Ed invece qua, a leggere i racconti dei movimenti degli altri. Frugando tra vecchie valigie di cartone ormai distrutte dal tempo, nell’improbabile ricerca di un frammento di poesia, di un pezzo di carta che racchiuda nella sua memoria, oltre all’immagine immaginaria dell’autore anonimo, anche i segni delle sue impronte digitali, le macchie untuose della terra sulle dita dell’emigrante, la concretezza di una mano dietro all’astrazione di un pensiero. Una prova di vita, questo è ciò che cerco. Un grido di sofferenza o di speranza, un grido di sofferenza e di speranza, un grido di esistenza. L’immagine della terra lontana proiettata sul pezzo di carta, la calligrafia dell’autore che inizia a tremare di fronte al gran ignoto che si materializza al di là della prua, il dissolversi improvviso di mille lingue diverse all’apparire della Nuova Terra, e le donne che osservano l’orizzonte stringendo tra le braccia il figlio nato sull’acqua, e la calligrafia che smette di essere parola per convertirsi in bianco silenzio, e l’America, e l’America, e l’America. Ma anche le parole di addio, gli ipocriti arrivederci, il fazzoletto bianco sventolato dal quinto piano del transatlantico mentre le persone diventano puntini tutti uguali, la mano che asciuga le lacrime tocca la saccoccia con cinque anni di vita e sacrifici e finisce sul foglio, a tracciare l’elogio dell’ignoto e dire che forse la fame non era poi così dura, se si poteva condividerne il peso. E poi i buchi nelle tasche, il grigio monotono dei vestiti, la disperazione dell’analfabeta, lo sguardo azzurro di un’altra contadina a dire che chissà, forse sì, un’altra vita è effettivamente possibile, l’ultimo pezzo del formaggio di casa che rimarrà sospeso nella bocca per sempre, come un’illusione, come una maledizione, e mille altre stranieri verso la dogana con il Destino che diventano fratelli, concittadini, famiglia, il cielo del mare che scopre nuove stelle nel cammino verso Sud, la sua saliva ancora viva sulla pelle, il proprio cognome scritto in cinque forme diverse su cinque fogli diversi, la prima lettera che diventa poesia e si sporca di lacrime e sale, la vita che inizia, la vita che continua, la storia che scorre, ironica e infinita, tra le sponde di un mondo Vecchio, Nuovo e sempre uguale.
La Comunità Indigena di Sarayaku non è il posto migliore del mondo solamente perchè scarseggia di buon vino. Eppure poco ci manca, perchè questo pezzo d’utopia nascosto nella selva, occulto al conquistador ed ostile al missionario gesuita, ha saputo raggiungere a piedi scalzi il terzo millennio carico di grande forza innovativa.
Basti immaginare il contesto ambientale. Una distesa di verde grande quanto un continente, questa selva Amazzonica che è tutto ciò che ci resta, di cui Sarayaku rappresenta l’ultima frontiera “civile”, prima di perdersi nel regno dei giaguari e dei selvaggi. Il fiume come unica via di comunicazione con la prima città, lontana cinque ore di canoa, se la canoa è a motore. L’aereo (un precario modello da cinque passeggeri + pilota) come mezzo alternativo, e può capitare di aspettarlo per giorni (ed infatti è capitato).
L’unico supermercato disponibile è la Naturaleza. PachaMama, in lingua kitchwa. Pesci e carne a completare una dieta a base di yuca, e la chicha ad innaffiare le feste (e qua si sente la mancanza del vino, soprattutto quando si scopre il processo di produzione della chicha). Un vecchio capo indigeno è il saggio della Comunità, e la sua parola deriva direttamente dall’acqua e dal cielo, si è tramandata nelle generazioni attraverso la carne ed il verbo orale, ed ha raggiunto una saggezza alternativa e completamente indipendente alla scienza dell’uomo bianco.
Eppure Sarayaku è Terzo Millennio. Le sue capanne di legno e palma sono adornate dai pannelli solari; le scuole del villaggio dotate di internet. L’organizzazione politica, una storia felice. Uomini e donne, spinti dal buonsenso e dalla conoscenza delle leggi dell’uomo, nel 2003 si sono resi protagonisti di una grande vittoria contro le multinazionali del petrolio (tra le quali, Agip, ma questa è una storia a parte) che li ha portati alla ribalta del mondo di fuori, fino a creare un importante precedente per un’America Latina costantemente violentata nelle sue parti più ricche.
In un momento di nobel per la pace smarriti ed inutili Copenaghen, la Comunidad di Sarayaku rappresenta l’esempio per un continente intero, e forse anche qualcosa di più. Orgoglio, coscienza, tradizione, tecnologia, radici, ecologismo, spirito comunitario sono elementi tanto reali quanto il verde delle foglie, in quell’angolo di mondo lontano dal mondo. Un posto perfetto per imitare, o per nascondersi, quando la battaglia sarà completamente persa.
La ghigliottina fu usata per l’ultima volta il 10 settembre 1977 nel carcere di Marsiglia, per l’esecuzione di Hamida Djandoubi, reo di torture e omicidio.
La ghigliottina fu usata per l’ultima volta il 10 settembre 1977 nel carcere di Marsiglia, per l’esecuzione di Hamida Djandoubi, reo di torture e omicidio.
Questa mattina, Nacho mi raccontava che non potrà andarsene un paio di settimane in Ecuador con sua sorella, perchè non ha la libreta militar.
La libreta militar.
Che assonanza di parole musicalmente dissonanti tra di loro.
Trattasi di un pezzo di carta, nient’altro che un solito fottuto pezzo di carta (quanti problemi hanno causato i pezzi di carta…e nell’epoca del “puffff” virtuale, continuiamo ad esserne succubi), un foglio che dica: “Obblighi militari assolti”. (Mi sfugge il senso di un’intera “libreta”, per scriverci su “obblighi militari assolti”).
Il problema, non secondario, è che questa libreta si ottiene versando una cospicua somma di denaro, dipendente dalla fascia sociale del giovine (e quindi, ad occhio, già si potrebbe pronosticare con un certo anticipo a chi toccheranno due anni nel Caquetà e a chi no…), somma di denaro che in pratica costituisce “il prezzo della libertà”. Allucinante. Allucinante perchè un buon novantacinque percento dei diciannovenni d’europa non si rende conto, quotidianamente, della loro buena suerte.
Questa sensazione impotente di vuotismo interiore. La certezza e la convinzione di creare un mondo migliore, e il semplice trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo come sentenza finale contro ogni buonismo ideologico. Questo non andarsi bene qua, esseri imperfetti in un mondo che sarebbe palesemente perfetto se non fosse che esiste l’Essere Superiore, quell’uomo che ha perfino creato un dio a sua immagine e somiglianza per giustificare i peggiori crimini. Un vasto deserto arido rimane fuori dalle agenzie di viaggio e dai titoli di coda, e noi qui a chiamare “America” un’entità maledetta, tremenda. Non c’è un cazzo da piangere, eppure stai piangendo, lontano da me e vicino al mio inconscio, le tue lacrime calde bagnano la tastiera ed attraverso l’etere raggiungono il mio ghiaccio e lì si posano, in reazione chimica. Tu bella come un fiore nel bel mezzo di un’estate, tu ed un temporale dietro la montagna, la pioggia e la grandine, una moto sbagliata nel momento sbagliato, e la tua bellezza cancellata dal brillare degli occhi. Sì perché, anche se sei sopravvissuta intatta, nello stordimento di cinque secondi hai capito che il mondo in realtà è una merda, che non ha nemmeno senso fare l’amore per pensare di cambiarlo, che esistono i ruoli e i preti e le suddivisioni arbitrarie, c’è chi incula e chi si inchina ad angolo retto, anche l’amore diventa una guerra.
E poteva essere una tragedia, o non poteva essere affatto. Avrebbe potuto non succedere niente, la moto continuare il suo insulso cammino senza accorgersi del sole tra i tuoi capelli, avremmo potuto vivere e morire per niente, o peggio ancora, illusi. Visionari incalliti fino alla fine dei nostri giorni, per poi morire come soldati in una guerra stringendo tra le mani un beffardo ideale. Ed invece no, è arrivata una moto ed hai visto solo una pistola, hai sentito il freddo il caldo il sogno il brivido il déja-vu l’eclissi e un secchio d’acqua in faccia. Poi la moto se n’è andata, e la puzza di olio bruciato ha ucciso la vegetazione ed oscurato il sole, ma svegliandoti dall’anestesia ti ha permesso di vedere le cose come sono, e non c’erano ostetriche e padri commossi. Hai scelto di tornare dentro, ma lì dentro, tornare non si può più.
“Il mondo è sempre più ingiusto e le differenze tra paesi ricchi e paesi poveri e tra ricchi e poveri in ogni paese aumentano sempre di più. Non è ideologia, lo dicono tutti.
I paesi ricchi che dominano il mondo però pretendono, credono o fingono di voler insediare la democazia dappertutto. Ma la democrazia non può convivere con l’ingiustizia. Quella vera, perlomeno. Come fare allora?
Questo libro parla di un sistema per risolvere questa contraddizione. Efficace, moderno, raffinato e, come tutti i sistemi, mai casuale. La Colombia, dove questo sistema è stato sperimentato con maggiore impegno e successo, fa da cavia al resto del mondo. Un laboratorio del mondo globalizzato, scandalosamente ingiusto, ma democratico”.
Così inizia Colombia, il paese dell’eccesso, di Guido Piccoli. Un libro più che utile per comprendere cos’è successo negli ultimi sessant’anni in Colombia, e non solo.
Woody Gutrie suonava con una chitarra che diceva “This Machine Kills Fascists”.
Nel Ventennio, Louis Armstrong si chiamava Luigi Braccioforte.
“Alla musica italiana del ventennio manca il confronto con l’altro: e’ una musica rassegnata ad essere quello che e’, a non avere ambizioni. i prenda l’ironia brillante di un bluesman, l’ebbrezza spericolata del rebetico, la lucidita’ rabbiosa del Kabarett, e si confronti tutto questo con “Balocchi e profumi”, con “Portami tante rose”, con “Casetta in Canada’”: si avra’ l’immagine di un paese superficiale, disposto a chiudere gli occhi su tutto, fino al risveglio tragico dei bombardamenti, nonostante siano tutt’altro che superficiali (e non sempre asserviti) musicisti e parolieri. Franco Fabbri, musicologo.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”