Archive for the ‘Notte’ Category

Mind1no


05 Giu

Leftover Ocean

Tutte le notti un bimotore vola da est in direzione del mare.
Percorre affannato il buio e la nebbia, col suono ovattato di chi non vorrebbe farsi sentire.
“Dove va l’aeroplano, dove gioca a scappare?”, si chiedono i cani che rinunciano ad abbaiare.
La montagna lo guarda la montagna lo sente, e in silenzio si offende e fa finta di niente.

C’è qualcosa di strano c’è qualcosa di vero, in quel suono dall’alto che si insinua nel nero.

E c’è qualcosa di stanco c’è un’impressione di canto, ma non c’è voce nel suono e non c’è traccia di bianco, come se l’aeroplano non esistesse per davvero.
Si muove senza traccia senza possibilità di parola, rimane la notte abbandonata lì sola.
Si muove nel sogno tracciando il disegno, tentativo di mito a cavallo nel regno.

Ma sì, buona fortuna


04 Apr

“Guardali là, quelli sono i miei compari”.
Si son costruiti il buio per nascondersi meglio.
Si sono cercati una luce, perché anche una fiamma è un discorso.

Li riconosci, sono facce strane, superfici d’ignoto in cui non hai mai smesso di perderti.
Cercando le loro tracce hai tracciato la rotta.
Seguendo il loro fiuto hai creato il destino.

Così li guardi ancora una volta, quei loro occhi del viaggio
e riconosci le pietre e riconosci la steppa.
Cadranno anime nell’erba, là fuori nel mondo
cadranno rami secchi e ponti di cemento
cadranno le case nei villaggi ma non importerà davvero
perché avrai in mente quegli occhi,
quei loro sguardi diversi,
volersi prendere il cielo.

Voler prendere il cielo e scavare nel fango
cercare nel buio, smuovere pietre, esplorare gli anfratti.
Ritrovarsi distrutti, ferite aperte, fratelli distratti
Lo que no me esperaba es lluvia, y llueve fuerte agua frìa.
“Tal vez este es el cielo”, dice el coronel bajo el paragua
“Tal vez es un sueño”, dice la foglia gialla, travolta dall’acqua.

E allora aguardiente y cumbia e avanti, si cambia
l’unica costante è il tempo, e non esiste, e forse non è nemmeno costante
e graffia i vetri con le unghie, e nel silenzio tace
e allora aguardiente y cumbia,
e avanti così,
si balla.

Esorcismo dei più


08 Mar

Stalagmis

“Siamo materia afferrata alla vita”,
dice il vecchio pittore mentre nasconde i suoi quadri più belli
e siamo polvere vuota di stelle,
mancanza in accelerazione.
Siamo il desiderio dell’autodistruzione
siamo il cattivo e siamo un bel sogno
siamo un gran grido di disperato bisogno
siamo compassione della specie,
bellezza che non piace,
siamo un errore che si muove veloce.

E siamo sole che non scalda,
pioggia che non scende,
vento di triste incanto
e suono,
siamo musica e canto.

Homo / Homini / Lupus


30 Nov

La famiglia

Hoy
adelanté el invierno
desperté insumiso
escuché el cántaro de agua en la tubería
fría
artificial
de otro día en el planeta-1.

Hoy esperé a la serpiente de acero y lata
me asomé a sus entrañas de ballena roja
y encontré a un charango y a una flauta de pan
y encontré lluvia fina,
material para un “volver”.

Tomando jugo auténtico en las esquinas
buscándole al cónsul sus ganas de hacer
devolviéndole el jugo auténtico a la noche,
“no necesito veneno
veneno para lo que viene,
mas bien tráigalo usté”.

Tráigalo usted que sabe donde conseguirlo
y tráigalo usted que no deja de buscarlo
este engaño de papel tiza sombra y whiskey
este enredo de relatos, que nos tiene hambrientos y satisfechos
al final
al final de cada página
en el reflejo del papel.

Per quest’ultima mezz’ora


25 Ott

Geometree

Per quest’ultima mezz’ora io ho vissuto la giornata intera.
Ho lasciato la montagna, son sceso verso il mondo, mi son contaminato d’inchiostro
e ho pianto.

Ho pianto in silenzio, senza lacrime e senza lamento
ho pianto tra l’asfalto e il cemento
e poi anche nei frutteti, nel montaggio, tra il verde acido e il formaggio
tra le pieghe di un movimento contro il sole e contro il vento
ho pianto senza lamento e senza un’opinione
ho pianto come mi sono alzato, ho tentato di fare ed ho fallito.
Ho pianto a centodieci all’ora tra le strade della pianura
Ho pianto per saluto, non certo per paura.

Saluto al vento, e alle cose che si spostano.
Saluto al sole, e agli alberi che restano.

Poi son tornato tra boschi e caprioli
e pietre senza voce, pietre ancora fredde e uomini soli.
Son tornato verso l’alto, che non è così in alto e c’è notte e fumo.
Ho chiuso la porta senza chiave, per l’assenza di un qualcuno.

E per quest’ultima mezz’ora io ho vissuto la giornata intera
in una notte senza fuoco, notte buia calda e nera.
Rimangono carta e inchiostro, e un qualcuno a cui pensare.
E l’inganno del non sapere, ma di provar comunque a dire.

 

Linkiu skaititi įdionas knygas


13 Set

E Mosé alzò le braccia al cielo e disse: “é tutto lassù”.
E Salomone portò le mani alle tempie e disse: “è tutto qua”.
E il Cristo allungò le mani sulla croce e disse: “é tutto più in là”.
Poi venne lo scienziato, e tutto divenne relativo
ma le voci si fondono e si confondono nella moquette scura del bar
nella lacrima fredda del softjazz
nell’ambito scuro della cameriera
che questa sera non ha voglia di sorridere
e sorriderà.

Ma chi poi perché


13 Set

Sinestesie...

Così a Cracovia avevo cambiato una bici arancione per un vecchio clarinetto di legno. Troppi chilometri vibravano nelle gambe e nella testa; era tempo di cambiare. Di iniziare a cercare me stesso osservando il movimento degli altri, seduto su un marciapiede, dietro una parete di musica. Avevo incontrato un fratello fino ad allora sconosciuto là dove non avrei mai pensato di cercarlo, e aveva un cappello grigio. Quando iniziavamo a suonare polka, la gente si divertiva a riempirlo di monete, soprattutto i bambini. “E’ quasi commovente la curiosità dei bambini di fronte al mai visto”, aveva detto un vigile urbano stanco, il cappello bianco in mano, di fronte a una gelateria. Suonavamo di sera, dormendo sui marciapiedi.

 

Da uno a ventuno


06 Nov

Silence

La notte vola via a colpi secchi, da uno a ventuno.
Sul tavolo bicchieri umidi, portacenere pieni, il cadavere di una pizza mangiata a metà.
Il fumo vola via lento da uno spiraglio nella finestra. Si confonde con la città di novembre, diventa atmosfera di una notte andalusa.

“E tu, come fai per resistere?”, chiede l’uomo in camicia e bretelle, occhi lucidi di canzoni ascoltate nel telefono.
Nel suo accento c’è ancora il riverbero di un cammino interrotto, la striscia d’asfalto che non è più lì.
La voce metallica rimane nel laptop.
Sullo schermo si muove un’immagine composta da mille oscurità, quel che resta di un volto sfigurato dai pixel.

L’uomo in camicia e bretelle sospira e vuota il bicchiere.
Stringe tra le dita il vetro umido e canta sottovoce, conta sottovoce da uno a ventuno.

Nella stanza adesso è solo, non c’è nient’altro che lo schermo di un laptop appoggiato sul legno sporco del tavolino.
Le volute di fumo sono ormai volate via verso le ombre della Sierra Nevada, verso la notte piena di portacenere esausti, verso il buio.
Alle canzoni lasciate a metà non rimane più niente da chiedere, toccherebbe a lui continuarle e portarle nuovamente verso l’asfalto, verso scenari di un cammino interrotto, verso nuove rime in lingue ancora da imparare.

L’uomo in camicia e bretelle è cosciente di tutto questo e sa che non rimane nulla
assolutamente nulla
a cui vale la pena resistere.

Eppure c’è la voce metallica nella plastica del laptop, e il fumo che torna indietro lento, attraverso uno spiraglio lasciato aperto nella finestra.
Senza togliere la mano dalla superficie nera l’uomo in camicia e bretelle chiude lo schermo e rimane a pensare.
Poi prende tra le dita il bicchiere umido e canta sottovoce, conta sottovoce da uno a ventuno.

Il vento, anche se è brezza notturna, è ora caldo e umido, e viene dal West.
Chissà come sarà nel primo mattino, se già alle due e mezza c’è tanta afa nell’aria.

Frontdoor


11 Ott

Mwaké

Avevano fame,
fame per davvero,
e si muovevano per il mondo con la spietata consapevolezza di chi sa che può agire
solo a colpo sicuro.

Apparivano nelle loro calzette gialle,
o con un velo di seta stretto tra i capelli e la notte,
là dove la pelle del collo si incontra con quella delle spalle.

Quando arrivavano, le persone raccolte intorno alle fiamme si allontanavano nel freddo,
con uno sguardo sospeso a metà tra ammirazione e fastidio,
con la pelle bruciata da un brivido,
la pelle bruciata da dietro.

Chi invece restava e si fermava ad ascoltare,
riusciva a percepire quel che nascondevano tra i capelli e la notte,
l’odore di zolfo e di rugiada che si appiccica addosso solo a chi sa che deve agire
solo a colpo sicuro,
quando la piazza è ormai deserta,
e si avrebbe voglia di calore.

Le persone come le altre allora si nascondevano dietro i vetri
e schiacciavano sotto i polpastrelli quel che mai avrebbero potuto toccare.
Osservavano ombre che si muovevano leggere nelle loro calzette gialle
e la brace della sigaretta avvicinarsi sempre più verso le labbra
e respiri carichi di fame carichi di fumo carichi di eucalipto carichi di neve,
respiri che si confessavano in vapore e andavano ad appoggiarsi proprio là,
dove la pelle del collo si incontrava con la fossetta che scompariva sotto la seta.

Erano respiri di chi aveva imparato a non smettere di avere fame,
di aver fame per davvero.

Il limite


06 Set

Il limite

Sai cos’è la scultura?
Profondità.
La scultura non è nient’altro che profondità.

Chi disegna, vede un letto.
Lo scultore deve riempire quel letto.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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