Archivio per la Categoria Sud America
Niente e nessuno può spiegare il Venezuela odierno meglio che lo stesso faccione del Chàvez, rossovestito tra i rossovestiti, nella sua consueta Messa dominicale davanti a selezionati e adoranti adepti. Alò Presidente, che già rinfrescava i duri risvegli delle mie domeniche mattine colombiane, non è però nient’altro che uno tra i fattori nuovi di questa Rivoluzione Bolivariana Socialista che imperversa nel Venezuela odierno.
Le privatizzazioni.
Dal petrolio alle industrie agroalimentari, dall’energia al cemento (storia di due giorni fa, fresca), la tendenza a rendere pubblico il bene privato è una realtà chavista che solo la storia approverà o condannerà.
Il Bolìvar Fuerte
Probabilmente la manovra più oscura del “Ministerio del Poter Popular para la Economia”. Una valuta che da un giorno all’altro perde tre zeri, nuovi fogli e spicciolame e nuova confusione, e un controllo “totale” della valuta estera che può entrare e uscire nel Paese. Con la costante, conseguente, assurda impennata del mercato nero, che impenna il cambio Bolìvar-Euro (ufficialmente a 3.3) fino a un impensabile 5.0, negli oscuri anfratti dalle faccie losche. Felice il turista straniero euro (o dollaro) dotato, meno felice il Venezuelano che vuole uscire dal Paese. Filosofia-Castro travestita con altri panni.
La propaganda
E’ sulle strade, nelle piazze, ovunque. Il pannellone rosso e gli slogan vari, subliminati da cartelli stradali che mischiano un “guidate con prudenza” in questo Venezuela che “ahora es de todos”. A caratteri cubitali.
Il ruolo internazionale
“Pericoloso” per alcuni (soprattutto in Colombia), “Esemplare” per altri, questo Venezuela del XXI secolo effettivamente è la voce più grossa dell’America latina, siano valori nuovi o colossali vaccate. E’ indiscutibile.
La gente
Piuttosto divisi tra Guelfi e Ghibellini, la risposta dei Venezuelani a questa rivoluzione che non proprio hanno voluto è netta. Se molti vedono con preoccupazione il loro futuro e invitano i metafilosofi delle varie sinistre internazionali a vivere per un periodo da venezuelano per provare sulla pelle il Socialismo Bolivariano, altri vedono finalmente un Paese più equo e giusto e, soprattutto, sabotaggi e tranelli ovunque.
La conclusione di chi scrive, indispensabile a questo punto, profuma di sospetto verso tutto ciò, rivoluzione o sistema, che limita e mutila quei 4 o 5 diritti personali dell’uomo.
1 Commento »
Ogni notte a Catatumbo il cielo si ribella. Sono le mangrovie, le mangrovie e il metano delle loro foglie, massa gassosa a spasso per il vento cercando di esplodere. Poi la miccia arriva, tra la bassa pressione del lago piú grande del SudAmerica e il filo di rame delle prime Ande e s’illumina di violenza il cielo di Catatumbo. I suoi lampi spaventano le iguane, risvegliano le scimmie ed accecano la selva, disturbano i pellicani ed incantano i pesci nella potenza della loro energia; semplicemente, succedono. I pappagalli lo sanno, e si addormentano sugli alberi più bassi per sfuggire a questo cielo che a mezzanotte si sveglia nell’amplesso tra aere e suolo, prepotente, e come un fotografo ubriaco acceca coi suoi flash continui i mille occhi che lo guardano, mille occhi rossi puntini gotici nel nero, radar e percezione nella scacchiera di questa selva. Il più grande e il più veloce e il più intelligente e il più fortunato vinceranno, alla faccia di chi non aveva le carte in regola con dimensioni riflessi cervello o destino, chi lo sa. E mentre scaglia sui vivi il suo energetico esistere, automaticamente ne illumina gli intrecci, e lo stanco pescatore, l’innamorato di uccelli tropicali, il cacciatore di caimani e l’inguaribile vagabondo piccoli appaiono, insieme, sotto il cielo di Catatumbo.
Nessun Commento »
  
Vento ed eco. Profondo eco, profondo vento. Suonano le campane dell’immaginazione, richiamano a lontani e sbiaditi doveri. La coscienza arriva là dove il corazòn si ferma. Nel gioco di luce degli occhi, sullo schermo di un computer, nei graffiti sui muri si posano le immagini, i riflessi e le scritte di un mondo che, inesorabile, sta per scomparire. Nella stanza a fianco dorme Alessandro, il compagno di viaggio, l’amico e il fratello di sangue che è venuto a prendermi per portarmi via da questo mondo di cartaveliina.
Io non so cosa dire. Non so cosa scrivere. Non voglio dire niente e tutto ho già scritto. Su un pavimento, sulla tua pelle mulatta, su un foglio di carta che poi ho bruciato nell’orgoglio e nell’intimità. Sbiadito sul pavimento, tra formiche e avanzi di vita, rimangono i 100 sonetti d’amore di pablo neruda. Nient’altro da dire, nient’altro da scrivere, tutto si bagnerà nelle lacrime dell’ultima notte di solitudine a quattro mani.
7 Commenti »
La cienaga del Magdalena s’impadronisce delle terre. Rassegnati sotto il sole cocente, i contadini di ColombiaCaribe abbandonano le loro mule per canoe e a colpi di machete si riprendono ciò che resta del loro duro lavoro. Facce forti, facce brave, e in spagnolo “bravo” non è il buono ma l’arcigno, il duro. Figli della terra e terra stessa, rapporto profondo e totale coltivato (questa è la parola giusta) senza più contar gli anni o i decenni, solamente le stagioni.
Ricordo un universo lontano. Erano gli anni delle macchie d’erba sui jeans, e io spendevo i miei pomeriggi in campionati di calcio contro mio fratello tra le pietre e la terra delle Langhe. Ritrovo nella cienaga che si consegna lenta alla notte quelle immagini di paradiso perduto. Quell’indimenticabile giorno dove il tramonto si fermò. Il sole rimase sospeso a mezz’aria, imbarazzato come un falso vicino di casa per immischiarsi nella promiscuità di fottute vicende umane. Eppure non abbandonava, nel calore del suo ultimo abbraccio quotidiano, le rughe di quel vecchio – mio nonno, le sue rughe e il riverbero degli occhi all’abbraccio della luce.
Il silenzio fermò il pallone e il motore del camion, violento, s’impadronì della scena. Nel surreale della polvere trasportava via con sé un trattore, un vecchio trattore, uno di quei ferrami da campo che ancora si vedono là dove l’agricoltura è una vocazione generazionale e non solamente un commercio drogato. Io e mio fratello lo vedevamo allontanarsi lento, nell’eterno tramonto dell’estate che inizia, sempre più piccola la nostra astronave arancione scompariva all’orizzonte.
Una lacrima mi bagnò la spalla. Per la prima volta vedevo mio nonno piangere, mio nonno, più duro di quella terra che da sempre combatteva con la forza del sudore. Fu un’occhiata, fu un secondo, fu una vita: “questa volta il mio mulo mi abbandona”.
3 Commenti »
Marvel Moreno te explica bien lo que significa Barranquilla. Aunque si solamente quien viviò esta ciudad por un rato, sea un mès un ano o una vida (tambièn la vida es un rato) puede alcanzar a comprender como la mezcla de realidad y finciòn que relatan sus paginas es mucho màs verosimìl de lo que se pueda pensar. “En diciembre llegaban las brisas”, premio “Grinzane Cavour” – y otros màs – en la literatura europea, no es asì conocido en la tierra donde naciò. Tierra que idolatra hasta niveles sacrales su hijo predilecto, gabrielgarcìamarquez alias Gabo, y se olvida de quien no se olvidò de ella huyendo en Parìs.
Marvel Moreno escribe sobre hipocrisia, pasiòn, machismo, sexo, mestizos indios negros y ancestros europeos. En una palabra, Barranquilla. No obstante la ubicaciòn temporal sea los Cincuentas, es asombrante la actualidad de la inflada temàtica “relaciòn entre un hombre y una mujer”, sobre todo si se piensa que cincuenta anos de batallas en contra la cultura machista aquì nunca aparecieron. De aquì sale el ultra-feminismo radical de esta autora que fuè Reina del Carnaval, junto a una crìtica a las mujeres de su ciudad, responsables como los hombres de una situaciòn eterna, inmutable.
“…los años han pasado. No he vuelto ni creo que vuelva nunca a Barranquilla. A mi alrededor nadie conoce siquiera su nombre. Cuando me preguntan còmo es, me limito a decir que està junto a un rìo, muy cerca del mar”.
3 Commenti »
20 di luglio, Indipendenza Nazionale Colombiana. Per un giorno i confini della “civiltà” sono il centro nevralgico dell’azione, e nell’amazzonica Leticia nientepocodimeno che Uribe e Shakira si trastullano con la Gloria degli Dei che il popolo colombiano riversa su di loro. La televisione mostra, in diretta, la marea di gente che ancora una volta risponde all’appello e si riversa nelle strade per chiedere, déja-vu infinito, la liberazione di chi non è né candidato presidente né cittadino francese ma ancora soffre l’incubo di un sequestro.
20 di luglio, etere e sensazioni. Lo stesso schermo blando mostra adesso un qualcosa d’insolito. Chiesette pedemontane e stradine di paese. Strade lontane e destinazioni vicine. Il Tour de France arriva oggi a Prato Nevoso, 40 km da casa (?), 40 km conosciuti metro per metro e mille volte percorsi. Intorno a me, lentamente, il conciliabolo di colombiani raccolti davanti allo schermo raffredda il fuoco dell’emozione patriottica per condividere la sospensione tra due mondi che s’illumina sulla mia faccia. Il ponte di Cuneo, la strada che si apre in due a Miroglio per inglobare la chiesetta ottocentesca, “Marchisio Mobili di Gratteria” al lato della strada sono dettagli che assumono la loro fondamentale importanza solamente quando appaiono a 10.000 km dalla loro reale esistenza. Poi mi accorgo delle giacche a vento della pioggia e controllo la data sul telefonino. 20 luglio, estate cuneese.
20 luglio, Muse a Bogotà. Più di una trama sotterranea si sviluppa sotto l’apparente banalità di un semplice concerto rock. In primo luogo, perchè chiunque abbia visto Muse live o si sia scaricato il Live in Wembley sa che non si tratta di un concerto ma del concerto (il riconoscimento del “Best Acting Live” che da anni ormai si assegna alla band gallese ben fotografa il concetto). Ma c’è di più. Da sempre, il binomio Colombia-terrore che spaventa gli organizzatori di eventi&spettacoli escludeva Bogotà da qualsiasi tournée vagamente importante. I prezzi osceni delle compagnie assicuratrici permettevano all’appasionato pubblico colombiano di godersi solamente rottami e nonni-rock come Brian Adams, Marilyn Manson o Iron Maiden. Senza offesa per gli Iron Maiden e per i nonni, gran categoria. Soprattutto se rock. Dopo l’esempio di Bjork, però, una band all’apice della sua carriera osa rompere i canoni e includere Bogotà nel loro world-tour. Black holes and revelations.
4 Commenti »
Il motore spinge verso l’origine del sole. Mentre le strade si rimpiccioliscono e la cittá rimane alle spalle, il paesaggio si accende calmo insieme al giorno che nasce. Si trasformano gli edifici, si dirada la presenza umana, scompare ogni traccia di artificialitá sotto le lagune che annunciano l’imminente, grandiosa presenza del fiume.
Rio Magdalena appare da lontano, lucido e ingannevole con le sue acque stanche. Ricordo l’aria nei capelli su una bici in riva al Danubio, ritorno in quel giorno di aprile quando vidi nascere il Gigante, giù a sud tra le Ande; silenziosamente celebro il suo carico di Storia che dá vita al miraggio di battelli in navigazione, eleganti genti d’altri tempi, amori ai tempi del colera. Vestigia di tempi andati, quando ancora i caimani scendevano fino a Barranquilla e l’Acqua era fatta d’acqua e non di chimica come oggi.
La porta sull’altro mondo è la chiatta che soffiando trascina sull’altra rima. Lì inizia veramente un mondo alternativo, un sistema imperfetto dove le regole sociali sono decisamente più semplici e i cuccioli d’uomo si confondono, nudi nell’erba e nella polvere, con neonati d’altre speci. Dòmina ancora la legge del più forte, nelle infinite campagne ai bordi di Pivijay. Costituzioni e Polizie sono rimaste sull’altra riva del fiume, Bogotà è immensamente lontana e quasi nessuno l’ha mai vista, la lotta di classe si gioca tra i parametri di saccheggi alle haciendas e sistemi d’Autodefensa. Che significa, in termini concreti, territorio paramilitare.
Fino al 2005, era impensabile per l’italiano co-pilota del Veterinario (cioè il sottoscritto, storia lunga….)arrivare da quelle parti. Gli stessi colombiani, una volta attraversato il fiume, dovevano consegnare a qualche fosco personaggio un foglio dove dichiaravano ogni dettaglio sulla loro visita in quei territori di Zona Roja. Poi qualcosa è cambiato, e i gruppi d’Autodefensa, sulla promessa di un comodo espatrio negli Stati Uniti, si sono consegnati alla giustizia e hanno deposto le armi. Il proprietario della Finca mia destinazione, 3.000 ettari di cavalli e vacche, sconta i suoi 8 anni di pena da qualche parte in mezzo ai gringos.
Nessun Commento »
La televisione. Quest’oggetto, solitamente nero, praticamente sconosciuto al sottoscritto da due anni almeno, di tanto in tanto perde il suo logico uso di mero raccoglitore di oggetti riposti per accendersi, prender vita insomma, e dire qualcosa. Per metter le mani avanti, diciamo fin da subito che il palinsesto colombiano, oltre alla pubblicità e alle sempiterne telenovelas, non ha niente di meglio e niente di peggio da offrire rispetto a quello di altri Paesi.
Eppure l’altra sera, schiacciato nella morsa di individui silenziosi e grigi, mi sono ritrovato davanti ad una trasmissione di tal Pirry, una specie di “Iena” colombiana si potrebbe dire, per classificare il personaggio. Affrontava, il Pirry, un argomento effettivamente interessante: l’appoggio (ideologico ed economico) che ricevono le FARC dall’Europa, soprattutto dal Nord Europa. La schiera di sostenitori morali, invasati, simpatizzanti vari è infinita ed apparentemente incomprensibile, alla luce dei fatti. Mentre sullo schermo scorrevano immagini di 12enni di ronda a mitra in mano, per esempio, il responsabile di un’O.N.G. danese riusciva ad affermare: “le voci di bambini guerriglieri sono solo chiacchiere. Noi continueremo a vendere magliette “FARC-EP” per sostenere la lotta di liberazione del popolo colombiano”. Se da una parte si può comprendere il romantico idealismo che legittimava le FARC all’epoca della loro nascita, va detto che l’anacronismo e la disinformazione di queste genti è effettivamente agghiacciante, e ho visto schiere di colombiani incazzarsi notevolmente di fronte ad affermazioni di questo genere.
Poi, un’immagine mi è saltata alla cabeza. Una torrida estate italiana di qualche anno fa, un lungomare, la patetica sfilata di quegli individui tutti uguali che ogni estate vanno in overdose di Lucignolo e sfoggiano la stessa maglietta, o lo stesso occhiale, o lo stesso bracciale. E mi sono ricordato di quell’anno in cui la moda erano le magliette “Narcotrafficante”, o “Pura Polvo Blanca”, o “Cocaina Colombiana”, robe cosi. ¿Ti ricordi? E ancora una volta l’umana deficienza spiegó i piú illogici meccanismi.
(foto di alias Maktop)
6 Commenti »
|