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Portando una vecchia stufa a Elva


09 Giu

Distesa d’asfalto.
Il carrello sobbalza, mosso dagli spazi discontinui del vento.
Lei mi parla di un qualcosa di strano, davvero non sa se ha voglia di amare.
Nella cittadina di provincia c’è un mercato, bancarelle e tappeti.
Nel frattempo lei racconta e la macchina avanza.
L’amore, a quanto pare, non è abbastanza.

 

Tra le gole del fondovalle.
Un magnifico ponte dipinge curve abbozzate sopra il regno dell’umido.
Non hai voglia di amare quando ti accorgi che c’è una quotidianità che sovrasta.
La stufa è parcheggiata, ben salda, a lato del ponte.
Noi parliamo seduti dall’altro lato, di fronte a una panetteria.
Forse il vero amore è quel che si accontenta.

 

Il motore arranca lungo stradine sospese.
Da qui partivano gli uomini per commerciare capelli, nei lunghi mesi d’inverno.
Il carretto strattona la macchina, la stufa resiste.
Siamo un’immagine emblematica di un qualcosa che ci sfugge.
Una rabbia d’amore a trazione anteriore.

E quindi l’uccello fu finalmente libero di volare in un’altra gabbia.


01 Dic

Caribe 1.00 pm

Si poteva solamente lavorare a mani nude.
C’era un operaio addetto al trasporto dell’acqua, arrivava con un secchio di latta, noi ci mettevamo in fila, e uno dietro l’altro nel secchio ci lavavamo le mani.
Quando l’acqua diventava arancione, l’operaio addetto al secchio svuotava a mare, e tornava con acqua pulita.

Nemmeno nelle autovetture si stava meglio.
Si entrava, ci si metteva in coda, e uno dietro l’altro respiravamo il nostro stesso gas di scarico.
Dopo un po’ ci stancavamo di tutte quelle manovre, e c’era chi spostava le automobili a mano, con il motore spento.

Là dentro, poi, si soffriva di claustrofobia.
Non tutti sopportavano la pressione di sei pareti così vicine.
A quel punto si iniziava a sudare.
La pelle espelleva l’agitazione in eccesso, e in un attimo era l’inferno.
Il sudore diventava una colla, un richiamo liquido per ogni impurità.
Ci si voleva lavare, ma l’acqua nel secchio di latta era arancione, l’acqua pulita era quella del mare.

E oggi?
Guardo un aereo e mi sembra già vecchio.
Massa, materia, combustione, forza d’inerzia. Concetti da secolo scorso, concetti di fumo e petrolio.
Penso a quell’uomo rimasto immobile, perso nell’altrove.
Si tratta di spostare i corpi, o di muovere le prospettive?

Il sole non è che una stella mattutina


15 Giu

L'ombra del camminante

Io lasciai i boschi per una ragione altrettanto buona di quella per cui mi ci ero stabilito. Forse mi pareva d’avere altre vite da vivere, e di non potere dedicare altro tempo a quella sola.
E’ notevole con che facilità e insensibilità noi prendiamo una certa strada e ci facciamo un sentiero ben tracciato. Ero là da appena una settimana, e già i miei piedi avevano segnato un sentiero dalla mia porta alla riva dello stagno.

Imparai questo, almeno, dal mio esperimento: che se uno avanza fiducioso nella direzione dei suoi sogni, e cerca di vivere la vita che s’è immaginato, incontrerà un inatteso successo nelle ore comuni. Si lascerà qualcosa alle spalle, passerà un confine invisibile; leggi nuove, universali e più libere cominceranno a stabilirsi dentro e intorno a lui, oppure le leggi vecchie saranno estese e interpretate in suo favore, e in senso più ampio.

Così egli vivrà con la licenza di un più alto ordine di esseri.

El viaje


21 Feb

Scampering


17 Feb

Irrealistic presence

Perchè partire
dovrebbe essere peggio
di restare?

Se tutto è un movimento lento,
costante,
a linea retta.

Non sarà perché l’accelerazione improvvisa
rompendo con la forza dell’inerzia
amplifica l’impatto dell’attrito sugli occhi e sulla pelle?

Non sarà perché il cambio di velocità
agendo sulle traiettorie
spostando il baricentro
concede la percezione del guscio di noce che ci sorregge?

Ieri Margherita mi ha detto che una formica
quando cammina sul dorso della mano
si sente.
Ma non si sente “perché è pesante”.
Si sente perché fa il solletico.

Allo stesso modo io dico che
partire non significa riempire uno spazio
ma lasciare il vuoto dietro di sé.

 

Final frontier


28 Ott

The final frontier

Giù verso il deserto, hermano, tieni la tua strada. Non lasciarti condizionare da quei cartelli con il punto esclamativo, non ascoltare le voci di chi vuole imporre una direzione. Niente e nessuno ti impedisce di infilare una di queste stradine sterrate con le pecore a bordo strada e i fili della luce scoperti, però tutti, per un motivo o per l’altro, ti spingono a entrarci, a restarci impantanato. Ti vogliono vendere la miglior cioccolata del mondo, ti consigliano di fermarti a mangiare, ti spingono a visitare il centro di Marrakech, ti spiegano che “puoi fare una prova per un tempo e poi vedremo”, e hanno già pronta la loro condanna. “Ti sei preso le tue responsabilità: non puoi più tornare indietro”.

Non tornare indietro, mai. Ma non svoltare nemmeno a destra o sinistra, non lasciarti tentare. E’ giusto assaggiare il vento dell’Atlantico che filtra tra le montagne intorno a Guelmim, ma puoi farlo accostando per un attimo a bordo strada, senza scendere troppo tra le vie degli uomini. Non dimenticarti che più avanti c’è un’altra regione, più avanti ci sono altri scenari, più avanti c’è il deserto. E non avrebbe senso fermarsi a metà, spegnere la macchina nel prossimo villaggio, fermarsi alla prima oasi senza aver dato il tempo alla lingua di rinsecchirsi. E allora vai avanti, continua, riprendi il serpente biancastro tratteggiato sull’asfalto e punta dritto verso il Sud.

Se troverai il deserto, avrai raggiunto la tua meta.

Est


23 Mar

Semplicemente ti sembra la cosa più giusta, la più logica, la meno sbagliata. Non sapresti nemmeno dire se lo fai nel nome di un dio effettivo, o se si tratta semplicemente di legittima difesa. E nemmeno potresti essere sicuro di volerlo veramente, questo ennesimo shock. E’ lui che ha scelto te, che ti ha trovato. Non puoi sottrarti.

Non si tratta semplicemente di un momento ben definito. E’ un pezzo di caos che fa parte del Tutto, è la bramosia dell’ignoto che diventa legge, è un manifesto simbolico di un disegno più grande, di cui sei creatore e suddito. Vivere la vita come un’opera d’arte, tra passione e sofferenza, desiderio e follia. Come un’opera d’arte, da costruire seguendo l’istinto, l’ispirazione del momento come unico percorso da seguire, le figure che cambiano forma lungo il cammino, la sovrapposizione degli elementi per creare intensità.

Ti diranno che sei pazzo, o cinico, egoista,uomo instabile, avventuriero. Ti diranno cose sagge, sputeranno contro la tua proposta d’avanguardia, una vita come un’opera d’arte non va presa troppo sul serio. Ma tu sarai immerso nel tuo vortice di poesia, solo e nudo di fronte all’esplosione di inaspettate bellezze, insensibile a tutto ciò che non si manifesti sotto forma di puro calore umano. E anche la distanza e la solitudine scaldano, finalmente hai imparato a capirlo.

E quindi eccoti lì di fronte a nuove idiosincrasie da scoprire, lingue sconosciute da decifrare. Tutto così nuovo e tutto così già visto, mentre pensi che in fondo pianure, montagne e deserti sono prima di tutto paesaggi dell’anima. Un altro pezzo del mondo degli uomini si apre oggi sotto i tuoi occhi, e basta chiudere le palpebre per rivedere il caos e spaventarsi di meraviglia. La vita come un’opera d’arte, tra passione e sofferenza, desiderio e follia.

Un quaderno blu


09 Feb

…era il protagonista di mille racconti ma non lo sapeva, e così le sue storie restavano sempre senza un finale. Senza un finale logico, per lo meno. Rimanevano troncate a metà, mutilate nelle loro parti più importanti, proprio lì dove la trama avrebbe dovuto evolvere verso un qualcosa di concreto, una morale, per esempio. Semplicemente, non accadeva. Forse perché non esisteva nessuna morale, o perché preferiva rimanere occulta nella descrizione di un paesaggio (può un paesaggio nascondere una morale?), chi lo sa. Anche se, dopotutto, è possibile che non esistesse nemmeno una trama, in quel quaderno dalla copertina blu. Pezzi di un quadro ritagliati e sparsi su di un tavolo, di questo si trattava. Non un puzzle, perché i vari rettangoli – è questo l’incredibile – non incastravano per niente tra loro, non avrebbero potuto. Ogni pagina aveva un profumo diverso dalla precedente, c’era quella che sapeva a eucalipto e quella intrisa di vento di mare, c’era la patina del deserto mescolata con le spezie di Marrakech. C’erano pagine che odoravano a muffa, a stanze chiuse, ed erano quelle rimaste in bianco, sprecate.

…Il mal di schiena. Il mal di testa. Il mal d’altura. Il mal d’amore. Chi ha detto che il viaggio è una delizia, una leggera discesa verso l’oblio dei sensi? Il viaggio è vita, e la vita, sofferenza. L’equazione è quasi automatica: il viaggio è una trasposizione della sofferenza verso altri scenari.

Un quaderno blu” è un tentativo di riflessione sull’inestricabile significato del concetto di VIAGGIO, scritto da Baltic Man sotto pseudonimo di S. B., e pubblicato da “La Caravella Editrice” in quanto finalista del concorso letterario “Si libri la mente” (avente tema, per l’appunto, il viaggio).

Chi fosse interessato a leggerlo tutto, può ordinare l’antologia completa (che tra l’altro, toh, è un libro di color blu).

Quien me ha robado el mes de abril?


06 Dic

Camminavamo lungo una striscia d’asfalto nera, serpente tra le montagne del Nord. Polvere e deserto tra noi e il passato e ogni sorta di futuro. I chilometri tra noi e la capitale si contavano in termini di migliaia; non si contavano più. Una casa nascosta tra pietre e cactus fu una porta aperta su vino e calore. Una casa tra pietre e cactus, e un uomo con gli occhi di ghiaccio dietro la porta, “gli amici della notte sono anche amici miei”, disse.
Poi prese la chitarra ed iniziò a cantare. Era boliviano, ma in quel momento era soprattutto una voce, e non c’era nient’altro che la sua voce, entità piena e carica di una nostalgia misteriosa.
Cantò un’ora o forse una notte, ed erano storie di montagne e asfalto e polvere e deserto e notte e noi e tutto.

Storie che ancora oggi risuonano e continuano, che si ripetono silenziose nell’oscurità del quotidiano.
E noi si continua a camminare, inseguendo altre voci e altre notti e nuovi deserti.

Abor


11 Set

Quanti amori nati e finiti nello spazio di un pranzo. Nell’attesa di un bus, in una città di polvere e pietre, quattro occhi incollati tra loro in un gioco di sguardi che non potrà mai evolvere in nient’altro. La tentazione e l’invito, il tormento ed il rimpianto, l’inganno e l’illusione. Quattro attimi spesi a giocare col fuoco, a leggere i segreti di un’altra vita lontana, scrivendo nell’aria la scia della propria personalità o di un qualcosa vagamente simile al desiderio di calore dell’umano animo, celebrando una tacita unione carnale destinata ad esplodere in un altro chissà, in altri luoghi ed altri perché.

Quanti amori abortiti al settimo mese.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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