Archivio per Aprile 2008

Al di là della preoccupazione dei Paesi (quelli con la P maiuscola) dell’Unione Europea per il ritorno dell’Onnipotente, un non-troppo-velato spirito di sfottò ha accolto il risultato già vecchio proveniente dallo stivalaccio.

Si preannunciano cinque anni simpatici per gli italiani residenti o in qualche modo esiliati all’estero. La macchina si è già messa in moto.

UPDATE: from Karim, il Gesù Cristo della Politica.

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Compagni di sventura, pare che questo fin di settimana marcaraibico che mi si prospetta sarà offuscato da sventurate notizie. Altre formidabili autosodomie sogghignano lì dietro l’angolo, a luce di candela di urna elettorale. Dramma. Sgomento.

Voi tutti, con la legittima supposta del voto o del non-voto, sarete i responsabili del mio futuro prossimo. Confesso che la cosa non mi permetterà di godermi fino in fondo palette e secchielli, ma ammetto che il risultato non sarebbe certamente migliore con la mia presenza in loco. Voi tutti sarete i responsabili del mio futuro prossimo, e vi assumete domenica l’impegno di non biasimare eventuali esilii, fughe, depressive lagne di fronte a un Dolcetto di Dogliani su incompatibilità ambientali di cui voi sarete i responsabili. Farò i vostri nomi quando amici indoeuropei si burleranno di vecchi pagliacci di cera che faranno arrossire il mondo a nome mio, e scriverò sui muri di un cesso in Guatemala o a Seul i miei sinceri vaffanculo ai messaggi eretici di quei 4 disgraziati. Vi ringrazierò tutti per aver scelto, tra il peggio ed il meno peggio, di rinunciare per sempre al meglio o quantomeno al degno, e continuerò a sfoggiare il sorriso beota a chi mi saluterà al grido di “Amigo italiano amigo”. Quello stesso sorriso beota che sfregia la faccia dell’emerito Presidente in arrivo. Quando il cuore e le radici mi richiameranno a forza nel feudo natìo, ai miei occhi apparirete tutti come nel finale di Cinema Paradiso, tutti vecchi rassegnati e litigiosi, un’intreccio moltitudinale di coppie di pensionati che se la menano perchè la passione si è spenta.

Siamo nella merda compadri. Domenica entrate là dentro e tirate l’acqua anche per me.

Acabava de escribir el “Post de la vida” sobre cosas espirituales de importancia extrema cuando Marta se acercò y me borrò todo.

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Dicono che bisogna aiutare i Paesi del Terzo mondo e l’Italia risponde inviando alla Colombia Nek, il Ramazzotti, Tiziano Ferro, Laura Pausini, la Birra Peroni, Baltic Man e Leo.

Giusto di fronte all’Universidad si nasconde “El Tunel“, uno di quei tipici ristoranti per buone forchette che in Italia si chiamano “Trattoria da Marisa” e sfamano con ottime economie qualità/prezzo camionisti lavoratori e studenti. All’ombra di alberi sconosciuti, c’è sempre il “piatto del giorno” da cui non si esula accompagnato da zuppe e sciroppi strani, mentre galline e anatre ignare del loro destino zampettano allegramente sotto i tavoli. Bambini in mutande e piedi nudi allegramente si inseguono e ondeggiano sulle 5 amache.photo-0196.jpg

Giusto di fronte all’università si diceva, e nell’università nessuno conosce “El Tunel”. Questa schiera d’incamiciati da quattro o cinque anni spreca la sua quotidianità alla stessa fermata dell’autobus e non si è mai accorta del piccolo paradiso gastronomico che si nasconde al di là del sottopassaggio. E tutto ciò perchè semplicemente non se n’è mai voluta accorgere, secondo lo stesso principio che regola e legittima le spaventose diseguaglianze sociali che da sempre stravolgono nel silenzio l’America Latina.

Le regole sociali della Colombia si basano su una grottesca divisione in “extractos“. Barranquilla va dall’1 al 6, curiosamente in ordine Sud-Nord, e le tasse e i servizi variano a seconda dell’area urbana di suddivisione. Non è uno scherzo, ma la classe di appartenenza appare anche su qualche scartoffia personale: nomi, cognomi, gruppo sanguigno e soldi in tasca.

C’è una scintilla di folle ipocrisia nel meccanismo intrinseco. C’è lo sforzo di alzarsi al mattino, raggiungere aule e laboratori dove sollevati dalla forte aria condizionata tutti insieme noi si ciarlerà, come ieri e come domani, di tutte quelle belle cose che accadono o accaddero o accadranno chissà dove nel mondo, per uscire col sorriso sereno alla sera e pagare con gli interessi la botta. Non è il muro di calda caraibica umida atmosfera che picchia, è lo sguardo scorrevole del ciò che circonda la materna placenta del campus universitario. Questa città di un milione e mezzo di abitanti, come altri milioni e mezzo di città, non è altro che un palcoscenico senza teatro nè pubblico o muri, un non-luogo dove gli attori - troppi attori - mettono in scena la loro quotidianità fatta di nulla, niente è negativo perchè niente è positivo, semplicemente lo scopo è tirare avanti con i 4 dvd pirata quotidiani per ricominciare la sfida un altro giorno. Niente discussioni politiche, nessuna rilettura di Goethe, o illusori progetti fantascientifici su come ridurre l’attrito delle ali nell’aria: là fuori manca il pane e l’acqua è sporca, ma più che tutto manca quella componente di sogni che alimentano ogni giorno la luce in fondo al Tunnel.

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In un bunker isolato nel vecchio continente, un equipe di supercervelli è rinchiuso a pane e acqua ponderando su quel problema cosi grande che nessuno percepisce come problema. Davanti a loro l’immagine del nemico, un Euro dopato e in doppio bicipite che con ghigno di sfida anarchizza incontrastato nei mercati internazionali.

Qualche centinaia di kilometri più in basso, un’altro team dai cervelli decisamente meno super si presenta ancora una volta alle elezioni, roboanti nel nome e nel simbolo. La romantica utopia di un mondo migliore sfocia nel Partito, Partito No Euro.

Dall’altra parte dell’oceano, più di un europeo sogghignante affolla negozi e magazzini:
“Salve, mi dia un Mac”.
“Certo signore. Sono mille dollari”
“Ah! Allora me ne dia due“.

Un film di qualche anno fa stereotipizzava ironicamente gli Europei. In particolare, a Bratislava, il turista yankee lasciava un penny di mancia ad un cameriere di hotel che, incredulo, si licenziava per avviare a sua volta un business alberghiero.
Nel sequel del film lo slovacco arricchito viaggerà a Hollywood, dove con un penny di Euro comprerà il regista del film

uribe.jpgC’è una visione comune costante sulle strade di Colombia, che non cambia nelle ciarle con gli abitanti del nord, sud o centro del Paese. Confermata nei giorni scorsi anche dai sondaggi de El Tiempo, frutto anche di schiaffi e sgambetti internazionali con i Cattivi dei paesi vicini. A Barranquilla come a Medellin, a Manizales come a Cali il grido è unico, i taxisti e i compagni di sbronza concordano: .

Il bonario osservatore straniero, sia esso italiano tedesco o argentino, abituato ad un acceso ed eterno multidibattito su tutto ciò che riguarda il magico mondo della politica e dei suoi paraderivati, rimane effettivamente un attimo perplesso di fronte a cotanta uniformità di giudizio, soprattutto se lo stesso legge i cybergiornali del mattino. Le collisioni grigioverdi di Uribe periodicamente scoperte, le sue vicende personali passate basterebbero a frenare manifestazioni di plebiscito così massiccie, ma l’indole colombiana “così capace di dimenticare le cose negative” pare si stringa più che mai intorno al suo presidente, come televisioni e giornali, d’altra parte.

Le motivazioni di tanto appoggio, in genere, sono sempre le stesse. Il livello di sicurezza e il pugno duro che Uribe ha garantito negli ultimi anni sono stati recepiti positivamente dai colombiani, stanchi di vivere in un Paese dove un semplice viaggio in autobus era fonte di pericolo. Più di una volta, infatti, informandomi sulla sicurezza di questa o quella città la risposta è stata “Ahora que tenimos un Presidente de verdad, Colombia està supersegura”, accompagnata a volte da balle spaziali (”la strada per il Chocò è pattugliata costantemente da elicotteri”, giuro che ho sentito anche questa).

Interessante sarà quindi la situazione nel 2010, quando la Costituzione metterà fine legale ai due mandati del “Presidente de Verdad”. A meno che anche la Costituzione non si unisca all’84% dei fedeli.

© by Baltic Man