d’Italia. “La nostra principale tradizione è l’emigrazione”, dice ancora Tina, e c’è ironia e c’è consapevolezza nelle sue parole. Tina è l’unica rappresentante della sua classe anagrafica ad aver scelto di vivere al paese.

Tra questi professionisti della fuga, il libro “A raccontar la luce” recupera la straordinaria vicenda dei fratelli Di Domenico, che negli anni Dieci del Novecento divennero, un po’ per scelta e un po’ per caso, pionieri del cinema in Colombia. Per loro l’idea del cinematografo nacque come un’idea commerciale tra le altre, fino a quando il gioco divenne serio e iniziarono a produrre film. Oggi le loro vistas, filmate a partire dal 1915, rappresentano il materiale filmico più antico nella storia cinematografica del Paese sudamericano.

A Castelnuovo qualcuno si ricorda ancora di loro. “Lu millunario”, veniva chiamato Francesco, il maggiore dei due fratelli. Negli anni Trenta fece ritorno in paese con “la scatola parlante”, il primo apparecchio radio a raggiungere quelle montagne. L’entusiasmo fu tale che la scatola parlante non veniva mai spenta; gracchiava dal balcone di casa Di Domenico 24 ore al giorno. La madre di Tina invece ricorda il profumo dei glicini che correva su quel balcone. Quando lei nacque Francesco se n’era già tornato definitivamente in Colombia, che era divenuta, come per molti altri castelnuovesi, la nuova patria adottiva.
L’emigrazione, dopotutto, è un gioco che va giocato fino in fondo.
Una volta abbandonato, al “maledetto paese” non si torna più.

Ma nel tardo pomeriggio del 23 novembre 1980, il paese è divenuto maledetto per davvero. Una scossa sismica durata un paio di minuti ha azzerato il paese, e decimato ulteriormente chi è rimasto. Sono morti soprattutto i bambini, più reattivi a fuggire per strada alle prime avvisaglie del tremore. Castelnuovo di Conza oggi sorge più in basso, in un improvvisato dialogo architettonico tra le abitazioni d’emergenza che poco alla volta divennero definitive e le nuove case. Il centro storico è stato in buona parte ricostruito, tale e quale a come si era sviluppato a partire dal secolo XII. Sono uguali le forme delle case, la loro disposizione e anche i colori sono gli stessi. L’unica differenza è che non ci abita più nessuno: i castelnuovesi hanno sviluppato un comprensibile senso di terrore verso il borgo che ha seppellito i loro cari. Nella graziosa piazza del paese, di fronte alla casa dai 36 eredi ignoti, sorge un efficace monumento alle vittime del sisma. I figli di Tina giocano tra la simbolica porta dalle catene spezzate. Mentre osserviamo la scena nelle ultime luci del giorno, un impiegato del comune scaccia i fantasmi del passato. Aveva diciott’anni quando si ritrovò ad estrarre con le proprie mani, pochi minuti dopo il crollo, il cadavere della prima piccola vittima del sisma.

“Splende la piazza già tranquilla di cielo e di botteghe,
ma quei ragazzi andati al Venezuela
hanno scritto la loro ombra lungo i muri”.
Tra il terremoto e l’emigrazione, l’emorragia dei castelnuovesi ha segnato l’intero Novecento. Eppure il paese non si arrende, come conferma il grande lavoro svolto dalla neo-ricostituita pro-loco “a Chianedda”. Nel centro del nuovo paese sorto giù in basso c’è una piazza dal nome significativo, “piazza dell’Emigrante”. Tra ius soli e ius sanguinii, in un’Italia incapace di fare i conti con il proprio passato transnazionale e precario, chissà che non arrivi proprio da lì un messaggio per il futuro.

Site-specific

28 Lug

Site-specific

Tutto bene dall’altra parte del crinale.

Anche qua c’è vento forte e un cielo che si sposta, ma c’è sentiero e strada, è un paesaggio vasto eppure a volte non basta.
Ogni luogo è troppo vicino e troppo lontano per pensare di fermarsi.
Ogni storia è incarnata nel posto, e rimane lì finché un altro non passa.

No-Day

16 Lug

 

Disagio.
Gente che parla.
Dappertutto gente che parla.
Parlo anch’io.
Scrivo.

La carta non risponde.
“Scrivere è come parlare a se stessi”, dicono
ma se stesso non mi ascolta.

Via Castello 57

06 Lug

Quattro minuti, cinque di silenzio.
La stanza azzurra, il colore dell’inverno, la caffettiera, smembrata in pezzi, che asciuga al caldo sopra la stufa.
“Addestrava i cani a non mordere. Gli si sono rivoltati contro. Lo hanno mangiato”.
La signora F. aveva parlato all’improvviso.
Guardava verso il pavimento, e lentamente si massaggiava le gambe.
Aveva detto solo quello, senza aggiungere altro. Una notizia sul giornale, portato dal postino il giorno prima, ricordata tra le altre. Un messaggio dal mondo. Ecco quel che succede laggiù.

Poi aveva aggiunto: “Se fosse stato a casa, non sarebbe successo”.
Lo diceva per tutto: incidenti in montagna, vittime del terrorismo, uomini sbranati dai cani.
Era un rimprovero cinico, ma anche un dato di fatto. E non voleva dire nulla.

Nulla.
Il totale disinteresse verso le cose del mondo. La piena dissociazione.
Come se non volesse assumersi più responsabilità. Come un tentativo di dire: “ci hanno provato. Non ha funzionato”.
La signora F. pareva dire così ogni volta che il postino chiedeva informazioni circa i suoi clienti. Gli abitanti della borgata.
“Bernardo? Aveva un bel parlare, lui…”
“Delfu? Questa volta si è fermato. Non balla più”.
La signora F., che aveva passato gli ultimi quarant’anni della sua vita dietro la sua finestra. Lentamente aveva visto tutti gli altri raggiungerla, perdere il passo, rallentare. E sorrideva del loro destino. Un “loro” comune, che includeva un plurale indefinito, una sorta d’ironico “noi”.
Ecco, ad essere sincera con se stessa, forse non si sarebbe mai aspettata di poter condividere, un giorno, un “noi” con quella gente. Così diversa, ostile, lontana. Uomini. Uomini del paese. Quelli con cui aveva condiviso un particolare e definito tempo storico, ed era quello che adesso li riuniva, tutto quel che gli apparteneva.

Strade di Francia

30 Giu

Alta Val d’Ossau. Murale.

 

Autostop.
Il primo passaggio è opera d’inglesi.
Una coppia in viaggio sulle montagne, da Sallent de Gállego a Formigal, e poi più in su fino al Portalet, territorio di Francia.
Gli inglesi non parlano e contemplano il disgelo d’alta quota. I Pirenei grondano acqua, il paesaggio è surreale.

Lunga discesa a piedi.
Vallone d’Ossau,
congedo al verde alpestre,
ritorno all’asfalto.

Il secondo passaggio è su una vecchia Clio rossa. Una coppia dal significato incerto, marito-moglie o madre-figlio, lei comunque ha un pizzetto severo e negli imbottigliamenti per i lavori in corso aziona furtiva il tasto delle quattro frecce, sfidando l’autista in un misterioso gioco al massacro. Due borsate di sigarette sul sedile posteriore. In Spagna il tabacco, come il gasolio e la birra, vale molto meno.

Il terzo passaggio è un gendarme in congedo. Fisico prestante e asciutto, di ritorno da tre giorni di marcia in alta quota. Guida (con guanti da operaio) un’auto ibrida e silenziosa. Lungo il viaggio si lamenta della situazione politica in Francia. Dice che i giovani non hanno voglia più di rischiare. E le sue parole scendono insieme al sonno lungo la Val d’Osseau.

Nella periferia di Pau mi carica un furgone bianco. È un geografo in azione, e lì dietro ha strumentazione da lavoro e una plancia che diventa un letto.
Lavora con i droni per tracciare e monitorare il passaggio degli escursionisti sui sentieri. Qualcuno dice che la randonnée non porta turismo. Dati alla mano, il geografo dimostra il contrario.
È diretto verso l’aeroporto di Tarbes per prendere sue figlia di ritorno dall’Erasmus.
“Ah, la generazione Erasmus”, dice. “Beati voi, beati voi, beati voi”.
Mi scarica all0’ingresso dell’autostrada, con un foglio bianco su cui scriviamo “Toulouse”.

Trenta secondi più tardi si ferma una Dacia blu. È il responsabile del LIDL di Tarbes di ritorno dal turno di lavoro.
Abita 50 km più in là, “se vuoi ti porto fin lì”.
Voglio, e intanto ascolto il racconto dei suoi anni più belli. Quando poteva viaggiare anche lui, anche se in fondo, a ben pensarci, non viaggiava affatto.
Poi spiega come funziona un turno di lavoro in uno stabilimento LIDL.
La cosa più interessante è che tutto, compresi i légumes (che non sono i legumi ma le verdure), arriva da Parigi. E così è per tutta la Francia.

Nel luogo in cui mi lascia è più difficile trovare un passaggio.
Venti minuti sotto il sole cocente. Sporadici ciuffi d’erba dura crescono tra il cemento e l’asfalto. Il mio zaino blu è appoggiato al cartello che dice “Rallentare”.
Le macchine sfrecciano verso l’autostrada. Il Telepass ai caselli un paio di volte s’inceppa. Alle mie spalle sento la voce automatica che dà indicazioni agli automobilisti rimasti intrappolati.
“Attendez-vous la photò, merci pour votre attente, au revoir sur notre routes”.

Mi carica una donna elegante dai capelli corti e grigi.
È cuoca (non dice “chef” ma proprio così, “cuisinière”, cuoca) in un ristorante d’alta classe. Lavora solamente a midì. Non mi consiglia di andarci: il pranzo vale sui 70 euro.
La musica scorre tra i campi di fieno. Mi addormento e mi sveglio e non siamo a Tolosa. Mi riaddormento e mi risveglio ed ecco la tangenziale. La cuoca non accetta le mie monete per pagare il pedaggio. “Questo non è un blablacar”, mi dice falsamente offesa.
Parliamo del blablacar e dei suoi indubbi benefici.
“Lo sa che l’hanno comprato le SNCF, le ferrovie francesi?”, le chiedo.
È un peccato che sempre così, vendute al miglior offerente, debbano finire le idee più brillanti.
Ed è curioso che ora anche le SNCF, in quest’era-Macron, possano finire al miglior offerente.

A Tolosa c’è traffico e odore d’estate.
La cuoca mi chiede dove voglio andare e le dico che non ne ho la più pallida idea. Che la cosa mi è indifferente.
“Allora ti porto a casa mia”, dice. “E poi da lì vai dove vuoi”.

Adesso è notte e i Pirenei sono lontani.
L’algoritmo di Airbnb mi ha trovato una stanza.
“Che finale di merda”, direte, e avete ragione; poteva andar meglio. Ma ditelo agli albergatori di Tolosa, che volevano 90 euro per un letto.
Ditelo ai regolamenti municipali, “Divieto di camping” un po’ dappertutto.

Piuttosto, la prossima volta che vedete un autostoppista,
se avete posto in macchina,
caricatelo.

Diary of a Baltic Man

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