Archive for the ‘Argentina’ Category

Humahuaca


05 Gen

Camminavamo per spostarci sempre un metro più in là del presente. La strada era un dettaglio trascurabile, quello che cercavamo era il movimento, la fuga. I pastori di lama, il tipo con la bandierina della Nuovazelanda appesa alla bici. E l’abbraccio del sole, come se i tremila chilometri che ci separavano dal mare non fossero nient’altro che tremila chilometri in meno da attraversare. Camminavo al tuo fianco, e avrei potuto proseguire fino all’infinito, spinto da una mole di passato che avrei voluto fissare del tempo. Senza altre notti spese a cercare un dolore, senza banconote e senza film da vedere. Perché aggiungere altra legna, se tutto si trasformerà in cenere? Tutto era chiaro, troppo chiaro, stravolto dalla luce di una latitudine perfetta, impresso nel colore di quella terra accesa e silenziosa, presente nell’assenza di tutto quello che avrebbe dovuto essere lì, e non c’era niente, assolutamente niente, solo una linea di cavi elettrici a ricordare che un tempo l’uomo, un vuoto nello stomaco, una linea di formiche giganti che attraversava perpendicolarmente il nostro cammino.

A volte mi chiedevo se sarei stato capace di prendermi cura di te, o se saresti poi stata tu a doverti leccare le ferite. Se era protezione o condanna, chi il giudice e chi il colpevole, chi inseguiva e chi tracciava il cammino. Osservavo la profondità del tuo sguardo, e tutto quel che ci trovavo era una vecchia canzone, “così vanno le cose così devono andare”, noi sapevamo ma non sapevamo perché, come in quel film di Buñuel dove gli ospiti di una cena si salutano ma non se ne vanno, rimangono in attesa di un qualcosa di fronte alla porta, un qualcosa che non arriva e li tormenta e non sappiamo perché, e alla fine impazziscono tutti. Non sapevamo perché. Solamente che c’è un senso anche a Humahuaca, c’è un villaggio di barro con esseri umani che ci vivono ed hanno costruito i loro cimiteri e fumano Marlboro grigie, e se non c’è un senso lì allora dove.

Senza far rumore fluivamo fuori dallo spazio e dal tempo, eravamo lontani anni luce dal ricordo di un’infanzia, estranei. Comete. Lentamente ci stavamo spegnendo, ma nell’accelerazione finale avremmo fatto mille volte il giro del mondo, toccando ogni pietra senza considerazioni gravitazionali, eravamo nell’atmosfera e galleggiavamo leggeri in una nuvola d’amore, anche se avremmo avuto troppo paura di scriverlo su una lettera, su un cuscino. Eravamo due estranei in viaggio tra loro, un giga di foto da mostrare ad amici poco interessati nel giorno del ritorno, eravamo qualcosa che saremmo stati.

Quando incontrammo la linea, non ci fu sorpresa né sgomento. Solo uno sguardo reciproco piantato negli occhi, a ripetersi ancora una volta le parole di quella vecchia canzone. Una macchina passò al nostro fianco ai centodieci all’ora, il che significa che per molti quel punto era un punto qualsiasi. O forse eravamo noi ad essere traviati dalla poesia, ad inseguire chimere in un deserto arido e polveroso, a costruirci illusioni ottiche ed oasi nel deserto per provare sopravvivere a sopravvivere ancora un po’, per parlare con i morti. Era un luogo spaventosamente normale, un’astrazione tracciata sull’asfalto tra le pietre ed i cactus, un cartello verde a bordostrada a segnalare un’idea venti metri più in là.

“Qui passa il Tropico del Capricorno”.
Abbassai la cerniera, ed accesi una sigaretta. Pisciai felice.

Sandro de América


21 Gen

Non è alegria, non è baile, non è violencia il filo conduttore di questo gran continente latino. L’uomo comune, il simbolo di un unico grande popolo è (era) un cantante argentino, tanto sconosciuto in Europa quanto popolare tra le sue genti: Sandro de América. A Buenos Aires come a Bogotà, in Chile e in Ecuador, nelle case del pueblo così come nei giradischi dei ricchi, Sandro alias el Gitano è la costante sempre presente, il simbolo d’identità. Giuro di aver visto metallari alcolizzati mettere le mani avanti, come per dire “no. Sandro non si tocca”, ed intere famiglie ascoltare i suoi dischi in macchina, la domenica. Al punto che, per comodità, ad ogni incontro con sconosciuti, ho imparato a presentarmi “Sandro. Come il cantante”.

Le ragioni del suo successo? Era bianco, era argentino, era il cosiddetto “figo”. Era dotato di una voce impressionante (“la voz”), e di una grande abilità nel modularla a seconda dell’interpretazione. Pioniere del rock nel sud, si convertì presto in una stella della musica melodica, dopo una rapida stima in termini di profitti economici. I suoi dischi furono i più venduti negli Stati Uniti, tra i latinos, e la sua carriera sfociò presto nel cinema. Impressionante il delirio che gli tributavano le fans, di ogni epoca ed età.

Consumato dal tabacco e dalla vita, il 4 gennaio la Voz de América se ne è andata (difficile dire é passato a miglior vita). La cosa assurda, in tutto ciò, è che non si chiamava neppure Sandro. I funzionari del Registro Civile, nella Buenos Aires degli anni ’40, lo avevano considerato un nome illegale.

Argentinite


04 Lug

E’ effettivamente curioso aprire ElPais e trovarci il proprio panettiere, dei tempi di Bernal. Questa foto rende piuttosto bene di quanto l’aria sia diventata irrespirabile a Buenos Aires nell’ultima settimana, da quando cioè l’eterna convalescente Argentina si è resa conto di avere la febbre dei maiali, per gli amici H1N1.

Tra psicosi, terrore, propaganda, populismo, starnuti e insabbiamenti vari il problema pare piuttosto serio. Buenos Aires è una città di quindici milioni di incazzati, e la palese evidenza del “qualcosa di strano” dietro a questa strana epidemia è la voce comune.

Mientras tanto, il Governo rassicura e pontifica. Tra i mille inviti alla calma, an umconfortable truth: “occhio al denaro. E’ il maggiore mezzo veicolatore del virus”.

Cusi-Cusi


18 Mag

Sabato a Cusi-Cusi è arrivato un trattore. Niente di eccezionale, e invece sì. Cusi-Cusi è un pueblito perso nei 4.200 metri di altura e di confine tra Argentina Chile e Bolivia, e un trattore da quelle parti non c’era mai arrivato. A dire la verità sono molte le cose che non erano mai arrivate a Cusi-Cusi, trentasei ore di bus e quattro di strada sterrata attraverso un jeep da Buenos Aires, lì dove la gente mastica foglie di coca e mangia carne di lama, e coltiva quinoa, la preziosissima materia prima di quelle preziosissime barrette energetiche che ingurgitano i ciclisti e le donne che vanno in palestra.

Fu così che sabato arrivò il trattore, donato da un miscuglio di ONG e Cooperazioni varie, gran festa e tutti in piedi a cantare l’inno davanti alla stramba immagine di una bandiera argentina in mezzo al deserto, ma questo è un altro discorso. Ciò che vorrei sottolineare, invece, è: Cusi-Cusi si alimenta ad energia solare. Le case sono costruite interamente con Adobe (un fango prodotto dalla terra andina, ottimo per costruire pseudomattoni), la benzina per il trattore arriverà una volta al mese, le macchine presenti nel pueblo sono all’incirca cinque, ma Cusi-Cusi si alimenta a pannelli solari. Ogni casa (di Adobe) porta sul tetto (di paglia e/o arbusti vari) un pannello solare. Lo Stato argentino già da anni investì sull’energia solare, soprattutto in quelle aree a 36 ore + 4 dalla capitale.

In questi giorni di pre-campagna elettorale nel mio pueblo originario, il mio facebook si riempie di candidati vari (c’è anche chi dice: “combatteremo l’immigrazione”. Ah ah. Welcome to twothousandnine, hermano). In quel palco elettorale di 5.800 anime, volano parole retoriche per il mio pueblo, e non un cane (o un lama, o una pecora andina) che mi parli di pannelli solari. Continuiamo così, gente.

Oggi che è giunto un trattore, andrò a vivere a Cusi-Cusi. Prima che combattano l’immigrazione. Ah ah.

Pachamama


13 Mag

La provincia piú settentrionale dell’Argentina é un pianeta diverso. Scompare ogni siginificato globalmente inteso di “societá”, di “religione”, di “diritti e doveri” sotto l’influsso di Pachamama, Madre Natura, Terra, l’unico Dio e l’unico Governo per le diverse comunitá indigene disperse per la regione.

E’ la Terra – con la scarsa acqua rimasta – a dar la vita ai campesinos della regione, é la terra a convertirsi in fango e il fango in mattone ed il mattone in una casa, in un antro, in qualsiasi cosa che protegga dal sole perenne andino (da queste parti non piove da aprile a dicembre) e dalla gelida notte. E’ la Terra a resistere nel fondovalle, perché le montagne intorno sono pietra e polvere e cactus e vento, e dalla Terra nascono e resistono quelli che per sbaglio chiamarono “Indios”. Il panorama umano di questa provincia quasi boliviana (solo il futbol significa “Argentina”, qua a 36 ore di bus da Buenos Aires), Patrimonio Mondiale dell’Umanitá, é la cosa piú assurda che si possa immaginare. Nel taglio degli occhi e nel colore della pelle, nella fisionomia del volto e nei loro vestiti colorati con minerali del deserto resistono i pro-nipoti di chi per primo arrivó in America, secoli o millenni prima del Colombo, dall’Asia di chissá quale deserto orientale.

Poi c’é l’uomo bianco, con le sue miniere di Uranio e d’Oro che uccidono l’acqua e stuprano Pachamama. Un’altra storia.

Salta, Jujuy


09 Mag

C’era il sole, questa mattina, sul lato destro dell’autobus. Si vedeva il sole e nient’altro, enorme arancione palla di fuoco lì a venticinque metri dal finestrino del bus. Un fuoco di tramonto ed era mattina, un sole dell’Est a destra dell’autobus che andava verso Nord, verso Salta, verso Los Andes, verso la regione più povera dell’intera Argentina che guarda caso è quella che confina con la Bolivia, con la regione più indigena del Paese e guarda caso confina con la Bolivia, con la regione più controversa ed indigena e povera ed allegra e contadina e in una parola Boliviana dell’intera Argentina, immerso nel cuore di una comunità indigena contadina senz’acqua nel cuore delle Ande. E mentre il sole illuminava la pampa ed il bus andava verso nord io lì a pensare a quanto sono lunghe le Ande, iniziavano in Colombia e terminavano in Chile, ed in mezzo c’è l’Argentina con i suoi spazi infiniti con le sue mille faccie distinte ma in ogni modo grandiose, immense, e il sole che brucia una Pampa selvaggia dove finisce la notte ed inizia il Gran Vuoto. Poi haciendas dai trattori grossi come mietitrebbie, e innumerevoli vacche (una vacca virgola cinque per abitante, in questo Paese), otra vèz vegetazione e finalmente Los Andes. Il nord. Jujuy, La Quiaca. La regione più controversa, indigena, povera, contadina. La più allegra.

La Bambina ed il Viandante


06 Mag

¡Toh!


05 Mag

Quando nei dintorni della Capitale argentina uno si incazza, ed inizia ad accostare il nome di un fantomatico dio con cani e porci, é frequente che la popolazione circostante lo osservi e dica: “gli é salita la “Tanata“. (I “tanos” sono gli italiani”).

Los Porteños


01 Mag

Giá da qualche tempo vivo in un micromondo bizzarro. Una casita in elegante decadenza nel centro di Bernal, proprio lí dove tutti questi (apparentemente) uguali sobborghi intorno a Buenos Aires rivelano quelle differenze che esistettero ottanta o novant’anni or sono.

Oltre a me e al mio Trozito de Caribe, ovviamente, vive lí una famiglia argentina. Doña Miriam é il perno fondamentale della faccenda: una strega ma di quelle originali, usa le carte come paravento ma in realtá legge dentro agli occhi delle persone. Lavora dieci ore al giorno con il marito, il señor Eduardo, nel taller di sartoria che hanno montato al secondo piano.  Il señor Eduardo é ció che si potrebbe definire un todero: sarto, falegname, muratore, meccanico, panettiere ed idraulico, come il suo nonno d’Abruzzo gli insegnó cinquant’anni addietro. Adora il mate, come la moglie.

Poi c’é Pamela, la figlia, un anno piú di me e due figli piuttosto grandi. Diego, 7 anni, la sua essenza sta nel nome. Grande tifoso dell’Independiente, fatica a perdonare la mia inclinazione verso il River Plate. E la sorellina Abril, definitivamente hermosa.

E tutti insieme si tira allegramente avanti, nel decandente incedere del sano pessimismo europeo nei sobborghi di una capitale latina; finché c’é mate, c’é speranza.

Un popolo un perchè


27 Apr

“Gli argentini? Sono italiani che parlano spagnolo, vestono francese e sognano di essere inglesi”.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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