Archive for the “Sud America” Category

DOVE leggerei il mio QUANDO?
CHI leggerebbe il mio COME?
COME scrivere il mio DOVE?
QUANDO scrivere il mio CHI?

Alfonso Romano de Santa Ana

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…crescono le possibilitá di Antanas Mockus. La Colombia inizia oggi un mese decisivo per i suoi prossimi vent’anni di storia, l’interesse internazionale aumenta.

Questo é il nostro articolo dalla Colombia.

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La selva come presenza, come entità. Esiste sottoforma di suono, una nota lunga e grave che sembra non finire mai, un coro polifonico come nelle cattedrali di legno e di pietra, nel milletrecento. Guardala e giudica, e dimmi se non la temi. La selva è qualcosa più che la terra, qualcosa meno dell’acqua, è un mondo simbolico che non entrerà mai nella finestra.

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Capita anche di incontrare qualcuno interessato di America Latina, ed allora segnalo questo link, un’agenzia di informazione alternativa o di controinformazione  o semplicemente di informazione, quella che di solito gli altri giornali non pubblicano.

E’ in spagnolo, ed è già qualcosa. Potrebbe essere in Kitchwa.

p.s. Questo post ha la sua anima occulta.

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Pierino ha sessantun’anni e viene dalle montagne di Bormio. Un personaggio piuttosto conosciuto e presente in qualsiasi paesello italiano, uno di quei bravi signori che si sono costruiti la casa con le loro mani perché sono un po’ idraulici, un po’ falegnami, un po’ muratori e un po’ tutto.

Pierino ha lavorato tutta la vita in un’azienda pubblica, é diventato padre e poi nonno. Ha visto l’Italia cambiare velocemente, troppo velocemente, e non sempre in meglio. Poi é andato in pensione, e ha deciso che c’erano ancora tante cose utili da fare, o meglio: che era giunto il momento di fare qualcosa di utile.

Cosí é partito con lo zaino in spalla, come un ventenne. E’ arrivato in America Latina, ha attraversato per settimane intere la Bolivia in solitaria, ha imparato lo spagnolo. E adesso collabora con una ONG di compaesani valtellinesi, gente come lui che ha deciso di dare un senso alle cose facendo qualcosa di utile.

Passa i suoi giorni, Pierino, in mezzo alle montagne d’Ecuador, costruendo scaffali per la scuola prossima ad inaugurare, aiutando dove c’é bisogno. Senza pretese. Anche perché, come dice lui, “se aiutare significa ridurre questa gente a correre come é successo da noi, molto meglio sospendere tutto e tornare a casa”.

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Harold, capelli neri e occhi nobili, accento paisa. Vive nella strada, i suoi occhi sono gli occhi di chi ha voglia di chiuderli per un momento, e nascondersi dalle luci della città. Impossibile. Ci riesce con i suoi disegni, a nascondere con la mano la parte brutta delle cose, come si fa avvicinando una mano a cinque centimentri dalla pupilla, la parte marcia rimane coperta e si vede solo una striscia di mondo. Ha la pelle chiara ma anche scura, dipende dai punti di vista, e si sa che i punti di vista sono importanti in una terra dove è meglio mettersi la crema solare per evitare di diventare troppo neri. Harold è nero perchè la strada. Perchè dorme su un cartone nella 73 con 55, lì dove cinque anni fa c’era un parco e adesso ci stanno costruendo la fermata del TransMetro. Eppure sono una brava persona, però tu sai come vanno le cose, io comunque non sono di qua, però è un piacere averti conosciuto, di fronte al Carrefour di solito la gente ti guarda piuttosto male, e invece io voglio solo vendere la mia arte, sai, io la chiamo arte perchè è una cosa che faccio io, che la faccio io e la faccio così e non so nemmeno perchè, forse perchè mi piace così. Però ti guardano male, non so come sia nel tuo paese però qua la gente è razzista, è classista, c’è la società dove devono essere tutti uguali però non possono, sai questo è un paese che ha molti problemi eppure è bello, si sta bene, la gente è felice e sono felice anch’io.

Poi siamo andati al cinema. C’era un film strano, non si capiva se eravamo noi a guardare gli attori attraverso lo schermo, o viceversa.

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Si era parlato di Sarayacu, anche se sono cose che poi non si prendono troppo sul serio. Indigeni, avanguardie, amazzonie: concetti lontani. Terzo millennio, pachamama, armonia. Non vanno piu’ di moda.

Eppure Peacereporter pubblica un articolo che scrivemmo (il plurale e’ una roba lunga da spiegare) in un internet cafe’ a Pereira (Colombia), in un disgraziato pomeriggio di Feria de los Toros. Marlon Santi, il personaggio intervistato, e’ uno dei piu’ giovani e brillanti dirigenti indigeni di questa nuova America. Osservando la storia di Evo Morales, c’e’ chi pronostica per Marlon – classe 1976 – un futuro di primo piano, ricordando comunque che il 40% degli Ecuadoriani e’ indigeno.

Ecuador. Un concetto lontano.

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Non è alegria, non è baile, non è violencia il filo conduttore di questo gran continente latino. L’uomo comune, il simbolo di un unico grande popolo è (era) un cantante argentino, tanto sconosciuto in Europa quanto popolare tra le sue genti: Sandro de América. A Buenos Aires come a Bogotà, in Chile e in Ecuador, nelle case del pueblo così come nei giradischi dei ricchi, Sandro alias el Gitano è la costante sempre presente, il simbolo d’identità. Giuro di aver visto metallari alcolizzati mettere le mani avanti, come per dire “no. Sandro non si tocca”, ed intere famiglie ascoltare i suoi dischi in macchina, la domenica. Al punto che, per comodità, ad ogni incontro con sconosciuti, ho imparato a presentarmi “Sandro. Come il cantante”.

Le ragioni del suo successo? Era bianco, era argentino, era il cosiddetto “figo”. Era dotato di una voce impressionante (”la voz”), e di una grande abilità nel modularla a seconda dell’interpretazione. Pioniere del rock nel sud, si convertì presto in una stella della musica melodica, dopo una rapida stima in termini di profitti economici. I suoi dischi furono i più venduti negli Stati Uniti, tra i latinos, e la sua carriera sfociò presto nel cinema. Impressionante il delirio che gli tributavano le fans, di ogni epoca ed età.

Consumato dal tabacco e dalla vita, il 4 gennaio la Voz de América se ne è andata (difficile dire é passato a miglior vita). La cosa assurda, in tutto ciò, è che non si chiamava neppure Sandro. I funzionari del Registro Civile, nella Buenos Aires degli anni ‘40, lo avevano considerato un nome illegale.

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