Un grande cubo arancione composto da decine di migliaia di piccoli cubi arancioni, questo è tutto ciò che vedo. Undici linee e nove colonne, un sistema perfettamente incasellato secondo geometrie rettangolari. Dentro ogni buco nero, un uomo. Poi un altro, e un altro, e un altro ancora. Decine di piccoli uomini neri con testoline gialle, l’elmo di sicurezza è l’unico placebo per voi che scaricate secchi di sabbia a venti metri dal suolo. “Il mese scorso ne cadde al suolo uno e non é morto, pensa un po’”, dice la muchacha de servicio. Sullo sfondo, flusso di movimento in doppio senso contrario, la nuvola scura tra il Gran Rìo e la via 40, la strada delle industrie, la strada teatro del Carnevale, a febbraio. Stringi con uno zoom quei bagni che stanno costruendo nel palazzo di fronte, sarà mai possibile stirare le braccia senza incontrare un muro, in uno di quegli appartamenti? Si costruisce, e si costruisce su terreno che sprofonda per le assurde il-logiche di un paese per vocazione agricolo, andino, fertile, coloniale. Coloniale. Cemento sul Tropico.
Eppure io vedo inferriate alle finestre nei terzi piani degli edifici, vedo un signore buffo con una camicia blu e un bravo distintivo luccicante sul petto, vedo un revolver appeso alla coscia destra e vedo tutto questo sette piani più in alto, il Dio del Balcone o qualcosa così. Vedo insicurezza, paranoioa, aria di tempesta. Non perderlo di vista. Non perdere di vista quest’attempato Rambo mancato. Quell’inutile. Dov’è il mare. No, ditemi dov’è il mare. Era lì fuori dalla finestra del cesso cinque minuti prima, e in cinque minuti è scomparso. Al suo posto c’è un altro nuovo edificio, gli daranno un nome assurdo tipo “Florencia” o “Torre Golden Montreal” e lo riempiranno di conigli da ingrasso, i cui figli suoneranno reggae e canteranno Freedom con gli amici. Chiusi in scatole di due metri per due. Città in prospettiva città : un mostro continua ad essere un mostro, nonostante il maquillage. Filma questo zoo umano, senza timore. Io me ne torno a Salgar.
Questa mattina, Nacho mi raccontava che non potrà andarsene un paio di settimane in Ecuador con sua sorella, perchè non ha la libreta militar.
Questa sensazione impotente di vuotismo interiore. La certezza e la convinzione di creare un mondo migliore, e il semplice trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo come sentenza finale contro ogni buonismo ideologico. Questo non andarsi bene qua, esseri imperfetti in un mondo che sarebbe palesemente perfetto se non fosse che esiste l’Essere Superiore, quell’uomo che ha perfino creato un dio a sua immagine e somiglianza per giustificare i peggiori crimini. Un vasto deserto arido rimane fuori dalle agenzie di viaggio e dai titoli di coda, e noi qui a chiamare “America†un’entità maledetta, tremenda. Non c’è un cazzo da piangere, eppure stai piangendo, lontano da me e vicino al mio inconscio, le tue lacrime calde bagnano la tastiera ed attraverso l’etere raggiungono il mio ghiaccio e lì si posano, in reazione chimica. Tu bella come un fiore nel bel mezzo di un’estate, tu ed un temporale dietro la montagna, la pioggia e la grandine, una moto sbagliata nel momento sbagliato, e la tua bellezza cancellata dal brillare degli occhi. Sì perché, anche se sei sopravvissuta intatta, nello stordimento di cinque secondi hai capito che il mondo in realtà è una merda, che non ha nemmeno senso fare l’amore per pensare di cambiarlo, che esistono i ruoli e i preti e le suddivisioni arbitrarie, c’è chi incula e chi si inchina ad angolo retto, anche l’amore diventa una guerra.
Gli appunti sui pezzi di carta. Questa cazzo di tranquillità . Il freddo sulla schiena perché la temperatura scende a trentadue gradi, e una signora americana che mi scrive su skype. Lasciatemi solo in questo limbo di sabbia. Senza pensieri né collegamenti  né politicanti né grammatiche, senza sintassi senza un finale senza un perché. L’inferriata da chiudere, la luce rossa da spegnere, un paio di cuffie professionali raccattate tra i rifiuti di un appartamento di studenti a maihnburg, la registrazione dei venticinque minuti scarsi dell’altro giorno, ci si trova alle sette di mattina per immergersi in qualche mezz’ora di musica viva, fatta di corde metalliche e pelli animali e soffio di vento umano, decisamente un’ora poco ortodossa per produrre musica reggae, ma chi l’ha detto che si debba essere ortodossi? O che si debba per forza produrre?