Il bello della nostra epoca

21 Giu

(il tasto ‘No grazie’)

Aleramico

09 Mag

Oggi ho incontrato mio padre
o forse – non sono sicuro –
che fosse mio figlio?

Camminava in un campo di fiori con una bambina lì di fianco
e io scendevo col mio cavallo tra la polvere e le pietre
scendevo verso il fiume
ad aspettare il falconiere.

Mio padre si è accorto del mio passaggio
ha lasciato per un momento la bambina
è venuto a salutarmi.

“Hai messo su i capelli bianchi”, mi ha detto
e io mi sono guardato nello specchio,
e ho visto lì i capelli bianchi.

Era parecchio tempo che non guardavo più in uno specchio, padre
era parecchio tempo che non ti vedevo, figlio
e poi di nuovo tra i campi di fiori e le bambine
e poi di nuovo giù,
verso il fiume.

La signora nel laboratorio

21 Apr

La signora nel laboratorio
sta sistemando le sue foto.
In particolare, sta allestendo un set. Un set per lei.

Cerca la luce giusta per quella che sarà
la sua unica fotografia.

Internet mi dice cose strane

15 Apr

Internet mi dice cose strane
tipo che a Castelnuovo di Conza, in una regione che si chiama Irpinia ma che con quel nome non esiste sulle mappe,
un artista e un poeta hanno tracciato un murale in cui c’è traccia di me

C’è un murale ed è scritto giusto, senza esse alla fine.
Por fin una buena noticia, in questo dolor que es el mundo.

Una buona notizia e uno spiraglio di luce e una notizia
sui marmi antichi del mondo, una notizia.
Le fotografie sgranate per mettere insieme i ricordi.
Ogni momento pesa, ogni momento vuelve, ogni momento importa.

Vorrei dire che siamo tutti vicini perché lo penso davvero
vorrei dire “vicini” così come dice Kiki quando dice amigues per dire amigos y amigas,
plurale inclusivo che mette insieme tutte/i (todes) quelle e quelli che hanno qualcosa da dire.

Ogni cosa riposa in questo ineluttabile senso dell’andare.
Ogni vita si spegne.
Ogni vita risplende.
Ogni vita palpita e suda, e non muore e si difende, scalpita e scalcia per rimanere per sempre presente.

Siamo parte di un insieme e non c’è insieme senza le singole parti.

Oggi ho anche scoperto che l’osso sacro si chiama così per una probabile traduzione errata dal greco per cui la parola che significa sacro in greco significa anche grande e perciò l’osso sacro avrebbe dovuto essere l’osso grande. L’ho scoperto perché me lo hanno detto, e ogni vita palpita e suda, e non muore e si difende.

Come Anita Garibaldi nella canzone di Davide Riondino, che cammina dentro un sogno, dentro un mistero

bella come i disegni dell’avventura
bella come morire senza paura
bella come un’idea che diventa vera
Anita Garibaldi la guerrigliera.

Come Anita Garibaldi nella canzone di Davide Riondino, di cui esiste solo una registrazione sommaria:

guardali come sognano addormentati
cullati da una barca lì in mezzo al fiume
guardala come abbraccia la sua sfortuna
avrà vent’anni appena l’appassionata
Anita Garibaldi innamorata

guardala con le febbri sotto la luna
nelle paludi di quella ritirata
quando moriva sola ed abbandonata
nel buio senza fine della laguna
Anita Garibaldi la sventurata

guardala attraversare le notre strade
l’innamorata giovane l’italiana
la libertà più bella la più lontana
guarda come sorride dietro la spada
Anita Garibaldi la partigiana

Dedicata a las Anitas Garibaldi todas.

Chi ‘u muéra d’avrí ‘u muera d’invárni

10 Apr

Chi ‘u muéra d’avrí ‘u muera d’invárni,
dice la vecchia alla finestra,
chi muore d’aprile muore d’inverno,
la valle è verde ma sa ancora di neve,
sa di neve al crepuscolo,
quando le cose si raccolgono e solo l’essenza rimane.

Sembra vento del Nord là fuori dalla porta
sembra di essere nel faro sul golfo,
lassù sullo scoglio e sul giardino,
a contemplare l’evento mentre l’evento accade.

E invece è vento della sera,
brezza d’oriente e invito al cammino.
No Mad Lands c’è scritto sul cartello, ed è un cartello che non esiste.

Chi ‘u muéra d’avrí ‘u muera d’invárni,
la stessa voce che mi annunciava la nascita di tuo padre.
Seasons are rolling down, ogni primavera il sorgere di un fiore.
Laggiù nella piana, quando arriva il freddo, li innaffiano nel pomeriggio,
questi fiori troppo delicati per resistere all’inverno.

Laggiù nella piana ogni cosa è diversa, dicevano i vecchi che avevano provato, cosa vuol dire laggiù.
Laggiù nella piana ogni cosa è diversa.
Benvenuto e bentornato,
y buena onda pà ‘l camíno se deciderai di partire.
Buena onda pa’ ‘l camíno, compadre,
figlio di fratello e della vita,
di questo andare in aprile, che non è aprile ma è andare,
andare lontano sempre,
No Mad Lands.

Campane Tibetane

19 Mar

Una casa enorme.
Già vecchia quando è stata costruita, negli anni novanta.
Il padre di famiglia si muove lentamente nell’ampio cortile.
Là sotto non c’è più traccia di ogni elemento naturale: tutto è stato imbrigliato, ricoperto, asfaltato.
Il padre di famiglia chiude la portiera del grande camion, nel sole freddo dei giorni più freddi dell’anno.

Nel giorno più corto dell’anno in questo luogo il sole scende dietro il monte alle tre e ventisette.
Dev’essere così anche oggi, giorno di Santa Lucia, patrona dei camionisti che hanno imbrigliato il cortile e controllano la vita.

Il padre di famiglia è soddisfatto: suo figlio prosegue le sue orme, ha in mano le redini dell’azienda.
Il camionista può vedere la lunga linea tracciata tra i territori del passato e quelli del futuro, e in mezzo a tutto ci sono due camion giganti, uno rosso e uno blu, che simboleggiano un tempo presente solido e lucente.

Saliamo in casa insieme, a bere un cordiale, dice il padre al figlio e a me.
Saliamo in casa insieme, è quasi natale.

Lassù, nella casa quadrata e immobile,
tutto è stato imbrigliato, ricoperto, asfaltato.
Ma sulla pietra del camino è appoggiato un recipiente metallico e cilindrico: una campana tibetana.

Una campana tibetana, la conosci? L’ho comprata al mercato dei popoli di Genova.
Funziona così, guarda, ti faccio ascoltare.
E il figlio del camionista prende la campana e la suona, e poi depone il mazzuolo e si pone all’ascolto, e tutta la famiglia si pone all’ascolto, mi pongo all’ascolto anch’io.

Un suono sottile e continuo, che ondeggia nella luce ormai elettrica del giorno più corto dell’anno.
Rimane lì e non si muove. ‘Eppur si muove!’, gridò Galilei.
Il suono si muove ma non perde d’intensità, come una stella cometa impazzita, recalcitrante all’arrendersi.
Rimane la scia nel cielo, entra il suono fin dentro le cellule.

Il suono dura cinque minuti almeno, e cinque minuti sono tanti, in una famiglia di camionisti nel lato buio del mondo.
È stato bello rivederti, dice il padre camionista, abbagliato dalla scia della strada.
È stato bello rivedervi, gli rispondo io sulla soglia, ricordando paesaggi d’infanzia.
È stato bello ascoltarti,
suono infinito del cosmo,
graffio denso sul foglio, Campana Tibetana.

Paracetamolo

02 Mar

“Faccio questo film perché voglio lasciare traccia di tutto questo alla gente del futuro”.

Chissà quanta gente l’ha detto e quanta gente l’ha scritto,
tra il numero di film che si fanno nel futuro del mondo.

“Ma il mio è più importante, il mio è più reale”,
si ostinava a dire la gente nel tempio
ognuno alle prese con il suo dio,
ognuno alle prese con il suo film.

“Il mio è più importante,
il mio è più reale”,
si ostinava a dire la gente nel tempio.
Rimanevano lì, convinti di combattere.

Ognuno alle prese con il suo dio.
Ognuno alle prese con il suo film.

Hubo un día en el que fotografié una vaca

27 Gen

Golondrina Presumida

Visto che suonano i mahavishnu
e sul grosso tavolo di legno c’è il segno dei soliti bicchieri e c’è una buonanotte che è una fotografia
visto che oggi ho lavorato
che oggi ho mosso i muscoli il senso delle cose la mente
visto che oggi era domenica, era lunedì, martedì
visti i precedenti
soppesato i conseguenti
visti i granchi azzurri, i piatti sporchi dell’inverno, le lezioni del duemila venti

visto tutto quel che è accaduto
è accaduto e accade

ho deciso di salire
arrampicarmi sulle scale
scrivere sul blog.

Segui la bestia, stana la bestia

08 Dic

Tra Purple Castle e Garessio non c’è niente.
Spazio bianco sulla mappa.
Le porzioni di mondo fuori dalle direttrici dall’asfalto sono ingombri da evitare, sono fastidi da circumnavigare, sono la distanza che separa dall’arrivare.

Tra Purple Castle e Garessio c’è una valle.
Passando da sotto, dalla Statale, sono due cartelli blu.
Uno dice “Piangranone” e l’altro “Deversi”, e quasi nessuno ormai ricorda che quei Deversi erano stranieri forestieri esseri umani diversi, importati da chissà dove nell’alto Piemonte per le operazioni di ingegneria etnica di casa savoia.
Tra Purple Castle e Garessio ci sono i Diversi, ma quei diversi sono ormai uguali a tutti gli altri, a tutti quelli che non ci sono più.

Tra Purple Castle e Garessio c’è il monte.
C’è il monte ed è pieno di neve.
È pieno di neve, e sotto la neve c’è Piangranone e ci sono i Deversi.
Ci sono i Deversi e ancora più in là, nell’uvi della valle, nella parte umida a ridosso del ruscello, ci sono i Cunni.
Un gruppo di case di cui non esiste memoria.
Per arrivare ai Cunni non ci sono strade ma solo antichi sentieri.
Per andare via dai Cunni, sotto la neve, non bastano nemmeno gli antichi sentieri.
Occorre attraversare il ruscello, risalire la valle, cercare una traccia nell’abbandono totale.

[fotosi]

Tra Purple Castle e Garessio, nella zona dei Cunni, non ci sono più tracce.
Ma lì sotto, nel bianco, una linea concreta.
Una strada che avanza, linea dritta nella neve, una traccia che è un solco che è indicazione di cammino che segna la strada.

Tra Purple Castle e Garessio, nella zona dei Cunni, è pieno di lupi.
E i lupi, si sa, razionalizzano ogni movimento.
Non stanno mai fermi e non sprecano un passo.
I lupi, come gli uomini, cercano la strada più diretta ma meno faticosa (o pericolosa) per cambiare crinale.
I lupi, come gli uomini antichi, non cercano la linea verticale ma inseguono direttrici verticali, eventualmente oblique, per andare e arrivare.
Al contrario dei cani, i lupi, come gli uomini, non camminano a zig-zag. Non si perdono, nel loro cercare.
Così, dove non ci sono più uomini, dove non ci sono più strade, basta seguire la traccia del lupo per superare la montagna.

Tra Purple Castle e Garessio,
nella zona dei Cunni,
è terra di lupi.
Camminano in direttrice obliqua, senza fare rumore, perché la loro unica speranza, per sopravvivere, sta nel sorprendere una preda molto più veloce di loro.
Quando il monte è gonfio di neve, partendo da Purple Castle per arrivare a Garessio, basta seguire le loro tracce nella neve, per sperare di arrivare.

Foto di Simone Rossi

IMPA | La ciudad – il mondo com’era, com’è, come potrebbe essere

03 Dic

Frame by IMPA | La Ciudad. Per gentile concessione Gargagnán Film

Il mondo com’era, com’è, come potrebbe essere. IMPA | La ciudad, l’ultimo film di Diego Scarponi, ci porta all’interno di IMPA, “la fabbrica”, o per meglio dire, la “fábrica recuperada” dall’ostinazione visionaria dei suoi ex operai, a Buenos Aires. Nell’Emisfero Altro, dove le cose funzionano al revés.

Fin dai suoi esordi, lo sguardo scarponiano si è appiccicato agli stabilimenti industriali, spesso visti per quel che si sono convertiti nella fase discendente della loro rapida parabola: relitti, relitti ingombranti e talvolta problematici, ma pur sempre relitti densi di storia, luoghi nei quali si è lavorato, faticato, vissuto, ma anche e soprattutto creduto in qualcosa. Dall’Età del Ferro savonese agli Appalachi di portelliana memoria statunitense, gli ambienti post-industriali attraversati da Diego Scarponi sono luoghi duri, sporchi e afflitti, ma mai del tutto vuoti. Risuonano ovunque le voci dei protagonisti di quei luoghi, gli operai, mai intesi come un’entità collettiva e amorfa (la “massa operaia”), ma come singoli individui che, prima di tutto, hanno vissuto una storia. La loro personalissima storia.

A differenza di quanto registrato da Diego in Italia o negli Stati Uniti, tuttavia, la fábrica di Buenos Aires non risuona solamente di nostalgia e afflizione per i bei tempi andati, ma sprigiona tutta la sua forza di manifesto, indicazione di cammino per il futuro. Se i mega-stabilimenti in stile IMPA, con la loro architettura razionalista e un’estetica rigida e imponente, nacquero come Cattedrali del progresso, costruiti in quel modo anche e soprattutto per celebrare un’umanità nuova (“delirio onnipotente, dominio che sovrasta”, cantava Giovanni Lindo), la “Nuova IMPA” decostruisce e reinterpreta quel sogno, riportandolo alla prospettiva orizzontale, riportandolo alla prospettiva-uomo. Non è un caso che questa storia abbia origine alla fine del Novecento, il Secolo pesante del ferro e dell’acciaio. La fábrica recuperada ritratta nel film (e assemblata dal meccanico di fonderia Lorenzo Martellacci, fido collaboratore scarponiano) è un laboratorio di futuro, un laboratorio di presente, dove la rivoluzione inizia a partire dal linguaggio. Colpisce soprattutto un aspetto, in questa variegata umanità ex-operaia che si adopera per dare nuova vita e nuovo senso a quegli spazi e quella storia: il rispetto verso le parole, la volontà di ricostruire il mondo ripartendo dalle basi – dal linguaggio, appunto. Nella nuova IMPA, fabbrica del futuro, i laboratori di danza, artigianato, videomaking, la scuola auto-organizzata e la nuova linea di produzione (autogestita) vengono organizzati con tono gentile e inclusivo, declinando ogni frase al maschile e al femminile, los compañeros y las compañeras, los estudiantes y las estudiantes, una ripetizione costante e paziente che, goccia dopo goccia, saprà veramente forgiare un mondo diverso. Nella fabbrica occupata colpisce l’attenzione per i dettagli, forse perché là dove si producevano oggetti la consapevolezza verso il valore delle cose è più alta, e se una lampadina non funziona è tutto il mondo che non va. Ecco quindi che gli studenti del corso di percussioni prima di iniziare a suonare accendono un fuoco, perché va bene essere in una fabbrica, ma per suonare in cerchio occorre prima di tutto un fuoco, l’origine della musica, l’origine del tutto.

La stessa attenzione, la stessa cura quasi clinica, segna la composizione del film. Con occhio clinico e consapevole indicazione di rotta, Scarponi e i suoi collaboratori tracciano il ritratto (corale) della fabbrica e dei suoi abitanti, sull’ispirazione del cinema di quel Maestro ancora vivente, Frederick Wiseman, che ha riportato il cinema documentario alla sua dimensione primigenia – quella, appunto, di saper documentare rimanendo in disparte, osservando in silenzio. Ne esce così un ritratto del mondo com’era, com’è e come potrebbe essere, se il destino delle fabbriche in agonia fosse scritto dai loro protagonisti diretti e non dalle logiche di potere, se la prima, la seconda e la terza persona plurale includesse anche il femminile, un “tutti” e “tutte” che sia davvero per tutti e per tutte.

 

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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