Hey. Te traigo noticias de tu hermano.

02 Nov

E’ vivo e ha toccato il ghiaccio, questa sera all’ora del diluvio, ha sentito il ghiaccio nella schiena.
Con lui andava una cagnetta di cui aveva dovuto guadagnarsi il rispetto, la cagnetta della ragazza che poi è diventata la sua ragazza.
Li ho trovati tutti insieme nella Torre Sur, tuo fratello la ragazza e il cane – che nel frattempo aveva sostituito la cagnetta, perché il tempo passa anche qui.

Sono rimasti anche loro nell’arroyo, perché la notizia è che questa sera a Bogotà ha grandinato.
Le strade sono bianche da ore. Bianchi i giardini. Le aiuole. Le scuole.
Ho camminato nell’ora dell’arroyo, del fiume in piena, del grande diluvio.
Le strade sono diventate uno spazio osceno, così come lo avevi letto tu in un libro, ob-sceno. Fuori-dalla scena.
Un ruggito di Selva che invade il territorio dell’uomo, e viene dal monte, e viene dal Nord.
Un fastidio dell’uomo, nel riconoscersi nulla.

Ho attraversato l’Avenida Caracas, dal Paradero del Bus all’altro lato, e non c’era più nulla da fare.
La pioggia mi aveva già impregnato i pantaloni verdi, quelli del Mercato de Segunda, tu sai quali sono.
Più tardi ho visto come l’umanità intera, lì intorno, reagiva in due modi diversi al diluvio.
Eravamo in un incrocio sulla 85, tra eucalipti e scarichi di diesel, nell’ora di punta della notte che si accende.

La maggior parte delle persone cercava riparo.
Attendeva sotto un’insegna, sotto un balcone, sotto il nylon di un chiosco.
La pioggia diminuiva d’intensità poi cambiava direzione poi riprendeva più forte di prima.
E quel che ti indeboliva non era l’attesa, ma la cancrena della speranza.
Il tempo passava e ricominciava a piovere. Avrebbe potuto andare avanti così per sempre.

Così entra la seconda possibilità, quella di una repentina partenza.
“Alla prima diminuzione d’acqua mi muovo, e cercherò varchi asciutti tra gli interstizi della città.
Senza considerare che l’acqua in faccia, una volta ricevuta, non ammette debolezze.
E’ un elemento raro, ed è lì che sta scendendo per te.

Non rimane altra scelta che continuare a camminare, a camminare veloce.
La città si muove in un modo strano lì intorno.
Le strade imbottigliate mantengono un ordine.
L’ordine dell’uomo nel disegno di Darwin.

Poi sono arrivato da tuo fratello, non ci vedevamo da anni, e mi ha dato un paio di calze asciutte.
Un’accoglienza essenziale e perfetta. Non serviva nient’altro.
E abbiamo guardato avanti e abbiamo guardato indietro e ci siamo salutati di nuovo.
Fino alla prossima volta ognuno per la sua: è a questo che serve, in fondo, un fratello.

E trenta minuti di taxi nella città ormai vuota.
Queste strade potrebbero andare avanti all’infinito, e fa paura quando la vedi dall’aereo – anzi como dijo el doctor Reyes “no causa miedo, sino profundo respeto”.
Sulla navicella spaziale che la attraversa radente al suolo si aprono varchi per osservarla.
Un viaggio con i taxisti che lavorano di notte, que siempre tienen historias para contar.

Salire sulla macchina di uno sconosciuto, invadere il suo spazio, sottomettersi alla sua volontà.
Ancora una volta quell’Aria Selvatica, quella vibrazione animale, quel pulsare nel buio.
La grande metropoli che in fondo è fatta di angoli,
un collage di dimensioni spaventose, stordenti, e i racconti ascoltati.
Rapine sequestri coltelli ossidati, la tensione nell’aria de un cielo que no descansa.

Lì in mezzo ho visto tuo fratello, non importa che tu abbia o non ne abbia uno: ti porto sue notizie.
Come gli Apollo del Regno, o i Pony Express di Sua Maestà, che percorrevano cento chilometri con i cavalli più veloci del Paese e poi consegnavano il pacchetto al suo successore.
In questo modo le sue notizie ti raggiungeranno prima del mio ritorno e si inchineranno discrete al vostro incontro,
sinceramente incantate.

Ti porto notizie di tuo fratello, un petardo e uno specchio.
Per guardarti con gli occhi di un altro,
per fare esplodere il caos.

La patria sarà quando tutti saremo stranieri

02 Nov

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito.
Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza.
Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato.
Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi.
Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni.
Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno.
Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli).
Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.

Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore.
In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere.
Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza.
Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben.

Il professore

28 Ott

El profesor

Il professore scrive con inchiostro rosso. In corsivo. Dice che dovrebbero proibire la bellezza, e che nei suoi sogni ha visto ragazzine ferirsi in faccia per essere meno belle. Dice che le critiche fanno crescere. Dice che suo padre creava piccoli prototipi dell’origine dell’universo e che li appendeva sulla testiera del letto. Dice che crede nella forza della vulnerabilità. Dice che dovrebbe esserci un nome per le persone che hanno condiviso lo stesso partner. Dice che gli uomini possono aggredire con la forza o con il patrimonio, mentre le donne invece lo fanno attraverso la distruzione dei rapporti sociali. Dice che sua madre è la sua forza. E sa, senza dirlo, che è la donna della sua vita. Dice che un filosofo spagnolo di cui non vuole ricordarsi il nome gli ha suggerito che la forma di amore più puro è la compassione, ma che con la compassione non è mai andato troppo lontano con le ragazze. Che ha finito per diventare lo psichiatra del suo psichiatra. E abbiamo riso dei portfolio e delle lettere di raccomandazione. Dice che esistono due modi di ingannare la morte, una con il lavoro, l’altra con l’affetto. Dice di aver relativizzato la sua opinione sul consumismo quando ha iniziato a capire che le cose che la gente colleziona sono come lettere dell’alfabeto. Si rende conto di aver perso gli occhiali per vedere lontano, e allo stesso tempo sa che il 95% delle cose che dice parlano di lui, e questo gli pare una metafora perfetta. Molte sono state le lezioni, e poco quel che ho scritto. Spero che la mia testa da qualche parte abbia registrato tutto. Mi fido di lei.

Lituania – Bogotà // Agosto 016 – Ottobre 017
Testo originale by Xeh su Xehismo.

 

Per quest’ultima mezz’ora

25 Ott

Geometree

Per quest’ultima mezz’ora io ho vissuto la giornata intera.
Ho lasciato la montagna, son sceso verso il mondo, mi son contaminato d’inchiostro
e ho pianto.

Ho pianto in silenzio, senza lacrime e senza lamento
ho pianto tra l’asfalto e il cemento
e poi anche nei frutteti, nel montaggio, tra il verde acido e il formaggio
tra le pieghe di un movimento contro il sole e contro il vento
ho pianto senza lamento e senza un’opinione
ho pianto come mi sono alzato, ho tentato di fare ed ho fallito.
Ho pianto a centodieci all’ora tra le strade della pianura
Ho pianto per saluto, non certo per paura.

Saluto al vento, e alle cose che si spostano.
Saluto al sole, e agli alberi che restano.

Poi son tornato tra boschi e caprioli
e pietre senza voce, pietre ancora fredde e uomini soli.
Son tornato verso l’alto, che non è così in alto e c’è notte e fumo.
Ho chiuso la porta senza chiave, per l’assenza di un qualcuno.

E per quest’ultima mezz’ora io ho vissuto la giornata intera
in una notte senza fuoco, notte buia calda e nera.
Rimangono carta e inchiostro, e un qualcuno a cui pensare.
E l’inganno del non sapere, ma di provar comunque a dire.

 

What is he building in there?

25 Set

Cosa fa esattamente chi si occupa di
film literacy
audience building
welfare creativo
e media training?

Linkiu skaititi įdionas knygas

13 Set

E Mosé alzò le braccia al cielo e disse: “é tutto lassù”.
E Salomone portò le mani alle tempie e disse: “è tutto qua”.
E il Cristo allungò le mani sulla croce e disse: “é tutto più in là”.
Poi venne lo scienziato, e tutto divenne relativo
ma le voci si fondono e si confondono nella moquette scura del bar
nella lacrima fredda del softjazz
nell’ambito scuro che della cameriera
che questa sera non ha voglia di sorridere
e sorriderà.

Olimpialallallà

07 Set

…quando penso agli sport, mi viene in mente quel gentiluomo inglese, che declinando l’invito ad assistere a una corsa equestre, candidamente disse: “ben comprendo che un cavallo corre più veloce di un altro. Solo, non mi importa sapere quale”.

Stefan Zweig. Il mondo di ieri

We haven’t been here before

27 Ago

Le mani si sporcano di materia viva.
Perdono in un momento la loro illusione asettica, riprendono un contatto perduto nella fase embrionale.
La donna dietro il bancone sa tutto e non lo dice.
Conosce la paura e la speranza, spogliate dai filtri e dalle maschere che si portano appresso tutti i filtri e tutte le maschere.

“Inserisca il codice per ottenere il suo drink”.
La donna dietro il bancone aspetta, si asciuga le mani in un panno nero e aspetta.

Là fuori una scala devastata,
un fuoristrada nero.
Altarini in cirillico, l’ingresso di una chiesa.
Dove inizia l’oriente?
Dove finisce l’occidente?

La donna dietro il bancone aspetta, ma non aspetterà per sempre.
Ha studiato per svolgere al meglio quel compito.
Ha studiato anni per svolgere al meglio quel compito.
Altri hanno camminato, si sono persi, hanno ritrovato il cammino.
La donna dietro il bancone ha studiato: e ora aspetta.

Lamine d’oro là in fondo al sagrato.
Le foto di guerra in piazza Maidan.
Due anziani che si allontanano: lei ha il foulard in testa, lui ha i piedi nudi sotto i sandali grigi.
Dove finisce il racconto?
Dove inizia a prendere forma quel che è vero?

“Ma il vero è sostanza nuda, senza un’interpretazione che lo innalzi dalla polvere”.
Il vero è fine a se stesso, esiste solo in funzione di uno sguardo.
E allora le mani asettiche, il panno nero, la materia viva.
E allora inserire il codice, per ottenere il drink.

Apporter le monde au monde

20 Ago

“Portare il mondo al mondo”.
Il mondo, concetto di periferia.
Partivano dal centro e raggiungevano la scena.
Poi la realtà non gli bastava, e fu così che nacquero le storie di finzione.

Come foglie

13 Ago

Una costante che regola il rapporto tra l’Italia-che-fu e il nostro immaginario odierno trova una felice rappresentazione in letteratura. Al di là delle facili retoriche, negli arditi tentativi di reincarnarsi e capire – spesso sulle basi di testimonianze lasciate in eredità dall’uno o dall’altro avo – emerge un desiderio insaziabile di passato prossimo, di scovare quelle tracce del tempo nel tempo che ancora resiste.

Si direbbe che “Come foglie“, l’ultimo romanzo di Alessandro Marenco (Pentàgora Editore), si inserisce appieno in questo filone.
Il libro, che ricostruisce tre cammini biografici “minori” negli anfratti più inaccessibili dell’alta Valle Bormida, è costruito a partire da testimonianze concrete e documenti ritrovati, fatti accaduti o raccontati; insomma è “tratto da una storia vera”.
Si tratta di una vicenda (quasi) tutta al femminile, perché, come scrive l’autore, “le donne hanno un destino, ed è tutto e niente. Non basta fare volume, fare peso. Le donne fanno cose che non pesano”.

Teresa, classe 1889, viene al mondo “nel quieto ripetersi dei giorni e delle stagioni, nella speranza quotidiana di sopravvivere al tempo, di superare un altro giro di macina indenne”, in un contesto destinato a cambiare, e a cambiare per sempre. La sua figura, che rimanda all’immagine di antiche donne rimaste nebbiose nei ricordi d’infanzia, pare ancora visibile dietro le finestre chiuse e sulle soglie vuote delle case abbandonate, in quelle borgate che non sono campagna e non sono montagna e semplicemente non sono più – anche se nel frattempo sono state recuperate da svizzeri, tedeschi o nuovi abitanti, il mondo di Teresa, buono o cattivo che fosse, è scomparso per sempre.

Poi un giorno, mentre era al pascolo, “sola, come fosse una capra”, Teresa ha dato alla luce Anna.

Anna era stata buona fin da subito. Certo aveva pianto e urlato, ma non più di tanto.

E nella storia di Anna c’è tutta la maledizione e la fortuna dell’Uomo (e della Donna) Nuovo, lo stupore passivo di fronte a “un secolo che iniziò con un’esplosione: il lampo della fotografia”. Spinta ai margini della comunità dall’assenza di un padre (svanito in America), Anna insegue i mirtilli (frutti senza padrone) per cercare, in realtà, la fabbrica. Nuova, scintillante, pulita, ordinata, organizzata. La maledizione e la fortuna della Donna Nuova, che può perdersi tra le altre, anche se si porta appresso il frutto della vergogna.

Teresa sapeva bene che a lavorare in fabbrica, le donne diventano mosse, si scaldano, diventano sfrontate, pretendono sempre di più. Ma soprattutto non sono più niente.

Nel mondo ricostruito dall’autore, la fabbrica si sovrappone al fascismo. E’ la Valle Bormida negli anni Venti del secolo Venti, è la Ferrania, con il suo tentativo di avanguardia produttiva e sociale. E in questo laboratorio viene forgiato soprattutto l’Uomo (e la Donna) Nuovo, produttivo e moderno, disciolto in un insieme collettivo in cui oneri e onori sono scritti nel cemento.
L’Italia che diviene fascista, raccontata dalla prospettiva di una città del futuro sorta dal nulla in mezzo ai boschi, assomiglia in maniera disarmante ad Anna, che non comprende ma condivide, che resiste, ubbidisce e viene ricompensata con il suo “alloggio moderno con latrina al piano”.

Al di là dei testi e dei sottotesti, ancora una volta il libro racconta della grande sensibilità del suo autore, che riesce a ricostruire un mondo solo apparentemente vicino (e solo apparentemente lontano) a partire dal linguaggio. Viaggiando tra il detto e non detto, sulla base di un fatalismo antico che tiene insieme, nonostante tutto, le pietre e gli uomini, Alessandro Marenco ci restituisce una fotografia in movimento di quell’Italia al femminile che solo l’omologazione e il nuovo fascismo pasolinianamente inteso riusciranno a cancellare.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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