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Chi non è mai partito non può tornare


09 Set

…si può essere stranieri a Londra, se si è slovacchi o italiani, e l’Europa è un’unica casa?

Nella matematica di questo documentario, il risultato è chiaro.
L’Europa non è – ancora – un’unica casa.

Tre anni di gestazione, quattro diverse città, in Europa.
I profili degli intervistati selezionati accuratamente per non lasciare indietro nessuna possibilità: chi è partito e non vuole tornare, chi è partito e vorrebbe tornare, chi è tornato e sta bene, chi è tornato e non sa se ripartire.

E sommerse tra cifre, numeri e statistiche, molte storie vere, di quelle che succedono dentro.
La confessione di Isabel, che dalla Polonia se n’è andata a Londra e con profitto, ma che oggi non può tornare perché suo marito, australiano, dovrebbe reinventarsi una vita in polacco. Isabel, che scrive un diario affinché i suoi figli un giorno possano capire, tormentata dal dubbio che per i suoi figli, quel giorno, la lingua di sua madre sarà una lingua straniera.

I polacchi a Londra (moltissimi, una nazione a parte), gli italiani a Londra (la sesta città d’Italia, dopo Genova), i tedeschi ovunque, gli scienziati delle stelle a cui il concetto di “confine” sta troppo stretto. E una musica che è soprattutto un canto, e una mano che chiede consiglio ai muri, “continuare a spostare le persone, o spostare le prospettive?”

I muri, come al solito, non hanno risposta.

[Il documentario è stato realizzato nell’ambito del progetto ReTurn – Central Europe].

Hobohemia is my place to be


19 Ago

No Hobos Any More

Hobohemia è la vita reale.
E’ l’incontro tra le genti, lo scontro, l’insieme delle strutture ridotto alla sola legge del buonsenso.

Se il paese muore, è anche un po’ colpa nostra.
Se non hai il coraggio di difendere, è anche un po’ colpa tua.

Hobohemia è musica, liberazione dalla musica, spontaneità.
Hobohemia sostituisce “il paese” con un senso più ampio e ristretto, individua la patria nella stanza di un amico o nell’inverno scorso, osserva riflette si abbandona e ci prova.

Hobohemia, mercoledì 21 agosto, sono un gruppo di ragazzi, emigranti o figli di emigranti, che riaprono la scuola elementare di Trappa, la stessa scuola elementare in cui forse studiarono i loro genitori, prima di andarsene via.
[Hobohemia è fatta anche di questo, della scheggia sotto la pelle di questa recente epoca in cui in italia circolavano i soldi, e allora venivano ristrutturate alla grande le scuole elementare, prima ancora di accorgersi che quegli stessi soldi si erano portati via i bambini che avrebbero dovuto riempirle. Hobohemia, mercoledì 21, sono questi ragazzi che per due settimane ritornano a Trappa, e si chiedono perché non sia possibile pensare di vivere lì.

Mercoledì 21 agosto, Hobohemia vorrebbe provare ad ascoltare, indurre a suonare, coinvolgere i nemici, e giocare a giocare. Senza pretese, perché i puristi dell’identità Hobo poi si offenderebbero, se l’obiettivo non fosse semplicemente il non avere obiettivi specifici, il vivere tutto come una poesia o forse solo come un antidoto alla noia, o forse era come disse Kepha, “tutte le sere, quando spengo la luce, parlo con Dio e gli spiego che io ho fatto la mia parte. Gli dico che ora tocca a lui”.

Il film racconta di un pezzo di vita vissuta pochi mesi prima, pochi chilometri più su, negli stessi boschi sopra la stazione abbandonata di Trappa. Racconta tutto quel che non si vede, e forse si intuisce solamente, perché una videocamera non potrebbe essere così potente: racconta di un filo invisibile tra una trascurabile valle nelle alpi marittime e un gruppo di giovani in andalusìa, un filo invisibile che parte da un’estate 2012 e arriva nell’epoca del leggendario West, quando l’occidente correva verso la sua frontiera.

Sono cambiati i tempi, e lo si capisce dalla percezione degli spazi.
Nel mondo descritto da Nels Anderson, le pianure sconfinate venivano tracciate da nuove ferrovie, solcate da città nate sul nulla che crescevano imperiose.
[Nella stessa epoca, a Trappa, il regno d’italia costruiva le sue ferrovie. La mano dello Stato raggiungeva le valli più isolate, pretendeva di ispirare fiducia e protezione].
Nel mondo captato dal film, le pianure sono diventate valli strette e boscose. I palazzi di granada sono tutti pieni. E quel che rimane vuoto, diventa invisibile.

Hobohemia, comunque, non è un film.
La sua immagine migliore prende forma con la musica, che non significa nient’altro che se stessa.
E infatti tutto avrà un suono, e il suono sarà l’incontro.

Per l’occasione Leonardo Lacarne, protagonista del film, quella stessa notte se ne tornerà a Granada.

Tutto scorre, niente muta


27 Lug

[Una gradita mail di recensione alle “Voci del Tanaro”]

finalmente visto!
un piccolo gioiellino!
ovviamente “piccolo” in quanto prezioso e raro.
L’idea e’ da subito vincente, un viaggio nel tempo e negli spazi remoti di valli in continua trasformazione attraverso il “verbum”, la parola.
“Negli stessi fiumi siamo e non siamo”, diceva eraclito, tutto scorre e allo stesso tempo non muta mai.
Il “logos”, il linguaggio appunto, ci abita ma da sempre gli uomini non hanno intelligenza. La parola sfugge, non si comprende, eppure tutte le cose accadono secondo questo linguaggio.
Si parla nello specifico di dialetto, l’idioma di pochi e di molti, e ci si perde nelle mille svariate possibilità di dire la stessa cosa.
Affascinante, sorprendente, a tratti pirandelliano come nel caso del dottore che danza e canta freneticamente.
Nella lingua si cela un mondo. Il mondo come tensione; non annula, né concilia ma lo fa essere il contrasto.

“Voce mia tua chissa’ la voce,
voce mia tua chissa’ chiamare questo…”
C.B.

Lettere da Bucarest


10 Lug

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La videocamera come un dildo con cui distrarsi, inseguire morbosità, regalarsi un po’ di inutile piacere.

Tre mesi di passeggiate in solitudine tra i marciapiedi bizzarri della metropoli straniera, la luce improvvisa del mondo fuori dalla stanza che si fa stimolo e diventa un’immagine. L’immagine, l’immagine intesa dal punto di vista semiologico, l’immagine con il suo significato più ultimo, che è quello che li vorrebbe contenere tutti, “ma non fa altro che escludere”. Il ponte sospeso dall’altra parte del mare, ponte di parole e di ferite, di unghie per grattarsi via i crosti e voglia di accarezzare. Poi un amico che viene a trovarti, si stappano le birre e le immagini diventano parole, e tutto insieme cristallizza in una melodia – in accordi minori.

Lettere da Bucarest non è un cortometraggio, non voleva esserlo. Sono tre mesi e un momento, un gatto e una gatta che si annusano e non si riconoscono, irrazionalità di condivisione. Una voce sconosciuta ne ha letto i testi, un amico lontano ha risposto, tutto il resto è venuto fuori inseguendo un gioco. La versione integrale dura 18 minuti, e può essere spedita in cambio di un commento.

[qui c’è qualche frame].

Le Voci del Tanaro – 1


29 Mar

Le Voci del Tanaro e’ un tentativo di Kolossal fatto in casa.
Cinque mesi di riprese, cinquanta persone coinvolte, cinquecento ore di materiale girato, cinquemila momenti di assurdita’ captati lungo il corso del fiume Tanaro, da Briga Alta a Bassignana.

Se ne riparlera’ dal 5 maggio in poi.

Geronimo Carbonò


06 Gen

Perchè?

Perchè la crisi.
Perchè la crisi, e il mondo cambia.
Perchè la crisi, e il mondo cambia, e succedono cose.
Perchè la crisi, e il mondo cambia, e succedono cose strane.

Geronimo Carbonò è una maschera. Una scusa, uno sbaglio. Un nome e un cognome rubati alla storia, un nome e un cognome dimenticati dalla storia. Il nostro nome e il nostro cognome, “nostro” di un noi aleatorio e infinito, labile e confuso, concreto.

Geronimo Carbonò ha voglia. Di fare, di distruggere, di andare avanti e tornare indietro. Ha voglia di fare l’amore in maniere strane, a lume di candela o con cera incandescente che gocciola sulla pelle. Ha voglia di analizzare e manipolare, stimolare e svanire, sognare di partire per poi tornare.

Geronimo Carbonò sono occhi, mani, piedi, meraviglie e sudori. Persone diverse, persone. Profondamente sbagliate, intimamente simili, contraddizioni univoche disperse su mille pianeti diversi scaldati da un unico sole. I nomi e i cognomi che si nascondono dietro la maschera di Geronimo sono frutto della fantasia di uno scrittore annoiato.

Geronimo Carbonò è musica, immagini, parole. Fondamentalmente, è bugia. Geronimo Carbonò è una bugia, raccontata a fin di bene. E Geronimo Carbonò è un’utopia, un tempo senza spazio, un qui che diventa adesso quando Geronimo Carbonò è.

E poi Geronimo Carbonò è anche un’Associazione Culturale. Così dice la legge. Che poi non è così male, perchè “Associazione” significa “unire insieme”, significa tanto, significa tutto, mentre “culturale”…. beh.

Ma Geronimo Carbonò è soprattutto tutto il resto. Quel che rimane da fare, quel che ancora deve essere detto.

Benvenuti a casa Geronimo.

Coming soon


08 Ott

Confluenza del Po nel Tanaro

Il luogo in cui il Po si tuffa nel Tanaro.
Riprese del film documentario “Le voci del Tanaro”.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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