Blockbau

22 Lug

Erano soldati abruzzesi. Mandavano gli abruzzesi perché sapeva che la gente di qui non avrebbe mai sparato al di là della montagna. Quelli di là dalla frontiera erano loro parenti.

Gli abruzzesi sparavano contro i francesi, ma dopo la disfatta italiana sul Moncenisio non trovavano più senso in quello sparare. Passarono un paio di inverni così, a portar su provviste e fumare, dieci chilometri con la teleferica perché con le valanghe era meglio non scherzare.

Poi arrivarono i tedeschi. Sparavano alle spalle agli abruzzesi, per obbligarli a sparare di là. Ma loro passarono la frontiera, e a quel punto i francesi dissero ah no, fino all’altro ieri ci sparavate addosso, adesso se volete restare sparate contro i tedeschi di là, sparate addosso a loro, perché altrimenti noi ammazzeremo voi.

Gli abruzzesi spararono ai tedeschi ma non sapevano che nel frattempo i tedeschi erano stati scacciati dai partigiani. E i partigiani sparavano ai francesi ormai caduti sotto Vichy, senza sapere che in realtà stavano sparando a degli abruzzesi. Se ne reso conto quando estrassero, congelato sotto la neve, un cadavere con un cappello da alpino, e allora dissero ‘fermatevi tutti, ci stiamo ammazzando tra noi’.

 

Oggi a San Bernolfo c’è un bel rifugio.
Offrono sorbetto al lampone, servito bello fresco, fatto da noi.

Arde

14 Giu

Arde.
Arde di materia e carne viva.
Un uomo con la camicia rosa e suo figlio con lo sguardo allucinato, persi nel Cimitero delle Balene Cadute, percuotendo grossi alberi cavi, come fossero  – perché sono – materia viva.

Cercano il suono e inseguono il sogno.
Una chiara visione confusa, un’idea di armonia. Un sogno che è bisogno di suono, percuotere gli alberi per ricavarne del suono, trasformare quel che esiste per creare un qualcosa di nuovo. Procedono disordinati tra le foglie secche e le ortiche, nella luce già calda del mattino alle sette, la luce già calda di un mattino di giugno, lui con la camicia rosa e suo figlio con una videocamera grossa come un altro bastone, una videocamera che si può tenere in una mano sola e non è il caso di guardare quel che riprende, e così con il baricentro si può esplorare il terreno, e così con l’altra mano si può suonare un castagno che sembra un dinosauro dormiente.

 

Il figlio ha trentaquattro anni e il padre oltrepassa i sessanta,
nel mezzo del cammin di nostra vita si ritrovaron in una selva oscura,
e la retta via non era mai esistita.

 

 

Ricordi quando ti dicevano, alle scuole elementari, con sguardo severo

“bambini, bambine, ognuno a sedersi al proprio posto?”

Non avevano capito un cazzo,
o forse avevano capito tutto, e continuavano a perpetrare il messaggio sbagliato.

E come la mettiamo se il mio posto in fondo è un altro, se i miei posti son tutti?
Oggi voglio sedermi sul bordo. Oggi voglio sedermi sul banco. Oggi voglio sedermi sotto il tavolo, e guardarvi dalla prospettiva dei piedi, e immaginare che ogni scarpa sinistra si inventi un suo linguaggio per parlare con la scarpa destra e con quella soltanto, un linguaggio fatto di parole inventate, sciaqquicciate, ingialluntite, parole che costruiscano concetti che nelle lingue esistenti in effetti non esistono, come per esempio

 

“camminare arrampicandosi su un terreno scosceso in salita”
oppure
“la sensazione che si prova dopo sette ore davanti a uno schermo, quando la mente avrebbe voglia di continuare a rimanere in quel trip ma il corpo ha bisogno di altro, ha bisogno di movimento, perché è fatto di muscoli e carne e la carne e i muscoli sono indolenziti”.

Oppure il bisogno di amore,
quel bisogno di amore che avviene per un momento soltanto ma che ti lascia dentro come una fitta
quelle cellule che si spostano e rimbombano e muovono
il tocco del bastone sulla risonanza del legno
un uomo con una camicia rosa e suo figlio percuotendo castagni,
sotto la luce del mattino, la prima luce del mattino,
un padre e un figlio in un cimitero che è anche un giardino.

 

follow me up

Le cose non sembrano come sono

06 Giu

Itself is Nature

Le cose non sembrano come sono,
dice l’autista alla finestra
dice la chiapula che sfrigola
nel frastuono sordo del rio d’Armella laggiù.

Le cose non sembrano come sono,
caro artista alla finestra
le cose son fatte di sangue, di pane, di silenzi d’intesa e di ciapastre
le cose son fatte di cose
son fatte di cose che accadono e spostano
le cose son fatte di cose,
non son quel che sembrano.

E tu di là, del otro lado del charco, tu altro me, che hai detto ‘mai’ e hai detto ‘sempre’
le cose non sembrano come sono
le cose sono,
le cose non sembrano.

Y yo de este lado del charco,
en un dilema que no es culpa
las cosas no son como parecen.
Las cosas no son.
Parecen.

Yo nossé, querido Dios De La Culpa.
Ho amato, vissuto, vivido, vivo.
Ho amato, vivido, giocato alle carte, vinto.
Ho detto ‘mai’, ho detto ‘sempre’, ho rigiocato alle carte, ho perso.
Eravamo nel vento come coriandoli?
Eravamo nel vento.

Le cose non sembrano come sono.
Le cose non sembrano.
Sono.

Post-punk Dilemma

27 Mag


 

Butta la buta
Buttalabuta
Getta via la bottiglia,
Smetti di bere.

Stop Drinking.

Butta la buta
La buta non è il cammino, compagno di strada
Buttalabuta che non serve più a niente
Butta la buta,
il vento ci sente.

“Non butto la buta perché là dentro c’è il mare”,
dice el viajero mentre è seduto e guarda il sole
Non buttolabuta, non è cosa da buttare
Non butto la buta perché dopodomani tornerà la carestia
la notte si farà lunga, e allora la buta potrà servire.

Buttalabuttala buta la buta.
Rotolano le pietre sulla Valle dell’Inferno.
Sono i camosci, cercano il sale sulle rocce del mare.

È un mare glaciale,
che conserva il ritorno di qualcosa di grandioso,
qualcosa che rimane.

Butta la buta e buttati tutta
c’è riparo e c’è posto per tutti lì sotto
buttalabuta la buta la buta
c’è posto per tutti, c’è posto per noi.

-ora

15 Mag

La definizione del concetto di tempo viene dallo spazio.
Orizzonte” deriva da ORA, che è maniera antica di chiamare le stagioni
un qualcosa delimitato da Inizio e da Fine
e infatti anche òros vuole dire ‘confine‘.

Viene dunque dallo spazio questo concetto di tempo
e se ci pensi la faccenda ha senso perché camminando per il mondo quel che vedi al mattino
(l’orizzonte laggiù in fondo)
è quel che darà una misura al tuo giorno.

Immuni

06 Mag

The story of the world is written by light

Abbiamo incontrato un tale, lassù.
Diceva che in fondo le cose potrebbero tranquillamente rimanere così.
Nessuna costrizione all’orizzonte.
‘Non posso, non voglio, non devo’.

Nessuna scusa.
Affinché le cose rimangano così, non si può più scendere a compromessi.
Non potrai più dire ‘sì’ a ogni proposta idiota.
Non vorrai più ritrovarti a dire che non è servito niente.
Non dovrai più giustificare nulla.

Non posso,
non voglio,
non devo.

Quel tipo diceva che è il momento giusto per dire basta alle occupazioni inutili.
[Diceva così, ‘occupazioni’, e intendeva marcare una netta differenza con il concetto di ‘mestiere’].
Si potrà dire che non servono a nulla i corsi di sicurezza, oggi che i corsi di sicurezza li fanno sul videocitofono?
Quel tipo diceva che avrebbe pagato volentieri 5.000 dollari per un corso di sicurezza in cui ti insegnano, quantomeno, ad eseguire un massaggio cardiaco. A conoscere lo shock anafilattico, a salvare una vita.
E invece niente. 5.000 dollari buttati nel cesso, a ingrassare un sistema fondato sul nulla.

‘È questo che mi dava fastidio in quelle robe’, diceva il tipo.
‘Il fatto di vederli mendicare, per sopravvivere, il tempo degli altri. Io l’avrei bevuto volentieri un bicchiere di whisky con quel tipo dei corsi di sicurezza, che aveva una brava moglie e forse anche due bambini simpatici, e gliel’avrei offerto io. Ma il fatto di presentarsi così, “ti serve il corso di sicurezza per fare il tuo mestiere”, capisci che è umiliante un po’ per tutti, e principalmente per lui’?

Ben venga il distanziamento sociale, una certa consequenzialità nella gestione degli spazi.
Quel tipo lo diceva in un prato di genzianelle, che per la prima volta erano tornate a fiorire.
Negli anni scorsi le portavano via i predoni del nulla.
‘Quella gente che dice “un modo come un altro per passare la domenica”, ha detto il cowboy su sul colle, sdraiato nel suo prato di genziane,
quella gente che dice “un modo come un altro per passare la domenica”, non merita più nulla.

Anche quel tipo sul colle avrebbe potuto diventare un esperto di corsi di sicurezza, e invece si gode la primavera.

Non è questione di fortuna, ragazzi, o per lo meno: non solo.
‘Io non prego dio’, ha detto fiutando l’ultima presa di tabacco.
‘Io non prego dio: io a dio gli parlo’.

Gli dico, le dico
[perché forse dio è femmina]
che anche oggi ho fatto il mio lavoro, o per lo meno quel poco che ho ritenuto giusto.
E che adesso tocca a lei,
unknown god of ours
portare avanti questo viaggio nel destino
sospingerci nel vento,
mantenere lieve il cammino.

a-pietro

01 Mag

Le stesse critiche, se non più aspre, ritornarono poi in occasione della prima de L’uomo di paglia, dove il protagonista, sempre un operaio, viveva addirittura un classico dramma borghese che non poteva appartenergli. Scriveva Umberto Barbaro: «Cari amici, a me questi operai di Germi che si comportano senza intelligenza e senza volontà, senza coscienza di classe e senza solidarietà umana – metodici e abitudinari come piccoli borghesi – la cui socialità si esaurisce in partite di caccia domenicali o davanti ai tavoli delle osterie – che non hanno né brio né slanci, sempre musoni e disappetenti, persino nelle cose dell’amore – che ora fanno i crumiri e ora inguaiano qualche brava ragazza, spingendola al suicidio – e poi piangono lacrime di coccodrillo, con le mogli e dentro chiese e sagrestie – questi operai di celluloide, che, se fossero di carne e ossa, voterebbero per i socialdemocratici e ne approverebbero le alleanze, fino all’estrema destra, non solo sembrano caricature calunniose ma mi urtano maledettamente i nervi».

da wikipedia

E Agora? Lembra-me

20 Apr

Amors de terra lonhdana
per vos totz lo cors mi dol…

Amor di terra lontana, tutto il mio corpo spasima per te.
Così parla il trovatore nell’antica lingua occitana, gli occhi puntati sulla lontana spiaggia di Tripoli.
“La patria non è quaggiù”, scrive sul suo taccuino, perché cos’altro è l’uomo sulla terra se non un proscritto nell’al di qua, che va cercando un suo luogo nell’altrove, di capanna in capanna, “un Altrove di cui nessuno ha detto mai né il luogo, né il tempo, né il nome”?

 

Nella grammatica di una lontananza costante, il tema della longinquità e dell’orizzonte lontano non sono meno fondamentali del mal del ritorno. È nell’assenza che l’esiliato si dispone e si adagia: la principessa lontana è bella solo da lontano. Purché non la si riveda domani! Rallentando questo ritorno e disperdendosi negli ostacoli lungo il cammino, l’esiliato, come Ulisse, crede di preservare il più a lungo possibile la preziosa immagine di una patria ideale. I teologi chiamavano languore l’attesa nostalgica della salvezza e lo stato di separazione da un lontano Dio.

 

Il languore riempie, tappezza la prosecuzione dell’intervallo temporale; esso è il pieno di questo vuoto e ne occupa tutti gli istanti. Eppure il languore è ben lungi dal ridursi alla noia amorfa: il languore è alimentato dalla speranza del ritorno; l’uomo che langue è un uomo che attende, spera, conta i giorni e i chilometri; il languido ha un bell’intristirsi nell’esilio, non per questo è meno teso verso l’avvenire. Il languore, come la saudade, è soprattutto passione.

 

Il nostalgico oscilla quindi fra i suoi due rimpianti: il rimpianto, di lontano, della patria perduta e il rimpianto, al ritorno, delle avventure mancate. Sa quel che vuole, il nostalgico? L’uno rimanda all’altro, e l’altro all’uno. “È per ritrovarti che parto”, dice in André Gide il Cadetto al Prodigo. Teso verso l’orizzonte chimerico, l’amante lontano pensa ancora all’albergo, all’albergo lontano, alberc de lonh, in cui troverà un riparo per la notte. È alla fine la partenza ad aver l’ultima parola? O è il ritorno? Noi rispondiamo: non c’è ultima parola, giacché ogni parola è, all’infinito, la penultima. Siccome andare e tornare sono in definitiva la stessa e medesima cosa, siccome andare è ritornare interminabilmente, non si darà mai in effetti un’ultima parola.

[liberamente tratto da Vladimir Jankélévitch].

She. brings. the. rain.

18 Apr

 

Ma non state chiusi nella stream-life, voi?
No. Noi pensiamo al dopo.

E dove state andando?
Verso quelle fasce lassù in alto.
Abbiamo acceso il fuoco ieri sera, e oggi abbiamo visto il pennacchio di fumo.
Vogliamo controllare che sia spento, e se non è spento, gli soffieremo addosso, per fare in modo che bruci di nuovo.

Portavano un rastrello, una mochila a tracolla e un libro e una bottiglia.
Il libro era Le Mille e una Notte, autore sconosciuto.
La bottiglia aveva un’etichetta che diceva Shahrazād, e sembrava un nome adatto per un buon vino e per quella situazione, anche se poi in fondo nessuno aveva detto che si trattasse di vino, né aveva specificato di quale situazione si trattasse.

Narrazione, esecuzione, racconto transmediale.
Diversi linguaggi confluiscono in un solo discorso.
Lui quel giorno ha toccato, lui quel giorno ha capito.

Alcuni,
altri,
vogliono toccare ancora.
Alcuni vogliono toccare di nuovo.

Fontane solitarie a pieno regime nei vecchi borghi.
I ciliegi in fiore lungo la valle, un qualcosa che accade solo in questo luogo del mondo e in questo tempo dell’anno.
I ciliegi in fiore quando tutti gli altri alberi ancora dormono.
I ciliegi sono tanti, macchiano di bianco tutta la valle, ed è un bianco che vola nell’aria, bianco fatto a pezzi leggeri che sembrano neve, ma l’aria è tiepida e c’è il sole e quei petali cadono sul verde intenso della primavera.

Non stiamo chiusi in gabbia, noi.
Noi pensiamo al dopo.

Non ha nemmeno senso rispondere a una domanda mal posta.
Molti problemi succedono per sbaglio.
Molti problemi accadono perché la gente si agita.

Avresti mai pensato a questo, al sabotaggio del linguaggio?
Di fronte a questo momento non ci sarebbe nulla da dire.
Stiamo andando con un rastrello, nella luce del tramonto, a controllare che il mucchio di foglie e di residui bruci fino in fondo.

Abbiamo pettinato tutto il bosco nel frattempo. Abbiamo accarezzato il verde.
Hai presente quel che accade quando senti le dita di qualcuno in mezzo al pelo?
La peluria del collo e della tempia, che assomiglia all’erba nuova di primavera.
Allora chiudi gli occhi e respiri, perché finalmente c’è qualcuno che ti cerca.

Dita leggere che ti fanno dormire.
Ti fanno dormire e ti svegliano.
Oggi abbiamo accarezzato anche il bosco.
Oggi finalmente abbiamo scritto qualcosa, nel caso ci fosse qualcuno, là dietro, che legge.

“Molti problemi sono falsi problemi, ed esistono solo perché la domanda è sbagliata”.
L’hai detto al poliziotto vestito da poliziotto in pensione giù in basso. Fumava cicche sul balcone e rilevava la temperatura del contagio sull’app.
A questo si è ridotta la gente, a concentrarsi nell’altro per tenere asettico il proprio spazio vitale.
Ma tutta quella gente in così poco spazio genera inevitabilmente una quantità spropositata di soggetti ‘altri’, e allora non c’è soluzione al problema, “la soluzione è complicata ma è al vaglio dei tecnici”.

Nel pensare a questo, si perderanno il discorso dei ciliegi in fiore.
“Non c’è soluzione perché non esiste il problema”.
Un messaggio di errore, l’invasione degli hacker sull’app.

Non guardate noi, che stiamo andando verso il fuoco e non diamo fastidio a nessuno.
Soffieremo sulla cenere che sarà lì che ci aspetta, affascinati da un qualcosa che rimane nascosta ma continua a bruciare.
Non si tratta del virus, non preoccupatevi, rimanete tranquilli: il virus ha bisogno di corpi per espandersi ed estendersi.
E qui non ci sono corpi. Non ci sono corpi in giro. Ne rimane solo l’idea.

Dobbiamo finire il lavoro perché sabato arriverà la pioggia.
L’ha detto il meteo, l’hai detto tu.
Se arriverà la pioggia sarà bel segno e dormiremo.
Sarà contento anche il bosco, libero nella pioggia,
libero anche di noi.

[foto di simone rossi. testo del baltic man. tutti i diritti al rovescio].

Bias cognitivo

13 Apr

Teniamo battuti i sentieri che portano verso l’acqua.
Continuiamo a farlo in questi giorni di allerta, di allarme, di infermità.
Al mondo intero non è mai più interessato un discorso del genere, Nena. Difficile possa iniziare a interessare adesso.

Il mondo ha lasciato perdersi i sentieri che portavano verso l’acqua.
Tra le fasce e le pietre addomesticate, tra le valli e le gòmbe, il mondo non è mai più venuto a controllare che la fontana continuasse a buttare su di là.
Non vedo perché dovrebbero venire proprio oggi, Nena, proprio oggi che è primavera, e tutti sono impegnati a fotografarsi dalla microtelecamerina che si portano appresso.

Ho letto i problemi di cui discutono.

Si parla di come organizzare i laboratori da remoto, di terapia d’urto, del connettersi con le proprie emozioni, di problemi col computer, pacchi da casa, trasformazione e opportunità per ripensare, ristrutturazione dello Stato assistenzialista, si parla di distanze sociali di foto dai balconi e di assenza di sole, si parla dell’affaticamento dei ragazzi per le lezioni a distanza e di una nuova maniera di re-immaginare la realtà, di seri limiti al 5G e di cosa accadrà con il tracciamento delle app, in poche parole si discute di questioni importanti e per questo mi stupisce che a nessuno sia venuto in mente di tenere battuti i sentieri che portano verso l’acqua.

L’infanzia dura poco, Nena querida, e non possiamo perdere i sentieri che portano verso l’acqua.
Già negli anni scorsi si andavano affievolendo le tracce, in mezzo al fieno crescevano piantine d’invasione e ogni anno moriva una falce che sapesse accudirle, un viandante che ne conosceva la rotta, un essere in viaggio che seguiva un cammino.

Così l’unico modo possibile per tener verde la via verso l’acqua consiste nel camminare sugli antichi passi degli altri e tenere viva la traccia, calpestare il fondo e segnare un passaggio, annunciare la propria presenza e il proprio peso a un mondo che prende le misure con l’assenza dell’uomo. Un camminare di giorno, sapendo che di notte quella stessa intenzione coinvolgerà caprioli, bracconieri e cinghiali, e così, con il passo di tutti, rimane in piedi la via verso l’acqua.

Ecco perché risulta più facile avere a che fare con caprioli e cinghiali, in questi giorni di oggi.
I pochi esseri umani che si avventurano verso il colle arrivano trafelati correndo sull’asfalto, con l’odore fastidioso di chi ha paura di essere inseguito, con la microtelecamerina in tasca pronta ad essere usata come una pistola, una pistola così come appare nelle mani di quelle genti americane che nei notiziari e nei film son lì che raccontano di aver sparato prima di essersi chiesti il senso dell’atto. Non rinunciano alla corsa, ed è per questo che hanno paura, perché sebbene esista un tiro del coprifuoco non riescono a staccarsi dall’asfalto e dall’ingordigia di correre, andar di corsa per concentrarsi in se stessi e consumare indifferentemente grassi animali e immagini di mondo, correre invadendo territori in cui ci si sentirà come invasori, invasori precari, braccati. Li attendono al varco i propri simili, con la microtelecamerina in tasca effettivamente usata come una pistola, tanti piccoli sceriffi improvvisamente assurti al ruolo di eroi, difensori di una patria, di una missione nazionale, di una guerra da vincere.

Né gli uni né gli altri, Nena, sono interessati ai sentieri che portano verso l’acqua.
Gli uni non vedono e gli altri non sanno vedere, e allora rimangono solamente caprioli e cinghiali, bestie discrete imperscrutabili e forti, bestie che si muovono sulla terra senza particolari considerazioni verso le assuefazioni virali dei molteplici uomini.
Ma i caprioli e i cinghiali camminano seguendo altre memorie e non gli interessa la grammatica del sentiero.
Se sul loro cammino il vento o l’inverno hanno divelto una pianta, troveranno il modo di aggirare l’ostacolo o di cambiar rotta, e giorno dopo giorno nemmeno loro passeranno più da lì.

E siamo rimasti noi, ancora una volta soli, inevitabilmente soli.
Abbiamo un paio di scarponi, e la primavera del mondo a disposizione.
Terremo battuti i sentieri che portano verso l’acqua, camminando verso la sorgente, e ancora una volta ci chiederemo sul senso di questo noi, perché come dicono dall’altra parte del cammino, ‘dire noi es mucha gente’.

___________

Il bias cognitivo (pron. ‘baiəs) è un pattern sistematico di deviazione dalla norma o dalla razionalità nel giudizio. In psicologia indica una tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente all’evidenza, sviluppata sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, che porta dunque a un errore di valutazione o a mancanza di oggettività di giudizio.
Un bias cognitivo è uno schema di deviazione del giudizio che si verifica in presenza di certi presupposti. I bias cognitivi sono forme di comportamento mentale evoluto. Alcuni rappresentano forme di adattamento, in quanto portano ad azioni più efficaci in determinati contesti, o permettono di prendere decisioni più velocemente quando maggiormente necessario. Altri invece derivano dalla mancanza di meccanismi mentali adeguati, o dalla errata applicazione di un meccanismo altrimenti positivo in altre circostanze. Questo fenomeno viene studiato dalla scienza cognitiva e dalla psicologia sociale. Fonte: Wikipedia.

 

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


Ricerca personalizzata