Archive for the ‘Vita’ Category

…quand j’étais grand


12 Mag

Left

Fili d’erba sulla pelle.
Guarda il disegno, osserva la trama.
Piccole filature che rompono di giallo il verde.

Guarda il disegno, osserva la trama:
tra poche settimane questo fieno non ci sarà più.

Guarda il disegno, osserva la trama:
sono passato di lì l’altro giorno, e tutto era ancora terra e solo terra.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta in cui ho sentito la tua voce?
Tu adesso sei terra viva, dentro di te crescono fili d’erba,
piccole striature che colorano di giallo il verde.
Tu adesso sei primavera.

L’ultima volta in cui ho sentito la tua voce
parlava di fallimenti e insensibilità,
di giochi d’azzardo e scarsa responsabilità,
era uno sguardo ferito di sincera pietà.
Parlava di me, ma era un’altra lingua,
una lingua straniera, e non sempre capivo tutto.

E allora, quanto tempo è passato?
Anche l’ultima volta, poco prima dell’ultima volta,
siam passati di qua.
Guidavamo di notte ascoltando De André
e io ti traducevo ogni canzone in quella lingua che non ci apparteneva
e chissà se capivi, se capivi tutto.

Quindi, la tua voce. E questi fili d’erba.
Chissà se erano già qui, in quelle notti di tanti anni fa.
O forse sono le parole che mi dici in questo telefono,
che creano e ridisegnano la sostanza delle forme,
che scrivono una storia ancora troppo grande da capire.

Chissà se un giorno racconterai a tuo figlio di noi.

Tutte le cose iniziarono cantando


04 Dic

Dietro la creazione

Tutte le cose iniziarono cantando
canzoni di culla dalla consistenza della lana grezza.
Lana grezza che stabiliva un confine.
Al di là della filatura, la mano dell’uomo.
Al di là della mano dell’uomo, la pelle dell’animale.
Un solo fuoco a scaldare tutto.

Ricordo le strade arancioni, la città delle quattro del mattino.
Il freddo a congelare le vibrazioni appese alle mie labbra.
Possibilità di esprimermi limitata, coscienza a briglie sciolte.
“Quella notte hai parlato di me come se mi conoscessi da una vita”.
Quella notte ti conoscevo da tutta una vita.

Attraversare l’oblio in retromarcia.
Le illusioni e i desideri che si trasformano in certezze.
L’abbraccio del vento che diventa concreto
Cosa diventerò domani?
Quale pezzo di me ormai abbandonato mi accoglierà?

Stamattina ho spaccato legna per tre ore con mio nonno.
Poi quando la brina si è sciolta lui è partito con un bastone.
E’ tornato mezz’ora più tardi, poco prima delle campane di mezzogiorno.
Mia nonna come al solito è uscita incazzata a cercarlo, quando il sugo era già in tavola.
“Lavati le mani”, mi ha detto mio nonno.
“quella che rimane la spacchiamo domani”.

Ieri invece, dov’ero ieri.
Ieri è un concetto ancora un po’ difficile da ubicare.
C’è uno “ieri” fatto a linea continua e un altro sempre più piccolo, laggiù in fondo.
C’è uno ieri anche in questa notte, qui a Viola.
C’è uno ieri in quel che verrà.

Poi il patio di Kiki, una coperta di scritte, Granada.
La fisionomia di un sentiero, intravisto dall’alt(r)o.
La geografia di un’anima, i suoi elementi naturali.
Sei tu il padrone del tuo destino. Prenditelo.
Sei tu il padrone del tuo destino. Prenditelo.

E così tutte le cose iniziarono cantando
e non era la voce di tua madre, quella che sentivi, là dietro.
Non sei neppure sicuro che fosse, in fondo, una voce.
Ma tutte le cose iniziarono cantando.

Đá


26 Set


avrei voglia di parlarti solo se tu fossi un’anima bianca,
un qualcosa che vola leggero.

fabrizio dice che quando i bambini sono bambini sono tutti rotondi,
sono una sfera di pietra che ruota su un piano inclinato,
una forza misteriosa ma poco importante da decifrare muove la superficie, in ogni momento.
e i bambini-palle-di-pietra rotolano in un’altra direzione, poi in un’altra ancora.
sono biglie impazzite, niente gli importa.

dice anche che i bambini non sono più bambini quando iniziano a scolpirsi da soli i fianchi,
quando determinano un sopra e un sotto da approfondire e rispettare,
poi un dietro e un davanti ognuno con le sue determinate caratteristiche
e certi colori, mai invertiti.

poi ogni esperienza una martellata,
e in ogni facciata contro gli altri blocchi di pietra
[ormai quadrateggianti, geometrici]
volano via pezzi di schegge, di pietra che non c’è più.

l’immagine si compone
la martellano i pensieri, le convinzioni, la filosofia.
segue il bozzetto dell’esperienza
delle illusioni che diventano ghiaccio tra le fessure
e anche il vento e la pioggia modellano la roccia.

il blocco di pietra alla fine è una statua.
rigida, ferma, compatta.
la fissità nel tempo sarà al proiezione di un’antropomorfa eleganza
di un agghiacciante delitto
che ha impedito a quella pietra
di continuare a rotolare.

 

 

Sul retro di una fattura verde e bianca


22 Lug

Quanto rimangono attaccati i cani, durante l’accoppiamento?
E il vento fuori dalla finestra. E il cielo in bianco e nero. E luglio che sembra marzo.
Milù ha saltato il cancelletto, Roger ha aspettato. Aspettava da due settimane, Roger. Paziente.
Tanta voglia di vederti sorridere.
Pensi agli ultimi mesi e dici che quel che importa è il momento.
Pensi a questo momento e dici che quel che è importa è il tutto.
Ma se “il passato e il futuro sono semplicemente storie, nient’altro che una e più storie”, dice il libro che stai leggendo.
Ieri sono andato a rastrellare le foglie e l’erba secca. “Ci sono due lavori inutili”, dice mia nonna. “Suicidarsi, e tagliar l’erba. Moriresti comunque, e l’erba, comunque, ricresce”.
Milù ha saltato il cancelletto, e chissà se Roger ha avuto il tempo di finire. Ma quant’è, poi, la possibilità di fecondazione, in un accoppiamento?
[Gli umani. Illusi di essere diversi dai cani].
Tanta voglia di dire qualcosa. Qualcosa: qualsiasi cosa.
E quel vagabondo là al piano di sotto, e una cena fredda riscaldata male intorno al tema della nostalgia.
Quella domanda che ti facevi da bambino, sulla settimana enigmistica in bagno, tra la lavatrice e il bidet.

Perchè è così difficile unire i puntini?

Pioveriggio


01 Mag

Ma tu credi veramente in quel che fai? Voglio dire: quando racconti alla gente i dettagli della tua attività, quando ti scaldi nel tentativo di spiegare agli altri chissà quale meraviglia, sei realmente convinto che tutto quest’ingegnarsi abbia un senso? D’accordo: sei bravo. Ci metti passione. Lavori d’ingegno e di competenza. I tuoi lavori esprimono il meglio della tua capacità. Eppure mentre mi parli non riesco a non seguire quel tuo neo sulla fronte, e le mie orecchie rimbombano in un supremo nulla, e la mia memoria improvvisamente si ricorda di quel lumacone che ieri sera strisciava lento sull’asfalto, davanti alla panchina, e si chiede se ce l’avrà fatta, a raggiungere l’altro lato della strada. E intanto tu parli, tu mi racconti il tuo lavoro, e in un certo senso, devo ammetterlo, mi convinci.

Se un giorno avrò mai bisogno di un’illusione, comprerò la tua.

I dieci comandamenti


26 Feb
  1. Amerai il dinero più di ogni altra cosa
  2. Giurerai che sei libero – invano
  3. Santificherai la televisione e l’intrattenimento immondizia
  4. Obbedirai allo stato e alla religione
  5. Studierai per essere indottrinato
  6. Lavorerai per arricchire l’elite bancaria
  7. Comprerai e spenderai, fino a svuotare la tua anima
  8. Non penserai diversamente dalla massa, né metterai in dubbio i mezzi d’informazione
  9. Non ti ribellerai contro l’autorità, né desidererai la rivoluzione del tuo prossimo
  10. Non libererai la tua mente, né risveglierai la tua coscienza. Il letargo sarà la tua vita.

La gata


13 Feb

La gata logra perfectamente que su lenguaje funcione. La gata quiere comunicarte lo queella siente, lo que ella quiere.
No hay manera de malentender su mensaje.
La gata juega, la gata es seria, la gata es tremendamente en poder de todas las maravillas que le ofrece su cuerpo, la gata te mira con fría devocción, la gata se acerca a tu piel solamente porque ahora la necesita. La gata es así, animal que no vive ni adentro ni afuera de una casa, las cuchillas escondidas por debajo de una piel suave y caliente.
Por esto la gata necesita cazar. Sea por juego o por sobrevivencia, la gata no soporta que alguien entre en el alcance de sus vibracciones. No existe posibilidad de que sea de otra forma para la gata: hasta el fuego de la chimenea calienta solamente si ella decide prender la chispa de su deseo.

Yo no me atrevo a abrir la puerta y dejar que la gata salga del cuarto. Ya sé bien que después me haría falta su nariz humeda buscando mi calor, sus ojos que se mantienen cerrados para no tener que compartir con nadie el placer de este contacto.
Por fin le abro la puerta. La gata sale. Mientras la encierro afuera, ella sabe que me arrepentiré, y no le importa. Solo busca en la puerta que se cierra la manera de volver.

Seduto di fronte a quel che non c’è più


16 Gen

Un incrocio qualsiasi, nella Quito metropolitana. Un incrocio come tutti gli altri, con gli autobus che lasciano un alone di fumo solido sull’asfalto, un’umanità colorata che si perde nel cemento, il cielo costantemente grigio, sui duemilaottocento metri della metropoli andina. Davanti, dall’altro lato della strada, c’è un Subway, uno di quei ristoranti americani in tutto e per tutto simili alle bettole ecuadoriane, ma dove tutto costa due volte più caro, perchè il marchio e le luci così potenti.

Dodici mesi prima, quello era un internet cafè. Ricordo che ci entravo con un vago senso d’impotenza nella gola, un disagio incomprensibile. La sera prima, era stata una chiacchierata sfogo con una signora dalla corazza forte, a difesa di un fragile vuoto infinito. Antonieta, afroecuadoriana dallo sguardo duro, aveva perso suo figlio ventenne, lasciato morire dissanguato da un sistema sanitario privato e razzista. Raccontava cosa significa un dolore del genere, raccontava di quei sassolini che qualcuno, alle cinque del mattino, continuava a lanciare contro il vetro della sua finestra, come a voler comunicare una diversa presenza.

Era un internet cafè, alle ore 14.45 di domenica 16 gennaio 2011, fuso orario locale. Ricordo l’aria asettica, la strana sensazione che pervade ogni volta in cui si apre una connessione virtuale con un mondo distante 10.000 km più in là. Ricordo solamente lo schermo del computer che diventa buio, il colore del cielo che si squarcia su un’apoteosi di luce insopportabile, le voci dei presenti annullate da un fischio continuo, il fumo degli autobus che invade la gola il naso gli occhi, la fine.

Dodici mesi più tardi, tutto è diverso. E non c’entra niente il fatto che l’internet cafè sia diventato un Subway.

Un posto qualunque nel mondo

Pianosequenza


18 Dic

Umanità.

La peste, le farfalle. Le luci colorate, un tunnel metafisico verso il tempo. Odor di vino, profumo di voci. I timpani trapanati da sguardi animali. Le conversazioni tra amici, i maglioni per uscir fuori a fumare. Paesaggi appartenuti a vite precedenti. Lei che lo ascolta sognante, lui che le sfiora le ginocchia. La croce del sud nel cielo, che si vede solo d’inverno. Succede tutto adesso, succede tutto qui. Si rompono i bicchieri sul pavimento. Lei che adesso abbassa lo sguardo, lui che è avvolto da un brivido freddo. Voglia di gridare, di sentire il silenzio, di sdraiarsi sul legno. Tra i pezzi di bicchieri rotti e le luci colorate e lui che le sfiora il ginocchio. Qualcuno che parla di rivoluzione possibile.  Il riflesso di un abbraccio, di quelli che è come fare l’amore. Piatti, bicchieri, adrenalina e forchette.

Le sedie rimaste come loro due le hanno lasciate. Un’ombra che spazza via quel che rimane. La notte, che quando esci parli a voce bassa per doveroso rispetto. La luce adesso illumina per davvero la meraviglia del vuoto. Quante cose non dette sotto il vetro del cielo. Quanti attimi immaginati e poi realmente vissuti? Altri ricordi agganciati alla carne. Stretta nelle mani, l’illusione del tempo. Tutto ciò che non ci appartiene.

Final frontier


28 Ott

The final frontier

Giù verso il deserto, hermano, tieni la tua strada. Non lasciarti condizionare da quei cartelli con il punto esclamativo, non ascoltare le voci di chi vuole imporre una direzione. Niente e nessuno ti impedisce di infilare una di queste stradine sterrate con le pecore a bordo strada e i fili della luce scoperti, però tutti, per un motivo o per l’altro, ti spingono a entrarci, a restarci impantanato. Ti vogliono vendere la miglior cioccolata del mondo, ti consigliano di fermarti a mangiare, ti spingono a visitare il centro di Marrakech, ti spiegano che “puoi fare una prova per un tempo e poi vedremo”, e hanno già pronta la loro condanna. “Ti sei preso le tue responsabilità: non puoi più tornare indietro”.

Non tornare indietro, mai. Ma non svoltare nemmeno a destra o sinistra, non lasciarti tentare. E’ giusto assaggiare il vento dell’Atlantico che filtra tra le montagne intorno a Guelmim, ma puoi farlo accostando per un attimo a bordo strada, senza scendere troppo tra le vie degli uomini. Non dimenticarti che più avanti c’è un’altra regione, più avanti ci sono altri scenari, più avanti c’è il deserto. E non avrebbe senso fermarsi a metà, spegnere la macchina nel prossimo villaggio, fermarsi alla prima oasi senza aver dato il tempo alla lingua di rinsecchirsi. E allora vai avanti, continua, riprendi il serpente biancastro tratteggiato sull’asfalto e punta dritto verso il Sud.

Se troverai il deserto, avrai raggiunto la tua meta.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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