Definire l’anima di Barranquilla in italiano: praticamente impossibile. Esistono concetti o sfumature che funzionano solo tra le strade di questo grande villaggio di due milioni di persone, e perdono il loro significato se estrapolati dal loro contesto naturale. Meglio usare altri linguaggi, allora. Come la musica e il baile, vera essenza di questa terra, dove la caratteristica principale risiede del mestizaje, nella fusione di caratteri diversi (africani, indigeni, arabi ed europei) ad opera del Grande Sole.
Systema Solar non fa nient’altro che rappresentare il mestizaje in musica. Mixando i ritmi folclorici locali con l’elettronica, nello scenario naturale della vita en la calle. Ciò che ne risulta, è uno strumento piuttosto utile per intuire ciò che significa Barranquilla.
Questa mattina, Nacho mi raccontava che non potrà andarsene un paio di settimane in Ecuador con sua sorella, perchè non ha la libreta militar.
La libreta militar.
Che assonanza di parole musicalmente dissonanti tra di loro.
Trattasi di un pezzo di carta, nient’altro che un solito fottuto pezzo di carta (quanti problemi hanno causato i pezzi di carta…e nell’epoca del “puffff” virtuale, continuiamo ad esserne succubi), un foglio che dica: “Obblighi militari assolti”. (Mi sfugge il senso di un’intera “libreta”, per scriverci su “obblighi militari assolti”).
Il problema, non secondario, è che questa libreta si ottiene versando una cospicua somma di denaro, dipendente dalla fascia sociale del giovine (e quindi, ad occhio, già si potrebbe pronosticare con un certo anticipo a chi toccheranno due anni nel Caquetà e a chi no…), somma di denaro che in pratica costituisce “il prezzo della libertà”. Allucinante. Allucinante perchè un buon novantacinque percento dei diciannovenni d’europa non si rende conto, quotidianamente, della loro buena suerte.
Insegnare l’italiano, questo è il mio mestiere attuale. Una faccenda apparentemente facile, se non fosse che… mai provato a rivedere qualche regola grammaticale? E’ una roba interessante, perchè son tutte cose che ti spiegarono quando avevi sei o otto o undici anni, o forse mai perchè certe cose si imparano solo parlando, e così risulta difficile nell’epoca “adulta” definire quando si usa l’ausiliare Essere e quando Avere, per costruire il passato. Insegnare l’italiano ed accendere il facebook rendendosi conto che l’italiano, ebbene no, non esiste più. E comunque provarci, perchè una nuova lingua è un altro pezzo di personalità, e se trenta disgraziati impareranno davvero l’italiano in qualche modo mi sentirò una persona utile a questo mondo. Insegnare l’italiano attraverso canzoni che sono diventate sinonimo di bellezza, e con un solo colpo di spugna annullare il proselitismo barato di usurpatori della poetica come i vari laurapausini o tizianoferro o eros o nek, che sopravvivono soprattutto grazie all’America Latina. Ma soprattutto, insegnare italiano per chiedere “perchè, perchè studiate questa lingua così terribilmente fuori moda e romantica?”, e rendersi conto ancora una volta, tra le varie fantasiose interpretazioni, che “l’italiano è la lingua del buon gusto, della musica, della poesia, della cucina, e l’inglese ha rotto i coglioni”.
Perdiamoci, e nada màs. Giù in direzione dell’acqua verso un sud che prima o poi ci fermerà, giù tra le empanadas e le arepas, tra i taxi e vecchi bus, moto, frutta, i carri dei basureros, le camionette texane dei ricchi di zona-nord, il negozio dei mariachi e l’ambulante venditore di mangos. Un’immersione totale nella relatività degli universi circostanti, se è così facile prendere un aereo e inventarsi un nuovo mondo. Ovviamente, un bonus riservato solo ai possessori di un idoneo passaporto. Parole di cui ho sempre ignorato il significato. Come “leadership”, “competitività”, “spirito di gruppo”. Balle. Servono per nascondere dietro una finta maschera terminologie più complesse, tipo “fuga: voglia di” con tutto ciò che fuggire realmente comporta; sono stati scritti interessanti libri sull’argomento. Parole che servono solo per mangiare, e nutrono comunque meno di una braciolata tra amici. Dall’alto di un marciapiede a scalini del Parque Metropolitano, il mondo è un algoritmo di combinazioni possibili, potenzialmente illimitati, e l’uomo, una pedina verde nel grande labirinto. Paradossalmente curioso come sia generalmente limitata la percezione di un possibile schema alternativo, un altro vivere (e non un’altra vita) nuove verità, una nuova password sul computer della biblioteca. Il cambio. L’illusione.
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Residui di staticità da scrollarsi di dosso, irritano. Sogni di Tagikistan, ma il Tagikistan è troppo lontano, e il passaporto sepolto sotto pile di umidità. E Mompos dietro l’angolo, Mompos terra spagnola nella Colonia del 1500, Mompos terra di nessuno e terra di tutti ma soprattutto terra, un ritaglio di terra piantato in mezzo al Rìo Magdalena, si dice che Garcìa Marquez immaginò lì la sua Macondo, una storia credibile per architettura e geografia ma completamente irrilevante. La realtà dei libri non deve confondersi con la realtà del reale, intrisa di monossido di carbonio e sole, la stagione delle pioggie ancora non arriva, è il fenomeno del temibile Niño che sta sconvolgendo il mondo, e mentre una Norvegia cinquant’anni più avanti costruisce una riserva della vita, c’è chi risale el Rìo y se va pa’ Mompos.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”