
Archivio per Novembre 2006Tempo di voli più che immaginari, di notti passate a spulciare qualsiasi bassifondo di sito nella speranza di trovare l’offerta del secolo nascente. Il compri-ora-ti-paghiamo-noi.
Effettivamente gennaio è clamorosamente vicino, me ne sono accorto un attimo fa quando ho visto l’agenda sul telefonino. E gennaio vuol dire coming back, vuol dire pensare prima di tutto a un viaggio nel posto più visto di sempre ma che in questo momento è il più lontano.
?Perchè tornare? E perchè “non tornare”? Tutti qua se ne torneranno a casa intorno al 20 dicembre, la legge del “Natale con i tuoi” è la più internazionale. Tutti, tranne me e Paolo. Maledetti italiani.
Ho pensato spesso a come e quando tornare per qualche giorno in Italia. Ho pensato soprattutto SE tornare. Una riflessione che può suonar male, d’accordo, ma ogni momento qua regala cose indescrivibili, che mi tormenteranno quel maledetto giorno che non ci saranno più.
E allora l’altro piatto della bilancia si è immediatamente riempito di quel paio di esami da dare in Italia, delle mie montagne che ho bisogno di rivedere con gli sci ai piedi, di qualche concerto da fare e, soprattutto, di quella massa infinita di materia umana che non vedo l’ora di rivedere.
Logica conseguenza, un navigare in internet spocchiosamentemacchinoso che si concluderà la prossima notte, spero positivamente.
Nel frattempo, il danno è già irrimediabilmente avvenuto. La combinazione low cost + periodo interessante + buona compagnia + meta “esotica” ha avuto la meglio su di me. E nella mia casella mail è appena arrivata, baldanzosa, la ricevuta.
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11
2006
Quei giorni in BielorussiaScritto da: Baltic Man in Bielorussia, Borja, Comunismo, Lingue, Paolo, Polizia, Viaggi
Erano i giorni di un giro in Bielorussia, conseguenza di qualche viaggio mentale comune capace di spingerci in un posto che pare così lontano solo fino a quando non ci abiti 200 kilometri più in là: occasione ghiotta.
Ricordo l’autobus con le prime avvisaglie di cirillico, ricordo facce leggermente diverse, ricordo soprattutto la prima Dogana che abbia mai visto nella mia vita. Dogana vera, con ore di attesa (per fortuna non per noi), milioni di controlli, facce dure e cani sugli autobus. Probabilmente anche corruzione, meglio non aver la possibilità di ricordarsela, quella.
Poi Minsk, di notte, una città per noi troppo nascosta sotto un alfabeto incomprensibile, un insieme di simboli strani capaci di trasformare il mio nome in БOЗЗOЛO CAHДPO e le cose più banali in simboli da decifrare ad intuito.
Il mattino, non troppo diverso dalla notte, vittima di quella nebbia che in 6 giorni su 7 riesce a nascondere tutta la città, ci sfuggiva sempre a dire la verità, eravamo troppo latini e troppo cazzoni per riuscire a godercelo in un’ora accettabile.
Eppure i ricordi della città sono nitidi, si manifestano in ordine e modernità, eleganza e buon gusto sempre; mixati a un’architettura esageratamente sovietica e a troppe guerre che ne hanno cancellato tutte le origini primarie, riuscivano a fare di Minsk una città effettivamente unica al mondo nonostante uguale a tutte le figlie di mamma Russia, un piccolo grande gioiellino di un paese che era sostanzialmente agricolo.
I pensieri più strani, però, ce li regalava la situazione sociopolitica in cui viveva la Bielorussia all’epoca della nostra visita. In qualche modo, effettivamente, eravamo lì soprattutto per lui. Aleksandr Lukashenko, l’uomo controverso che da sempre guidava il Paese. Descritto come un dittatore, un uomo duro, un Sovietico illeso dal Muro di Berlino. Effettivamente, il ritratto corrispondeva.
La sua Bielorussia era un Paese che funzionava, un paese apparentemente senza poveri (o perlomeno senza troppi poveri), un’isola di ordine, pulizia e piena occupazione in mari che erano sporchi degli opposti problemi. Un posto dove tutti potevano vivere e mangiare ogni giorno senza problemi.
Però, c’era la gente, e nonostante l’inglese fosse alla fine ostacolato qualcuno lo parlava bene. Ricordo addirittura di qualcuno che conosceva l’italiano! Era parlando con loro, che si capiva di vivere in un mondo solo superficialmente perfetto…
Libertà personali che per me erano fuori discussione lì non esistevano. I giornali erano solo filogovernativi. Le televisioni anche, e quando parlava il Presidente si viveva a reti unificate.
La polizia aveva la discrezione di poter arrestare chiunque senza limiti fino a dieci giorni, poi effettivamente serviva almeno un processo e qualche prova. Buona parte degli studenti aveva salutato tutti e si era spostata in Lituania o Lettonia, per sfuggire a un clima in università insostenibile se avevi qualcosa da obiettare. La politica estera, viaggiava solo su un binario: quello verso Moska. Il resto non era considerato, tant’è che un festival cinematografico era chiamato “internazionale” solo perchè oltre ai film di casa ce n’erano un paio cubani e iraniani.La verità sta nel mezzo, si dice…per me stava in quello che avevo visto. Cioè polizia in ogni incrocio e in ogni angolo (quella ufficiale, le altre…non lo so), pronta a “conoscerci meglio” appena provavamo a fare qualche foto a palazzi governativi. Ed ecco che la verità, di colpo, si sposta leggermente dal centro…
Gli altri ricordi parlano di Grodno, la terza città del Paese, che il desiderio di Bielorussia Vera e Periferica ha portato sotto i miei occhi. Elegante, più antica, più marginale, meno controllata dalla polizia, più alcolica nelle persone per la strada. Un posto da vedere, prima ancora che Minsk.
I miei ricordi finiscono qua…per il resto mi guardo le foto, di quei giorni in Belarus.
![]() Dieci minuti di “conversation” con la polizia per questa foto…
Chiesa ortodossa, Grodno
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11
2006
Lukašenko sto arrivando…Scritto da: Baltic Man in Bielorussia, Borja, Comunismo, Paolo, Viaggi
I visti ci sono, i passaporti anche, i voucher parlano un alfabeto incomprensibile ma ci fidiamo. Okay, tutto è pronto, devo solo preparare lo zaino ma lo farò 5 minuti prima dell’autobus, come al solito…
Bielorussia. Un posto fuori da tutto, ai margini anche delle nostre conoscenze. Se ne parla solo a riguardo di bambini e adozioni, a volte per storie di prostituzione, o magari perchè capita che la Nazionale ci giochi contro. Ebbene sì, anche questa è Europa, almeno sulla carta, almeno sui confini ufficiali.
In pratica, tutto è diverso. La Bielorussia non vuole rinunciare al suo nome che richiama inevitabilmente alla Russia ma quella vera, quella che tutti identifichiamo nel sovietismo e nella faccia di Lenin. La Bielorussia non vuole identificarsi in quello che non è, in un Unione Europea ben lontana rispetto al mondo dei C.S.I. che ha la sua sede proprio a Minsk. La Bielorussia non può avvicinarsi all’altro mondo, perchè l’altro mondo non la vuole, le rinfaccia alcune cose che no no, proprio non si possono accettare. Robe pesanti, si parla di Diritti Umani.
La Bielorussia, una manciata di kilometri da qui. Moltiplicati all’infinito tra visti e problemi burocratici vari. Inevitabile andarci, e io lo farò tra un paio d’ore, con Paolo e Borja in squadra perfetta. A vedere uno degli ultimissimi paesi comunisti del mondo, a vedere com’è una dittatura.
![]()
Capita ogni tanto di alzare gli occhi al cielo, e dare un’occhiata a quel che ci contiene tutti. Capita soprattutto di accorgersi delle nuvole guardando dalla finestra, se si vive al settimo piano in una terra senza montagne. E solo in quel momento allora capita di accorgersi che vale la pena fermarsi un momento a guardarle, a dedicare qualche secondo a quel prodotto della natura praticamente irraggiungibile che sa essere tanto anonimo quanto spettacolare.
Mi ritrovo sempre a ripensare a tutto questo nella notte, quando anche le nuvole baltiche sono offuscate da quella tinta unita che tutto annulla. Ma tanto, a ben pensarci, in questi ultimi giorni la vena artistica del cielo si è un po’ spenta. E’ un’overdose di grigio, una monocromaticità che non regge più il paragone…chi è stato in Lituania lo sa.
19
11
2006
In gentile compagniaScritto da: Baltic Man in Libri, Persone, Solitudine, Viaggi MentaliVorrei sapere a quanti non capita mai di volerla. Sembra sempre che tutti cerchino di sfuggirla, di non cadere in questo enorme buco-tabù che si chiama solitudine. Eppure a volte è la compagna migliore per passare il tempo, per radunare tutto quel casino che la vita sociale inevitabilmente ammucchia nel cervello.
Sono ormai le 9 di sera, e fino ad oggi non ho ancora visto praticamente nessuno. La mia domenica anomala, nel mio weekend altrettanto anomalo me la sono vissuta tutta in questi pochi metri quadrati, tra un letto un pc e un libro niente male. Ne avevo bisogno, davvero, dopo giorni e giorni davvero intensi, ricchi soprattutto di quella materia umana che scandisce tutto quello che passa nella vita di una persona, e che poi andrà ad alimentare il flusso di “astratto” e “concreto“.
Ne avevo bisogno, dopo un sabato notte che ha assorbito quella poca materia liquida che mi stava in testa prima del Game Over. E ne avrò bisogno, pensando a quello che mi aspetta per i prossimi giorni…tra poco il pit-stop finisce, la porta si riaprirà ancora una volta sul mondo e ancora una volta lo farà senza sapere come mi ritroverà al ritorno.
E’ l’Erasmus, è la vita sociale, è semplicemente, la Vita. Eppure ogni tanto devi assecondare il bisogno di andare contronatura, girare due volte la chiave da dentro e cercare di incontrare prima di tutto te stesso.
![]() Perchè siete venuti a trovarmi, e si sa che un conto è dirlo e un altro è farlo. Sopratutto, un altro conto è farlo in 4, se i 4 in questione siete voi risulta praticamente impossibile. Eppure c’eravate.
Quindi grazie per aver sopportato tutti i casini che inevitabilmente si sono presentati, e per averne inventato qualcuno voi da soli semplicemente geniale! Non dimenticherò chilometri e chilometri, soldi che non ci sono, milioni di messaggi di cui vi siete strabattuti per venire a vedere dove sono finito.
Dice grazie anche la mia vicina di stanza, che in una sola notte ha capito cosa siamo in grado di fare, quando la forza oscura che si è accumulata minuto dopo minuto di epoche epocali vissute insieme, in ogni situazione veramente, si ritrova a chiudere il cerchio. L’ha capito anche lei, nonostante il muro di mezzo!
Io l’avevo già capito da un pezzo, ed è per questo motivo che ovunque saremo nei prossimi mesi, anni o millenni, inevitabilmente saremo sempre insieme.
![]()
Non mi sono mai stati troppo simpatici, non per un motivo preciso, ma forse per una ragione genetica, un qualcosa di radicato dentro di me che mi rende intollerante. C’è chi a pelle non sopporta qualcosa, anche qui senza un giustificato motivo, per me avviene la stessa cosa con le divise. Che ci posso fare? Niente, mi terrò il mio problema.Non mi ricordo più chi me l’abbia detta, ma mi ritorna nella mente questa frase simpatica:
Detto questo, mi vengono in mente due episodi da raccontare. Il primo è storia di ieri mattina: Descrizione del set d’azione: Kaunas, Lithuania. Strada antistante l’università, piena mattina di un giorno di settimana –> gran folla di studenti. Protagonisti: la Policija, Zand. Trama: Come tutti i giorni settimanali, tutti i minuti, la folla di studenti crea un viavai continuo davanti alla principale università di Kaunas, e approfitta di un semaforo rosso in lontananza che ferma tutto il traffico per attraversare la strada, deserta. Da ricordare che Zand fa parte della folla. E’ a quel punto che sbucano un paio di armadi vestiti “alla paramilitare”, che con simpatia si impadroniscono della folla e la “accompagnano” gentilmente su un autobus firmato Policija, anch’esso sul verde-grigio andante. Sbigottimento della folla, non tutta a dire la verità, per qualcuno forse non è la prima volta. Curiosità mia, soprattutto quando vedo che sull’autobus ci sono altri studenti che parlano coi poliziotti, si incazzano, mostrano documenti vari e alla fine…pagano. Da notare, solo ed esclusivamente studenti. Arriva il mio turno, ma “ne kalbu lietuviskije” e devo aspettare un poliziotto che sappia l’inglese. E’ come cercare un cervello a Buona Domenica, ma il prode stupisce tutti e arriva a oscurarmi con i suoi due metri e più. Qui inizia il dialogo tra Z (Zand) e, come lo chiama Borja, A (Animal). I puntini vanno sostituiti da lunghi attimi di silenzio con faccia da ebete. A: Why you crossed the road?
Z: (…)
A: Why - you - crossed- the -road? Z: Everybody’s crossing the road, there wasn’t cars.
A: Do you know that there are stripes?
Le striscie pedonali, a onor del vero, ci sono, duecento metri più in là, o per lo meno se ne intravede una gloriosa presenza passata.
Z: (…)
A: What country?
Z: Italy.
A: Show me your passport.
Z: Ok.
A: Why your are in Lithuania?
Z: Holidays.
A: How long?
Z: One week.
A: Do you have money?
Z: (…)
A: Do - you - have - money??
Z: No
A: Why not?
Z: (…)
A: Why don’t have?
Z: (…)
A: WHY - WALK - IN - LITHUANIA - WITHOUT - MONEY??
Z: It’s forbidden?
A: …not. But you are without money?
Z: I have, at home. Not here.
A: Do you have credit card?
Z: Not.
A: (…)
Z: (…)
A: You are free. Be careful.
E questo è quanto, il dialogo è fedele. Da aggiungere e ricordare solamente che la strada in questione era deserta come una via periferica di Battifollo.
L’altro episodio me l’hanno raccontato i quattro esuli in terra lituana per una settimana, e riguarda la loro partenza da Torino Caselle. In coda per il check-in, come al solito stressante e noiosa, quando si avvicina l’uomo-più-brutto-del-mondo, che fantasiosamente chiameremo Luciano Moggi. In un attimo tutte le forze dell’ordine si prodigano per attivare un check-in speciale solo per lui, dove ovviamente può passare indisturbato e in un secondo. Capannello di carabinieri, o polizia aeroportuale (non so) a servire e riverire, inchinarsi e leccare, baciare e incoraggiare.
Da ricordare, si noti bene, che non si sta parlando solo di un personaggio sportivo, che può risultare simpatico o antipatico. Si sta parlando di un uomo colto sul fatto e accusato da prove schiaccianti nel suo reato, un uomo (non l’unico, e siamo d’accordo), che ha truffato milioni e milioni di cittadini, cioè tutti quelli che per due anni almeno hanno giocato schedine su partite truccate, cioè magari anche gli stessi uomini in divisa troppo impegnati a baciare e mettersi a 90 per accorgersene.
Proprio quegli stessi uomini che, per lavoro, avrebbero il compito di combatterli i criminali.
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