Archivio per la Categoria “Viaggi Mentali”


L’acqua inonda il Corso e sommerge i piedini nelle scarpette dei passanti. Operai peruviani dal martello pneumatico sbarazzino fanno i finti tonti, un ingeniere se ne sta seduto sotto la Cattedrale perchè piove, maledetto governo ladro. E maledetti peruviani. La signora qua davanti è contenta, con sessantasette euri le hanno dato una crema per mani ai mirtilli, insieme al profumo. Giulia Tonelli è stata stupida, dice, poteva vincere ieri sera in televisione e invece no. Ha vinto? Controlla su internet, come si chiama più? La sfida dei talenti? Accendo l’mp3. Canzone per i morti di Reggio Emilia, poi Laurie Anderson. Anche mia nonna l’altro giorno mi ha detto che non si fanno più le belle canzoni di una volta, me l’ha detto mentre ascoltavo Mr. Tamburine. I fogli gialli vanno nella cartellina verde nello schedario blu. In ordine alfabetico decrescente. Solamente attraverso la sofferenza l’uomo trova sè stesso. Vi auguro a tutti un parto doloroso.

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Sono nato in un posto dove la gente dichiarava morte le persone in coma: avevano fretta di andare al funerale. Le attivita’ di svago dopotutto erano quelle che erano ed ogni avvenimento era buono per rompere la routine delle stagioni. Anche le stagioni erano una via di fuga, una sceneggiatura a quattro lati che ruotava su se’ stessa fino a quando sarebbe calato il sipario. Poi vennero le droghe, in dose massiccia e a massicce dosi, tante droghe per tutti i gusti nella Nuova Societa’ della Libera Scelta, un cono con eroina ed anfetamine di guerra per me ed una coppetta di soli acidi per la mia ragazza, se ci puo’ mettere un po’ di panna montata sopra per favore. Alla ragazza, dico. Che presero due piccioni con una pera, perche’ fornivano un’attivita’ di svago alternativa alla popolazione incrementando ineluttabilmente la frequenza dei funerali, finche’ imprevedibilmente la frenesia dei nuovi usi entro’ nella sua fase di naturale recessione.
Erano giunti i tempi dell’ozio, la gente si riuniva in veri e propri “movimenti per l’ozio” poi sostituiti in “progetti di ozio” per il terrore che la parola “movimento” ispirava nei facinorosi al contrario, un ozio condiviso ed uno zio condiviso con Thomas Elliot Erika Pitsillides e Gianni Mina’, e tutti quei razzisti d’avanguardia che odiavano i bianchi, milioni di razzisti con le camicie verdi al contrario, perche’ essere originali divenne una priorita’ e la Febbre dei Lama aveva contagiato il mondo capovolto, nonostante il vaccino Avast -poi sostituito con Atsizzar - dell’Azienda Sanitaria Locale. Innumerevoli code di bambine e bambini tra i cinque ed i dieci anni, le bimbe col grembiule e i bambini con la maglietta di Che Guevara, niente di originale quel suo nome da guerrigliero della pampa, se fosse nato a Genova si sarebbe chiamato Belin Guevara con buona pace del merchandising cinese, e di tutti i semiologi dell’assurdo.

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Vi guardo nascosto dietro uno spioncino, lo schermo di un computer. Sensibile ai cambi d’umore del mondo, dal mio sudicio nido vi leggo e vi osservo, vi ascolto e non vi sento.

Ho incontrato un giornalaio di sotto per strada, mi ha parlato di voi. Vendeva pezzi di carta sporchi d’inchiostro, e in allegato regalavano una bottiglia di rhum. Pacchetto completo. Ho comprato il rhum ed ho buttato il giornale, siamo nel terzo millennio e la depressione ormai si può contrattare via internet. Sono sceso per strada con i miei pantaloni andini bianchi, sporchi di mondo ed intrisi di me. E per strada, in questo villaggio di sconosciuti dalle faccie già viste, salutavo persone che mi guardavano con stupore. C’era il macellaio, l’autista del pulmino, l’artigiano delle bare e la signora col passeggino, come stai e come sta la mamma, salutami tuo padre e passala bene e ciao ciao, ma parlavano in una lingua straniera e non ho saputo rispondere niente. Mi accarezzava il vento nei capelli e bestemmiavo contro il vento negli occhi, impazzivo, poi una macchina scura è passata a ritmo di tunz tunz e ho riconosciuto mio figlio al posto di guida. Voi non lo sapete, non lo potete capire, ma la mia carne profuma di magnetico-mattina. Tra scandalose carezze, morsi di affetto su una crosta di pane dura, dura e vecchia. E’ così oggi qua e così era ieri là, eppure lontani non si stava male, vicini mal non si sta, e un foglio di carta sempre bianco a ricordare l’inconsistenza dei miei pensieri. Fogli di carta, pagine di viaggi, storie di insuccessi e romanzi di vendetta, filosofia di seconda mano, lo scrittore è un personaggio di sé stesso e probabilmente non vale nemmeno la pena incontrarlo.

Avevano ragione i Simpson. Nell’emisfero australe, l’acqua nella tazza del cesso gira in senso inverso.

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Un percorso mistico, quasi infinito. Sessantaquattro con Novantuno C fino a Quarantanove C con Ottantanquattro. Ricordo che abbaiavano i cani, e mi inseguivano, bastardi esseri pulciosi e selvaggi così vivi da spezzare la morte di quelle notti. Quei cani, simbolo della morte viva nelle notti morte. E le mie ciabatte, sempre più veloci sul cemento sudato, su da quella salita infinita, viaggi mentali ed un pellerossa tra le dita, miliardi di pensieri incasinati dopo un’altra overdose di te. Su per quella salita ti ho conosciuta ed ho conosciuto me stesso, su da quella salita col filo spinato, e le guardie ed i ladri ad inseguirsi intorno a me. Che me ne andavo col computer sulle spalle, alle due di notte nella Provincia del Tropico, e a fanculo il terrorismo psicologico, ogni notte a sognare case coloniali e capanne di banano, fino al giardiniere notturno che solitario rinfrescava il cemento. Quella salita qualche ora prima era stata una discesa, la mia solitudine era stata la tua compagnia, i colori del mondo apparivano diversi. Quella salita esisteva solo se esisteva solo per me, nessun taxista né puttana né disperato né giardiniere popolava quel regno, me ed i miei passi e i buchi nel cemento e i buchi nella testa e l’immagine di me stesso con la mano sul tuo culo al pomeriggio. Dietro le mie spalle l’essenza, di fronte a me l’immortale disordine, poker e alcol e amici e superficialità rendevano più difficile e più magica la maledetta salita.

Camminavo sotto quei mangos e respiravo leggenda. Immaginavo libri e parole e frasi e canzoni da incidere su quel cemento, disegnavo progetti e scenari e miti troppo lontani in questa pianura fredda. Quella salita collegava il mondo al paradiso, ma io ancora non lo sapevo.

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Viaggiare non è vedere Kathmandu. Viaggiare è sognare Kathmandu.

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Se ne tornò un giorno a casa sposato.

Il foglio di carta in mano, la catena di spine in testa. Ma niente fede nuziale al dito, nessuna cravatta appesa al collo, assenza di profumi sulla sua pelle. E nemmeno una sposa tra le braccia, a dirla tutta.

Si era sposato quel pomeriggio alle sei, nel limite invisibile tra l’inizio e la fine, perchè a quell’ora nelle strade esplodeva l’onda tiepida del brivido notturno, e al momento del sì senza un motivo preciso ripensò a quei tempi freddi nelle pianure prussiane, a quando alla stessa ora si celebrava la morte del giorno tra l’intima sicurezza di quattro mura. Quindici minuti dopo erano entrambi ubriachi, nel patio del municipio, a chiedere il fuoco a un testimone per accendersi in bocca l’incenso nuziale.

Poi, fedeli a una tradizione strettamente interpersonale a loro, salirono su un taxi per festeggiare in un motel della periferia una prima notte anticipata all’ora dell’aperitivo.

Il contratto reale in quel matrimonio era però indubbiamente occulto. Quel plico di stronzate snocciolate in faccia allo sguardo scettico del burocrata racchiudevano in sè un potenziale emozionale infinitamente maggiore dell’ipocrisia vitalizia nella quale si avvolgevano. Con quel matrimonio, in realtà, componevano un segreto a quattro mani vivo e definito solamente tra di loro, inestricabile al mondo di fuori. Un silenzio totale avrebbe per sempre accarezzato il loro scrigno, uno strato di metallo pesante che si sarebbe abbattuta sulla verità del loro esistere in osmosi.

Finchè morte non li separò.

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Toccata e fuga in un Paese in guerra. Anche se nelle strade la musica abbraccia il profumo di vita di un popolo intero, è nelle puttane della Jimenez o nei barboni di ogni angolo la realtà della faccenda. Sfumano nei bambini-ambulanti e nel 75% di vecchi senza pensione le avanguardie dell’arte e l’ultimo Juan Valdez aperto a Los Angeles. Il sentimento di pace interiore risorge solamente tra le palme di Santo Caribe, sulle carezze che il vento dell’alba lascia sulle tue labbra fameliche.

Tutt’intorno la gente balla, le fotosequenze si ripetono, una mamma andina si carica il figlio sulla schiena come un fagotto, come un sacco di mais lo trascina nel suo vagare. Fottendosene del professionista luminare che le marcia accanto, direzione Miami e un’aula di chissà quale ateneo. Quando è già buio un negro del Pacifico ti ferma, ti mormora qualcosa nel suo slang e ti invita a ballare, e la ritmica è un ipnosi totale che riporta a centoquindici vite passate, quando gli uomini si muovevano dipingendo ellittici tratti perchè le gambe si chiamavano elastici. Una televisisone parla dei casini nel Putumayo, in quel quadratino d’inferno separatosi dal Paradiso dell’Amazzonia. Dove un giorno apparve la coca, e si trascinò dietro come una maledizione biblica i narcos, i paramilitari, la violenza, i sequestri, le improvvise sparizioni. E scomparve lo Stato, lasciando su un palo un pezzo di stoffa. “Le Piramidi” sono le ultime piaghe di questa gente. Un’assurdità reale, un sistema così inverosimile trasformato in realtà dal nonsense del Tropico. Se certa gente su poltrone vellutate ha moltiplicato i pani e i pesci in poco tempo perchè non potrei riuscirci anch’io, questa la matematica del meccanismo.

Perditi con me nei sentieri di Sierra Nevada e raccontami la tua terra. Parlami di tuo trisavolo e di Simon Bolivar, di una vecchia strega e del suo iguana, di quello che mangi e dell’aria che respiri. Raccontami tutte le tue favole indigene e mettici dentro il secolo ventuno, un aereo, il futuro. Tu sei Colombia, indecifrabile e magica.

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Mi chiamo Karenin, o perlomeno si chiama così quella parte di me che esiste da questo lato del mondo. Sì, perché io ho due vite, sono due persone diverse, sono un doppio del me stesso originale che ha smesso di essere unico quando ha iniziato ad esser sé stesso, in versione originale.
Ho due vite e ho due cappotti, da indossare a seconda delle stagioni. E proprio come si può sfuggire agli inverni troppo lunghi, con un aereo per Honolulu, io posso sfuggire alla mia vita troppo fredda volando di là dal muro. Perché proprio l’aereo è la mia chiave, la stanza segreta nascosta dietro un armadio dell’FBI dove mi spoglio di tutto e mi reincarno nell’altro me stesso. Carl Kent sale sull’aereo e Superman ne scende, anche se la faccia è sempre uguale a quella stampata sul passaporto, quando avevo i capelli lunghi, ed ero solo Karenin, Karenin per tutti.
Ho due vite e non si toccheranno mai fra loro. Un aereo sarà sempre la barriera impenetrabile sospesa tra i due mondi a dividerli, ad evitare la collisione di cose e di persone nella camera iperbarica del mio cervello. Da un lato retaggi di tradizioni millenari si fondono nell’immagine del Karenin proiettata al mondo, dall’altro un’esplosione di fantasia plasma un filtro di colori con cui guardare il mondo. Io, ogni tanto, mi diverto a raccontare ai compagni di viaggio di uno dei due lati i profumi i sapori e le scale di valori che regolano la vita nell’altra vita, come quel bambino che cercava di descrivere a un cieco la mela e quello gli chiedeva “spiegami com’è il rosso e com’è il giallo”.

Io ho due vite, e non so più qual’è l’originale.

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