Archivio per la Categoria “Storie”


“Il mondo è sempre più ingiusto e le differenze tra paesi ricchi e paesi poveri e tra ricchi e poveri in ogni paese aumentano sempre di più. Non è ideologia, lo dicono tutti.

I paesi ricchi che dominano il mondo però pretendono, credono o fingono di voler insediare la democazia dappertutto. Ma la democrazia non può convivere con l’ingiustizia. Quella vera, perlomeno. Come fare allora?

Questo libro parla di un sistema per risolvere questa contraddizione. Efficace, moderno, raffinato e, come tutti i sistemi, mai casuale. La Colombia, dove questo sistema è stato sperimentato con maggiore impegno e successo, fa da cavia al resto del mondo. Un laboratorio del mondo globalizzato, scandalosamente ingiusto, ma democratico”.

Così inizia Colombia, il paese dell’eccesso, di Guido Piccoli. Un libro più che utile per comprendere cos’è successo negli ultimi sessant’anni in Colombia, e non solo.

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Woody Gutrie suonava con una chitarra che diceva “This Machine Kills Fascists”.

Nel Ventennio, Louis Armstrong si chiamava Luigi Braccioforte.

Alla musica italiana del ventennio manca il confronto con l’altro: e’ una musica rassegnata ad essere quello che e’, a non avere ambizioni. i prenda l’ironia brillante di un bluesman, l’ebbrezza spericolata del rebetico, la lucidita’ rabbiosa del Kabarett, e si confronti tutto questo con “Balocchi e profumi”, con “Portami tante rose”, con “Casetta in Canada’”: si avra’ l’immagine di un paese superficiale, disposto a chiudere gli occhi su tutto, fino al risveglio tragico dei bombardamenti, nonostante siano tutt’altro che superficiali (e non sempre asserviti) musicisti e parolieri. Franco Fabbri, musicologo.

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“Cristoforo Colombo ha scoperto l’America”, mi diceste un giorno sui banchi di scuola. Da quel giorno, non vi credo più.

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Lo chiamavano “l’ultimo pastore delle Alpi Marittime”.

Conobbe il mondo attraverso la guerra, conobbe l’uomo attraverso la guerra, e non gli piacquero né l’uno né l’altro. Tornò sulle montagne, deciso a non scendere mai più. Non scese mai più.

Per ottant’anni il mondo si dimenticò di lui, poi un giorno, forse perchè la vecchiaia ha ammorbidito la sua pelle, forse perchè il mondo ha sempre più bisogno di idoli, libri televisioni e cinema sono saliti a cercarlo.

Io l’ho conosciuto da bambino. Mio padre, vagando su quelle stesse montagne, l’aveva scoperto di fronte alla sua casa di pietra. Divennero amici, mi portò con lui su dal Vecio, e la visita alla casa di Sereno divenne, con il passare degli anni, un lungo nastro di canzoni cantate con le lacrime agli occhi, di pane salame vino e poesia, di uomini e lupi nel set nero della sua cucina in pietra affumicata.

Un giorno, esasperato dagli uomini e dal mondo, quel nastro mi ricorderà che Armando Sereno è esistito per davvero.

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Un solitario del secolo ventunesimo, un monaco di clausura rinchiuso nel suo eremo nel centro di una città di due milioni di abitanti. Robert era il discendente di una famiglia nobile, di origini europee, che l’evolversi del tempo e delle rivoluzioni non ha toccato nella provincia del Caribe. Ancora sopravvivevano in lui retaggi di tempi lontani, di quando i bambini degli anni sessanta venivano educati a distinguersi dai “meticci”. Aveva una cugina, Marvel, che qualche decennio prima aveva combattuto il machismo e altre staticità barranquillere con l’arma della parola. Morì giovane a Parigi, dove ancora la ricordano nell’olimpo delle scrittrici latine.

Odiava il mondo, Robert. O, meglio, nutriva una profonda sfiducia in quello che era diventata, a livello globale, la razza umana. Per questo non abbandonava mai il suo nido di VillaKronopyos, un’antica casa repubblicana che profumava a pace nel centro della città più assurda del mondo. Usciva di casa la notte, quando i suoi nemici dormivano, per bagnare i suoi fiori e maledire quel multiforme inquinamento che gli toglieva le stelle e il profumo del mare. I giorni, li passava a “lavorare su me stesso”, così diceva estasiato. E i suoi strumenti erano interi scaffali pieni di libri, di dischi, di film. Era un cultore del diciottesimo secolo, e di tutto quello che artisticamente lo rappresentava. Conosceva Boccaccio e la storia dettagliata delle Repubbliche Marinare italiane, ascoltava Palestrina e i System Of A Down, viveva di retrospettive cinematografiche catastrofiste e reali. “Italiano, eh? Ah bene. Allora ci guardiamo subito un live della Premiata Forneria Marconi, gente in gamba”.

Era un figlio della psichedelìa, Robert. L’avanguardia musicale degli anni ’70 lo aveva travolto in pieno, trascinandolo in un mondo di acidi di funghi e di qualsiasi cosa potesse allucinarlo. Per diciotto lunghi anni era scappato alla morsa del mondo calandosi qualsiasi droga immaginabile. Poi, aveva scoperto Shakespeare e aveva conosciuto una donna. Quindici anni fa l’ha sposata, a lume di candela della loro cucina mentre preparava la cena, l’ha sposata senza preti né burocrati nè testimoni e da allora non può più vivere senza di lei.

Sono tornato a Barranquilla ed ho eliminato tutto ciò che questa città aveva rappresentato per me. Non ho cercato nessuno, ho lasciato il cellulare spento, nemmeno il sole del caribe ho incontrato. Immediatamente, però, sono andato a bussare alla porta di VillaKronopyos, a passare i pomeriggi tra disquisizioni sul razzismo d’Europa e la genialità dei Focus. Ogni tanto qualcuno suonava al campanello. Robert abbassava il volume, stava un minuto in silenzio e strizzandomi l’occhio scoppiava in una profonda risata.

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Anni e anni di retorica e di lagne sfumano in un solo minuto. Ne avete riempito le sale d’attesa ai dottori, in ogni lingua l’avete menata alle file dei supermercati: questa valanga a cielo aperto sommerge anche voi. Oggi si, rinchiusi e incolonnati in un’autostrada, preoccupati davanti a una finestra per il tetto strapieno di neve, bagnati marci a spalare un verosimile buco nell’acqua, godetevela tutta la vostra bella stagione di una volta.

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Se ne tornò un giorno a casa sposato.

Il foglio di carta in mano, la catena di spine in testa. Ma niente fede nuziale al dito, nessuna cravatta appesa al collo, assenza di profumi sulla sua pelle. E nemmeno una sposa tra le braccia, a dirla tutta.

Si era sposato quel pomeriggio alle sei, nel limite invisibile tra l’inizio e la fine, perchè a quell’ora nelle strade esplodeva l’onda tiepida del brivido notturno, e al momento del sì senza un motivo preciso ripensò a quei tempi freddi nelle pianure prussiane, a quando alla stessa ora si celebrava la morte del giorno tra l’intima sicurezza di quattro mura. Quindici minuti dopo erano entrambi ubriachi, nel patio del municipio, a chiedere il fuoco a un testimone per accendersi in bocca l’incenso nuziale.

Poi, fedeli a una tradizione strettamente interpersonale a loro, salirono su un taxi per festeggiare in un motel della periferia una prima notte anticipata all’ora dell’aperitivo.

Il contratto reale in quel matrimonio era però indubbiamente occulto. Quel plico di stronzate snocciolate in faccia allo sguardo scettico del burocrata racchiudevano in sè un potenziale emozionale infinitamente maggiore dell’ipocrisia vitalizia nella quale si avvolgevano. Con quel matrimonio, in realtà, componevano un segreto a quattro mani vivo e definito solamente tra di loro, inestricabile al mondo di fuori. Un silenzio totale avrebbe per sempre accarezzato il loro scrigno, uno strato di metallo pesante che si sarebbe abbattuta sulla verità del loro esistere in osmosi.

Finchè morte non li separò.

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Toccata e fuga in un Paese in guerra. Anche se nelle strade la musica abbraccia il profumo di vita di un popolo intero, è nelle puttane della Jimenez o nei barboni di ogni angolo la realtà della faccenda. Sfumano nei bambini-ambulanti e nel 75% di vecchi senza pensione le avanguardie dell’arte e l’ultimo Juan Valdez aperto a Los Angeles. Il sentimento di pace interiore risorge solamente tra le palme di Santo Caribe, sulle carezze che il vento dell’alba lascia sulle tue labbra fameliche.

Tutt’intorno la gente balla, le fotosequenze si ripetono, una mamma andina si carica il figlio sulla schiena come un fagotto, come un sacco di mais lo trascina nel suo vagare. Fottendosene del professionista luminare che le marcia accanto, direzione Miami e un’aula di chissà quale ateneo. Quando è già buio un negro del Pacifico ti ferma, ti mormora qualcosa nel suo slang e ti invita a ballare, e la ritmica è un ipnosi totale che riporta a centoquindici vite passate, quando gli uomini si muovevano dipingendo ellittici tratti perchè le gambe si chiamavano elastici. Una televisisone parla dei casini nel Putumayo, in quel quadratino d’inferno separatosi dal Paradiso dell’Amazzonia. Dove un giorno apparve la coca, e si trascinò dietro come una maledizione biblica i narcos, i paramilitari, la violenza, i sequestri, le improvvise sparizioni. E scomparve lo Stato, lasciando su un palo un pezzo di stoffa. “Le Piramidi” sono le ultime piaghe di questa gente. Un’assurdità reale, un sistema così inverosimile trasformato in realtà dal nonsense del Tropico. Se certa gente su poltrone vellutate ha moltiplicato i pani e i pesci in poco tempo perchè non potrei riuscirci anch’io, questa la matematica del meccanismo.

Perditi con me nei sentieri di Sierra Nevada e raccontami la tua terra. Parlami di tuo trisavolo e di Simon Bolivar, di una vecchia strega e del suo iguana, di quello che mangi e dell’aria che respiri. Raccontami tutte le tue favole indigene e mettici dentro il secolo ventuno, un aereo, il futuro. Tu sei Colombia, indecifrabile e magica.

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