Archive for February, 2013

Muzungu*


26 Feb

Nairobi.
Umanità e polvere, la pelle d’ebano della sua vita che si muove per strada.
Un milione e mezzo di persone nasce nelle baraccopoli.
La popolazione è fatta di etnie.
Ieri una signora mi diceva che i Luo sono alti, forti, ma anche un po’ viscidi. Parlano a bassa voce, hanno l’attitudine del comando.
[chi sono i razzisti quindi?]

Nairobi è fatta anche di musica.
Domenica la band ha suonato cinque ore almeno.
C’erano quattro percussionisti e una sola melodia.
La musica a Nairobi è un mantra verso lo stato di tranche.

Nairobi però sono soprattutto gli sguardi.
Finestre sincere su un’esistenza più semplice del previsto.
Nonostante la polvere
Nonostante lo slum
E grazie alla musica
A Nairobi la vita vibra d’intensità.

*In Swahili, “muzungu” è la parola che si usa per descrivere l’uomo bianco in costante – e inconcludente – movimento.

El viaje


21 Feb

Scampering


17 Feb

Irrealistic presence

Perchè partire
dovrebbe essere peggio
di restare?

Se tutto è un movimento lento,
costante,
a linea retta.

Non sarà perché l’accelerazione improvvisa
rompendo con la forza dell’inerzia
amplifica l’impatto dell’attrito sugli occhi e sulla pelle?

Non sarà perché il cambio di velocità
agendo sulle traiettorie
spostando il baricentro
concede la percezione del guscio di noce che ci sorregge?

Ieri Margherita mi ha detto che una formica
quando cammina sul dorso della mano
si sente.
Ma non si sente “perché è pesante”.
Si sente perché fa il solletico.

Allo stesso modo io dico che
partire non significa riempire uno spazio
ma lasciare il vuoto dietro di sé.

 

Avete cinque minuti a testa per parlare di voi


10 Feb

A quanto pare “discorso”
[dis-cursus]
significa, in origine,
il correre qua e là,
le mosse,
i ‘passi’,
gli intrighi,
i movimenti incerti.

A quanto pare quindi
“discorso”
non vuol dire niente.

Vuol dire quel che vuole dire
cioè una serpentina impazzita tra un’idea e l’immagine di un’idea
tra la sostanza eterea di una materia fine a se stessa
un isterico scivolare verso i confini del linguaggio.

E quindi “discorso”
è una sequenza logica di sequenzialità illogiche
nel tentativo disperato di dare un ordine a quel che è fatto di aria,
sostanza gassosa.
Ma è anche un gioco di seduzione e di compromesso
un gioco con il fuoco, l’immensità del mare.

E allora il discorso è
in fin dei conti
soprattutto una domanda:
perché continuare a parlare?

Il re degli uomini


07 Feb

“E questo sarebbe un trono??”

“Un trono è solo una tavola di legno ricoperta di velluto,
maestà”.

Quel che il tempo [inteso come fenomeno atmosferico] riscrive


04 Feb

Time made them unknown

Guardi questa foto, e dici: “c’era un paese”.
C’era una comunità, con tutto quel che la questione può significare.
[per esempio: desiderio di fuga. oppressione intorno al collo. Calore e anche calore asfissiante].

Cinquant’anni più tardi apparentemente tutto dorme.
Le case sono abbandonate e i boschi si popolano in maniera silenziosa.

Eppure guardi fuori dalla finestra e qualcosa non torna.
E’ il ciclo delle stagioni, la potenza dei quattro ambienti, che a Viola si sente così forte da congelare ogni altra percezione.
Se il mondo è così vivo fuori da quella finestra, ti dici, chi cammina ad occhi chiusi sei tu, e non il mondo circostante.

Esco di casa.

Primo incontro.
Il personaggio al centro della foto oggi ha ottantadue anni e le gambe che non funzionano più.
Ha il bicchiere del vino incrostato dall’uso, non avrebbe senso lavarlo.
Pietre e legno lo sostengono sotto entrambe le mani: con una si appoggia alle pareti della sua vecchia casa, con l’altra stringe il bastone.
“Abbiamo girato così tanto che alla fine ci siamo caduti, nel sacco”, dice con l’arrendevolezza del vecchio lupo.
Il vino di quest’anno comunque è buono.

Secondo incontro.
Uno dei più giovani del paese, che oggi fa il contadino.
In questa foto non c’è, ma lo si vede – bambino – in un’altra, cinquant’anni fa.
Il bastone nella mano, un sacchetto sotto l’ascella dall’altra parte. Un’immagine che preconizza un destino.
Lo vado a cercare per concludere un sano baratto.
Io gli do un dvd, lui ricambia con le formaggette delle sue pecore.
Plastica in cambio di vita, lo scambio sembra vantaggioso per me.
Come va?, gli chiedo.
Andrebbe meglio se questo mestiere fosse lasciato in mano a chi lo fa, dice lui.
Mi parla di sindacati, politici, controllori sanitari, direttive europee.
Penso a quel libro di Jared Diamond, in cui spiegava che l’umanità, quando è diventata sedentaria, ha accettato di accogliere e mantenere al suo interno i parassiti.

Terzo incontro.
Simone, figlio dei figli di chi è lì nella foto.
Come me.
Gli scarponi ancora ai piedi, è appena tornato da una lunga passeggiata nella nebbia e nella neve.
E’ qua solo di giorno: questa sera torna a valle, va a suonare.
“E ogni volta devi dissanguarti in assurde discussioni coi gestori dei locali”, dice.
Se proponi musica tua, sembra che la gente abbia paura di ascoltarti.

Torni in casa, guardi questa foto, e dici: c’è un paese.
O forse non c’è più, e a quel punto… ancora meglio.

Perché quel che ti serve non è la massa informe, ma la materia scolpita dalla vita.
Servono occhi abituati a vedere, gambe che si muovono.
E il ciclo delle stagioni, che riscrive sempre tutto.

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02 Feb

 

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Negative Feedback


01 Feb

 

 

 

A chi gli chiedeva nuovi discorsi,

il saggio di oriente mostrò un fiore.

 

 

 

 

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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