Pandemic Party For A New World

25 Mar

Crash

Ecco,
infine,
ciò che la gente voleva,
ciò a cui lo Zeitgeist
[lo spirito del tempo]
anelava.

Tutti finalmente a casa,
il lockdown,
la fine delle incombenze tristi,
l’inizio di un tempo migliore.

Ecco il lockdown,
la dichiarazione,
il manifesto.

“Vogliamo restare a casa,
restare soli,
gestirci il tempo”.

Vogliamo tutto quel che già c’era
[l’amore, il gioco, le relazioni]
ma lo accetteremo in forma diversa,
impact-free, zero emissioni, streaming online.

Il pianeta non poteva più sopportare quell’esuberanza dei sensi.
“Spostare i corpi o spostare le prospettive?”, si chiedevano un po’ tutti nei grandi palazzi.
Il capitalismo già da tempo si stava organizzando:
una sola, grande piattaforma per comunicare
una logistica di e-commerce e online-shop che ti porta tutto a casa.

Una diversa maniera di stare al mondo,
ed è quello che vogliono i quindicenni,
e lo vogliono i dodicenni,
e quindi sarà così.

Non c’è governo occulto,
non c’è complotto strano.
È l’umanità compatta che si muove,
come una cosa viva,
come un virus dentro le cose.

È l’umanità compatta in evoluzione,
verso una nuova specie,
verso una nuova era.

 

Mentre il mondo si contrae

21 Mar

“Mentre il mondo si contrae noi ci espanderemo”,
dicono le persone fiduciose sui social net.

Ci espanderemo, andremo a raccogliere i frutti proibiti
i frutti del nostro essere finalmente umani,
capaci di silenzio,
di empatia,
capaci di silenzio,
e di empatia.

Così dicono le persone fiduciose sui loro balconi
ma nel frattempo cresce la paura, l’ansia, la perversione del sempre connessi.
Ci ritroveremo sopravvissuti
sopravvissuti e senza dignità
a celebrare la festa dei sopravvissuti senza dignità.

– ‘Ho un po’ di febbre. Che ne pensi?
– Penso che sia normale. Hai febbre perché non esci di casa. Fumi cicche sul balcone, vivi in pigiama, e non esci di casa. È normale che ti venga la febbre. È il ritratto perfetto dell’ammalato. È così che ci vogliono, è così che ti vuoi.

 

‘La gente ha paura della morte, muchacho, non l’hai ancora capito?’
Ha paura della morte perché non ha mai imparato ad essere realmente viva.
Si può aver paura di morire senza essere stati realmente vivi?
Evidentemente sì.
Il fatto stesso di darsi da fare per non morire dà finalmente un senso all’esistenza dei più. E questo li accomuna all’esistenza del virus. In fondo siamo tutti sulla stessa barca. Non è il caso di essere troppo ostili, nei confronti del virus.

[per esempio. Era davvero il caso, di portare in giro quelle bare sui carrozzoni militari?]

E così

questi sono i giorni dell’essenziale.
Unghie sporche, mani ruvide, l’odore del corpo che basta a se stesso e nessuna necessità di aprirsi agli altri.
Io per esempio ho imparato a fare i muretti a secco.
In questi giorni sto facendo semplicemente a quello: muretti a secco.
Potrei parlarti di quello e di nient’altro. Non ho nient’altro da dire. Non c’è nient’altro.

E allora, sarà vero che mentre il mondo si contrae, noi ci espanderemo?
Potrebbe essere vero.
Siamo dei virus, organismi preposti al contagio.

 


Que pasa contigo hermano. Que pasa contigo?

La Peste | 1

10 Mar

'r Cašté.

Chiuse le scuole.
Chiusi i cinema, i teatri, i ristoranti, le ferrovie.

[pero en el fondo no importa, porque aquí en Viola no hay nada de esto].

Questo Piccolo Scandalo

09 Mar

Dirai a tutti che io sono tua cugina.
Tutti ti diranno che non dovresti essermi cugino.
Attraverseremo, su un cavallo bardato di nero, le strade di ogni paese e di ogni città, coperti da un poncho bianco che rimarrà bianco nonostante la polvere e le voci del mondo.

Nelle piazze e nei borghi, nelle mattine d’autunno, ci laveremo nelle fontane e sarà sempre un pezzo alla volta, perché non saremo mai completamente sporchi ma nemmeno saremo mai completamente puliti, perché non si può essere completamente niente.
Saremo consapevoli del nostro essere precario, soggetto ai cambiamenti e agli umori, un uomo e una donna a cavallo sotto un poncho, e i contadini nei campi che ci saluteranno in un misto di sconcerto, timore, invidia e rispetto.

Ti ascolterò parlare con le tue diverse amanti, così come si ascolta un qualcosa che si conosce per la prima volta, e mi ascolterai parlare di notte a quegli altri uomini lontani, quegli uomini che non ti assomigliano ma ti riguardano e sentono il tuo odore e non si avvicinano. A quella gente che aspetta, da lontano, la fine del nostro viaggio.

Saremo una storia triste, come tutte le storie in cui c’è gente a cavallo e c’è un territorio da attraversare.
“Gente a cavallo” significa lasciare impronte nel terreno ed andarsene sempre. “Territorio” invece ha a che fare con la vastità dello sguardo, nell’impossibilità di posare gli occhi su un punto e un punto soltanto, nella necessità di chiedersi cosa c’è ancora da raggiungere, cosa c’è che aspetta là dietro l’orizzonte.

E nelle chiese del mondo ci inviteranno ai funerali e ai matrimoni, ci inviteranno ai momenti solenni di celebrazione e di ascolto, perché saremo sacerdoti e saremo un qualcosa da esorcizzare per tenerlo lontano, e il nostro cavallo bardato di nero resterà quieto ad aspettare e solo i bambini oseranno avvicinarlo.

Io sarò il tuo ‘Quindi’,
tu sarai il mio ‘Andiamo’.

Carulla del Parkway

26 Gen

C’era questa ragazza sulla sedia a rotelle, lì vicino all’uscita.
Vendeva borse per la raccolta differenziata e ogni volta che qualcuno le lasciava una moneta si faceva il segno della croce e mandava una benedizione.
Lavorava dalle 3 del pomeriggio alle 9 di sera. E diceva proprio così: “lavoro”.

Lavorava per sua figlia di nove anni, sua figlia che era nata quando lei di anni ne aveva quattordici.
Quattordici?
Dice proprio di sì. Quattordici.
Avrebbe voluto abortire ma poi ha visto l’immagine del feto.
E poi a quel tempo camminava. Non aveva paura di una bambina con sé.

Una notte di dicembre, la noche de las velitas che è il 7 dicembre, è andata al paese per festeggiare con gli altri.
Aveva vent’anni e la sua figlia di sei.
Ha sentito un brivido freddo e si è trovata sull’asfalto. Non riusciva più a muovere niente, e sua figlia gridava “c’è sangue”, e lei non capiva perché.

Una bala perdida nel cielo di dicembre.
Una pallottola vagante, scesa dall’alto proprio dentro di lei.
Le ha colpito la colonna vertebrale, le braccia le ha recuperate, le gambe mai più.

Il paese in cui vive non ha un sistema sociale che garantisca una pensione a chi non ha alternative.
Nel paese in cui vive sono in tanti come lei, perché ci sono le mine la guerriglia la guerra, la violenza nelle strade e i massacri sul monte, ci sono i più deboli e i desplazados e le persone lasciate sulla strada perché tanto è solo un figlio in più. Nel paese in cui vive c’è il calore del Tropico, che garantisce un lavoro anche a chi non può lavorare più, che distribuisce monete in cambio di benedizioni e una fede incrollabile in chissà cosa chissà.

Così c’era questa ragazza sulla sedia a rotelle, davanti al Carulla del Parkway, ingresso principale del supermercato.
C’era e c’è ancora: sono io che nel frattempo mi sono spostato da lì.
Abbiamo parlato mezz’ora e abbiamo videochiamato sua figlia.
Era lì in compagnia di un’amica, ed entrambe mi hanno salutato e si saranno anche chieste chi fossi io.
In quella mezz’ora Judy ha raccolto dodicimila pesos e se va avanti così le compro un paio di scarpe a mia figlia, mi ha detto prima di salutarci.

Chissà se è andata così.
Là davanti al Carulla del Parkway, prima o poi mi informerò.

 

[las balas son igual de baratas que los condones].

Breve riassunto di come funziona il mondo

02 Gen

Così.

Coruja Muda. ¿Donde está el Oriente?

28 Dic

Alô amigo
Eu vim aqui perguntar
Se você pode tirar
Em breve uma foto minha
Não é nadinha
De motivo especial
Só uma foto normal
Que eu pretendo emoldurar
Pois quando o tempo passar
Pode ser que ela até faça
Parte de um museu sem graça que ninguém quer visitar.


Il giovane uomo e la giovane donna entrano in un taxi parcheggiato sotto la pioggia.
La città è in fiamme: l’acqua scende dal cielo.
Il taxi è nuovo e spazioso, e si ferma un paio di metri più avanti della fermata del bus.
Innesta la retromarcia, torna indietro un paio di metri, per caricare quei due senza che si bagnino il capo.

Entrambi – il giovane uomo e la giovane donna – salgono su un taxi sotto la pioggia.
La città lì intorno ha cambiato radicalmente veste.
Tutto è pioggia e diluvio, e vento freddo di mezzanotte.
Salgono sul taxi e lei dice: “guarda là. Quelli sono i Fiumi di Pietra, río de piedras, e nessuno sa dire perché si chiamano così”.

Il tassista si mette comodo e sistema la musica. Poi innesta la prima e dice: “dove volete voi”.
“Con questa pioggia non si può fare altro che andare nell’acqua, galleggiando”.
“E allora vi porterò lì”.

Il giovane uomo guarda avanti, nel vetro.
La giovane donna guarda fuori, nel vento.
Macchie scure , e colori vivi, e nitidezza che si scioglie.
Il giovane uomo e il tassista hanno bisogno di parabrezza pulito, di visione lontana, per tentare capire lo que tocará después. Alla giovane donna invece bastano le gocce sulla parte esterna del finestrino. È concentrata su quelle, chissà che verrà fuori da lì.

La Metrópoli si ferma sul confine della montagna, ne morde le vesti, ma non ce la fa ad aggrapparsi lassù.
La Montagna resiste e osserva tutti dall’alto.
L’atmosfera è selvática, umido olor di altopiano mescolato nell’aria elettrica, ma dentro il taxi tutto è asettico e si sta bene lì.
Il taxista lo dice esplicitamente: “voglio farvi sentire a vostro agio”.
Potete baciarvi, potete amarvi se vi va.

Il giovane uomo e la giovane donna viaggiano avanti nell’aria umida.
Sono seduti su un taxi, c’è musica diluita lì intorno.
Il tassista guarda dentro il parabrezza e anche nello specchietto retrovisore.
Ogni tanto sussurra una parola, che non é diretta né all’uno né all’altro, e forse in fondo nemmeno a lui.
Per tenere la rotta segue l’Oriente. Ci sono le montagne, di là.

Non posso, non devo.

25 Nov

Autunno, Viola

L’aria calda dal bocchettone metallico della stufa mantiene una temperatura costante nella stanza.
La nebbia sulla valle, lì nella finestra, disegna un paesaggio in costante movimento che rimane metafora di qualcosa di non detto.
C’è legna nel cassettone.
C’è legna e tabacco di qualità per affrontare il pomeriggio, la notte, l’esistenza.

Piove.
Piove sempre, in questo Tempo del Monsone.
Il mondo è entrato ormai nella sua zona notturna: sul parallelo 45, nella luna di Novembre, l’arco di luce tende verso un rapido oblio. È tempo di buio, è tempo di letargo, è tempo di aver tempo.

Dall’altra finestra osservo i gatti sul tetto.
Si spostano controvoglia, tornano da una quotidiana ronda senza troppa convinzione, si portano appresso l’odore del bosco.
Il rombo del fiume racconta una storia oscena, là sotto.

Suona il telefono e nessuno risponde.
Si accende la mail, la voce del mondo.
‘Potresti venire da noi, domani sera, alle sei’.
‘Dovresti chiamare lui, per organizzarci, chissà’.

La voce dell’inverno ha un messaggio solo.
Una presa di coscienza di fronte alle incombenze del cielo:
Probabilmente hai ragione tu, avete ragione tutti, ma oggi io non posso, oggi io non devo.

Mapulugün

19 Nov

Eravamo quel che saremo

Non esiste la parola “morte”, in lingua mapuche.
Quando qualcuno muore, si dice “mapulugün”.
Mapulugün significa ‘diventare territorio’.

Mercoledì. Sono a Bogotá. Apro il computer. Facebook mi informa di quell’altro: mio fratello, che è stato premiato, in Campidoglio e con tutti gli onori, per la sua attività agricola di castanicoltore moderno, in perfetto equilibrio tra innovazione e tradizione. È un premio suo ed è un riconoscimento all’azione di chi a Viola Castello, come in (ormai poche) altre zone sulle Alpi e sugli Appennini, tenta di mantenere in piedi un delicato equilibrio tra uomo e ambiente. L’ecosistema dei castagneti, un sistema produttivo perfetto, ereditato dalle precedenti generazioni.

Martedì. Sempre attraverso il computer: Venezia allagata. Immagini apocalittiche. Don Desiderio S., caro amico e sergente della Policía Nacional, mi offre un café negro e tra le altre faccende commentiamo la cosa. ¿Venecia entonces está condenada? Quien sabe. L’acqua alta, il cambio climatico, le buone vecchie conversazioni da café. Nella mia mente ho un’idea fissa ma non la esprimo. Porterebbe a un dibattito interessante, ma sono quasi le 9 di mattina e ho del resto da fare.

Giovedì. Mi telefonano da Viola. Una pattuglia di Rangers ha sorpreso un paio di famigliari a bruciar foglie.
Questo dei rangers è un flagello che, da un paio d’anni, puntualmente si verifica a novembre. Da quando la Regione Piemonte ha deciso che, per contrastare il dramma delle polveri sottili a Torino, nei mesi invernali è proibito bruciar foglie nei boschi del territorio regionale. Non li si vede, i rangers, ad agosto o settembre, quando il sottobosco è invaso da decine di pensionati urbani che si spingono verso l’alto per depredare funghi: la dinamica di rapina centro-periferie è una dinamica antica, e il sistema economico in cui sguazziamo felici si basa esattamente sul suo oliato funzionamento.

Excursus storico: per lunghi secoli, la castanicoltura stata è un’attività fondamentale sulle montagne d’Italia. In maniera particolare, lo è stata per il Piemonte, che oggi è l’unica regione in controtendenza nella produzione di castagne: mentre altrove si è costretti a importare, il Piemonte segna un trend positivo. A causa delle sue caratteristiche (nessun tipo di fertilizzante, ma ‘semplice’ cura del bosco e del sottobosco), la castanicoltura aveva l’importante effetto collaterale di mantenere sotto controllo enormi porzioni di territorio. Un territorio complesso e geologicamente irrequieto, come quello italiano, è stato progressivamente terrazzato, accudito, addomesticato. Attraverso i boschi trasformati in giardini, le acque penetravano nel terreno, senza scivolare a valle portandosi pezzi di montagna con sé. E i rami spezzati dall’inverno, trasformati in fascine, sarebbero serviti per scaldarsi nell’inverno successivo, o per alimentare, in autunno, gli essiccatoi.

Poi le industrie, la questione del ‘così va il mondo’ e l’italianissima scelta di rincoglionire la popolazione fornendo a tutti un lavoro fisso hanno provocato il dramma. Il contadino è diventato operaio, e ogni sorta di visione autonoma ha iniziato ad essere considerata in maniera sospettosa. Camillo e don Peppone sono risultati entrambi colpevoli nel processo: la democrazia cristiana con il suo assistenzialismo paternalista, il partito comunista con la logica dell’appiattimento di classe e del diktat sindacale. Nel frattempo la televisione ha messo tutti d’accordo ad allontanare ancora di più l’essere umano dall’aria fresca, dai pensieri limpidi della solitudine in uno spazio naturale e armonico, da un fiero esistere. E così oggi i giovani delle valli Monregalesi assomigliano sempre più ai loro coetanei delle periferie urbane, che lamentano con rabbia l’assenza di un lavoro fisso, e presto voteranno partiti di estrema destra perché gli stranieri ci portano via il lavoro, mentre tutt’intorno (letteralmente: tutt’intorno) i castagneti muoiono, soffocati dall’abbandono e dall’incuria, dalla follia di un’epoca malata che non ha saputo leggerne il valore.

E così, giovedì. Mi telefonano da Viola. Una pattuglia di rangers sta multando un paio di campesinos, con il subordinato imbarazzo che contraddistingue chi è lì per far rispettare la legge (‘sa, io la capisco ma questo è il mio lavoro. E un lavoro fisso di questi tempi…’).
Il giorno scelto da mio zio e sua moglie, che bruciano foglie con coscienza da decenni (proprio in quel bosco, per sottolineare la ricerca estetica nel rapporto tra uomo e castagneto, in estate si organizza un festival spontaneo, il ‘Castagneto Acustico’), non è casuale: il fondo è umido, è impossibile che il fuoco si propaghi. Ma soprattutto: venerdì è prevista neve, e se nevica sulle foglie poi sarà un problema. Se nevica sulle foglie, bisognerà rinviare tutto a marzo, anzi al 1º aprile perché così dice la legge, ma a quel punto sarà un problema perché la neve avrà compresso le foglie al suolo, e tentare di raschiarle via sarà un lavoro infame. Ma soprattutto: ad accendere i fuochi ad aprile forse non si creeranno più problemi all’aria di Torino, ma certamente non si farà bene ai castagni, che alla fine dell’inverno spingono le prime gemme in fiore.

Mi telefonano da Viola perché, nel delicato equilibrio del castagneto, il mio ruolo è quello di trasferire il tutto sul piano del linguaggio. Da alcuni anni sto tentando di mettere insieme una narrazione (un film) che esplori il profondo universo simbolico della castanicoltura. Una pratica agricola che non è solo pratica agricola ma che comunque rimane l’unica e l’ultima, in Europa, realizzabile senza l’ausilio di alcun elemento chimico, pesticida e fertilizzante che sia. Un sistema di tutela ambientale che viene custodito e trasmesso di generazione in generazione (la vita dei castagni scorre su una scala temporale diversa rispetto a quella dell’uomo, e inevitabilmente chi innesta un albero oggi sa che saranno i suoi figli, e non lui, a beneficiare di questa azione), e che oggi si trova in profonda crisi, a causa dell’abbandono.

Pare incredibile ma nella complessità del mondo attuale i castagni hanno bisogno anche di questo: di un discorso che li spieghi, di un’immagine che li racconti. Perché altrimenti rimane solo il DGR 22-5139 della Regione Piemonte, che impedisce di bruciar foglie in montagna perché a Torino l’aria è sporca.

Questo scritto è stato pubblicato sul numero 102 della rivista Dislivelli.

La flor de la canela

21 Ott

Déjame que te cuente, mi Nena,
déjame que te diga la gloria,
del ensueño que evoca la memoria
del viejo puente del río y la alameda.

Déjame que te cuente limeña,
ahora que aún perdura el recuerdo,
ahora que aún se mecen en un sueño,
el viejo puente del río y la alameda.

Hablarte a ti para hablarle a las bellas.
Estas musas del camino allí escondidas.
Quién eres tu, entre ellas?
Tu olor marca el sendero.
Y a veces se pierde entre las hojas, y todas las hojas saben a ti,
y tu eres todas.

Jazmines en el pelo
y rosas en la cara,
airosa caminaba
la flor de la canela,
derramaba lisura
y a su paso dejaba,
aroma de mistura.

“Del puente a la alameda, menudo pie la lleva”.
Nuestra historia es de caminos, de buscarnos desde arriba.
Punto minúscolo en el gran valle
Compañera del Gran Viaje,
dime como llegar a ti.

Deja que te cuente, morena,
testaruda del destino, convencida del sueño
que tu mano no la suelto
que nel vuoto no te encuentro
que somos dos pero también uno y tantos
que tu imagen está esculpida en el sol de mis ojos
y que también somos el lado más oscuro de lo real
un idioma en palabras huecas
– no hay retórica en el andar ciegos,
no hay fatalidad en la existencia de los No.

Deja que te diga, morena,
mi sentimiento,
a ver si así despiertas del sueño,
del sueño que entretiene, morena,
tu pensamiento.

Somos dos pero también somos uno y tantos
y esto somos los dos juntos
muchas formas de ser y de encontrarse siempre
el contacto con los dioses,
en esta tierra pasa a través de ti.

Aspira de la lisura,
que da la flor de canela,
adórnala con jazmines,
matizando su hermosura,
alfombra de nuevo el puente
y engalana la alameda,
que el río acompasará
tus pasos
por la vereda.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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